7 ottobre 2010, Cultura - Politica e società

Dio Padre o “Padrino”? Quando la teologia cattolica è compatibile con i codici mafiosi

di Luca Kocci

“Come può la maggioranza dei mafiosi dirsi cattolica e frequentare le chiese? Qualcosa certamente non funziona: o nella loro testa o nella teologia cattolica o in tutte e due.” È l’interrogativo posto dal filosofo e teologo Augusto Cavadi – esperto dei rapporti fra Chiese e mafie e autore, fra l’altro, del “Dio dei mafiosi” (San Paolo, pp. 240, euro 18) – al convegno “Sotto due Cupole”, organizzato il 17 settembre a Roma dall’agenzia d’informazione cattolica Adista insieme ad alcune realtà ecclesiali di base.

“Non si tratta tanto di scomunicare i mafiosi, ovvero di cacciarli fuori dalla comunità ecclesiale, quanto di elaborare una teologia davvero evangelica a cui i mafiosi siano allergici e grazie alla quale si tengano a debita distanza dalla Chiesa”, ha detto Cavadi. “Da una Chiesa povera e fraterna, i mafiosi, che perseguono potere e denaro, si autoescluderebbero da soli e anzi la considererebbero loro nemica. Invece in questa nostra Chiesa potente, gerarchica, verticistica, omofoba e ritualistica i mafiosi si trovano bene, perché vi trovano molte analogie con i codici e mafiosi. Insomma, io credo che se la patologia è ricorrente, e del resto in altri contesti storico sociali con la Chiesa cattolica si sono trovati bene anche diversi regimi dittatoriali e militari, allora non è più patologia, bensì fisiologia. E questo significa che il problema non sono solo i singoli uomini di Chiesa compiacenti con i mafiosi, ma una teologia che non produce una visione del mondo incompatibile con la visione che del mondo ha la mafia”.

Ma quali sono questi elementi della teologia cattolica ‘intonati’ alla visione mafiosa? Cavadi ne ha elencati alcuni: “Un ambiguo concetto di Dio, non sempre presentato come Dio Padre ma spesso come onnipotente, severo e implacabile, che dà e toglie la vita: quasi un ‘dio padrino’. Un’altrettanta ambigua immagine di Cristo, in molte occasione assai distante dal Gesù di Nazareth che annuncia il Regno di Dio per i poveri. E poi una Chiesa gerarchica, costruita più sul modello dell’Impero romano che sulla comunità democratica degli apostoli. Con questo non intendo sostenere che la teologia cattolica sia ‘mafiogena’, cioè produttrice di mafia, tuttavia è vero che contribuisce alla strutturazione del particolare contesto culturale nel quale la mafia si è costituita e dal quale mutua simboli, credenze e pratiche. E allora si tratta di rivisitare questa teologia per renderla incompatibile ai codici mafiosi e antipatica ai mafiosi stessi, a partire proprio dai quei tre elementi: un Dio senza antropomorfismi, un Cristo liberante e una Chiesa fraterna, povera e diaconale”. Se cambia questa teologia, ha aggiunto Cavadi, si potrà risolvere anche la questione di don Puglisi che il Vaticano non vuole dichiarare martire, come invece chiedono molte associazioni ecclesiali di base palermitane (v. Adista nn. 61 e 71/10), “perché sarà martire anche chi lotta per la giustizia, come appunto ha fatto don Puglisi”. “Il Vaticano – ha aggiunto Giovanni Avena, direttore editoriale di Adista, che ha moderato il convegno – rifiuta ancora il riconoscimento del martirio di don Puglisi con un’argomentazione speciosa: il titolo di ‘martire’ può essere tributato solo ai cristiani ammazzati ‘in odio alla fede’. E siccome non si considera la mafia né pagana né atea, perché anzi osserva le pratiche religiose, la teologica conseguenza è che i mafiosi di Brancaccio non potevano uccidere don Pino in odio alla loro stessa fede, ma solo perché a Brancaccio ostacolava le loro imprese. Insomma ‘se l’era andata a cercare’, come qualche giorno fa ha detto l’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti parlando di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore del Banco Ambrosiano di Sindona ucciso nel 1979″.

Dura l’autocritica di don Luigi Ciotti, presidente di Libera: “A fronte dell’impegno di pochi vescovi, diversi preti e gruppi cattolici di base, ci sono ancora troppe ambiguità e compiacenze da parte di molti uomini di Chiesa nei confronti della mafia. Per questo mi auguro che Benedetto XVI, che il 3 ottobre sarà a Palermo, dica parole forti e chiare sull’incompatibilità fra mafia e Vangelo. La Chiesa deve avere il coraggio della denuncia, deve sporcarsi le mani per la giustizia, come hanno fatto don Puglisi e don Peppe Diana. Ma io vedo ancora troppi silenzi e troppe ambiguità, e silenzi e ambiguità non hanno giustificazioni”.

(articolo tratto da “Adista notizie”, n.73 del 2 ottobre 2010)

2 commenti per : Dio Padre o “Padrino”? Quando la teologia cattolica è compatibile con i codici mafiosi

  • Vincenzo Piro

    al solito gli articoli di Kocci sono pieni di inesattezze e di posizioni preconcette.
    L’autore non distingue tra ciò che è teologia, e ciò che è la pratica pastorale. Se lo facesse, la maggior parte delle sue insinuazioni sulla Chiesa nella sua totalità cadrebbe.
    Si danno poi per scontato delle definizioni di Chiesa, come se fosse unanime ed evidente che la Chiesa è “potente, gerarchica, verticistica, omofoba, ritualistica”!!!!
    E infine, la citazione finale del direttore di Adista, in cui viene attribuita alla Chiesa un retropensiero terribile su don Pino Puglisi(“se l’era andata a cercare”), oltre che una deduzione ingiustificata e senza fondamento, è una vera e propria infamità, indegna del direttore editoriale di una rivista così importante.

  • Giovanni Bianco

    L’articolo di Kocci è, a mio avviso, stimolante, sebbene possa essere pure non condiviso in alcuni suoi passaggi. Trovo di particolare interesse le affermazioni critiche di Avena sulla mancata beatificazione di Don Puglisi (nonostante qualche evitabile esagerazione) e la coraggiosa autocritica di Don Ciotti, alla quale, peraltro, sono seguite le parole forti del Papa durante il suo viaggio in Sicilia. Inoltre, Cavadi è teologo ed intellettuale apprezzato e merita rispetto, a prescindere dall’adesione o meno a tutte le sue opinioni.

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