13 febbraio 2011, Politica e società

“Dico no all’inferno di Eluana”.Intervista a Beppino Englaro

di Luca Landò

Dopo Eluana, prima del biotestamento. Il nove febbraio sono passati due anni dalla morte di sua figlia e tra due settimane avrà inizio alla Camera la discussione di una legge che si dice per il testamento biologico ma che in realtà imbocca la strada opposta. Beppino Englaro esce dal silenzio che si era imposto fino a ieri: per rispetto di Eluana, ma anche per non scendere a livello di chi (il governo, le associazioni cattoliche) ha organizzato, proprio quel giorno, una giornata per gli stati vegetativi, decisione non certo casuale soprattutto in vista della imminente discussione parlamentare.

“Chiariamo una volta per tutte: la mia non è una sfida ma la difesa di un diritto. In tutti questi anni la mia battaglia non è mai stata contro qualcuno, ma per qualcuno, in difesa di qualcuno. Io non voglio che gli altri la pensino come me, sono io che non voglio essere costretto a pensare come gli altri”.

E lei come la pensa?
“Ci sono persone che ragionano in questo modo: lo stato vegetativo è una condizione di vita, la vita non può essere toccata, ergo nessuno può spegnere le macchine che ti tengono in questo stato. Secondo questa visione, Eluana sarebbe ancora attaccata al sondino per l’alimentazione artificiale. E un modo di vedere le cose che rispetto, ma che non è il mio e non era quello di Eluana. Lo stato vegetativo permanente non è una condizione di vita: è una situazione di non morte, che è peggio della morte stessa. E come me la pensano tantissimi italiani. Sciascia diceva: “Non è sempre vero che la speranza è l’ultima a morire; ci sono casi in cui la morte è l’ultima speranza”.

La legge le ha dato ragione.
“C’è un giudice a Berlino ma anche a Roma. La sentenza, quella della Corte Suprema di Cassazione del 13 novembre 2008, è lì e parla chiaro: nessuno ha il diritto di impormi una cura se io non la voglio, anche se l’interruzione può significare la morte. E questo non c’entra nulla con l’eutanasia: si chiama consenso informato alle cure. Se non c’è il mio consenso, se rifiuto una cura, non ci sono santi che tengano”.

Il caso di Eluana era diverso.
“Niente affatto. Eluana aveva espresso le sue volontà in modo inequivocabile, parlando con i suoi amici e i suoi familiari. E stato riconosciuto dai giudici. Il problema non era la volontà di Eluana ma il Paese che non era pronto ad accettare una simile volontà. Ci sono voluti quasi vent’anni”.

Evidentemente non era così facile.
“E dire che è tutto così semplice. Andiamo con ordine. Se sono in condizione di intendere e di volere ho tutto il diritto di rifiutare le cure, anche quelle indispensabili per continuare a vivere. Se però, per un incidente o una malattia, non sono più in condizione di intendere e di volere la faccenda si complica: perché non sono nemmeno in grado di dire al medico “no grazie, faccio a meno delle tue terapie perché non voglio vivere per anni attaccato a un sondino”. In questo malaugurato caso esiste un solo modo: non farsi cogliere impreparati. Se, quando sono lucido e cosciente metto nero su bianco i trattamenti a cui non vorrò essere sottoposto e se queste disposizioni le affido a una persona che nomino mio delegato, i medici non potranno far altro che rispettare le mie volontà. Da quando in qua i diritti valgono solo per le persone coscienti? Chi non è più cosciente non ha più diritti? Questo non lo dice Beppino: è stato scritto nella Magna Charta del 1215, quando il re inglese Giovanni Senzaterra istituì il famoso Habeas Corpus stabilendo che ogni uomo era libero e nessuno, nessuno, avrebbe potuto mettere o far mettere mano sulla sua persona. Se questo concetto è brillato novecento anni fa nella mente degli uomini, perché un medico oggi avrebbe il diritto di fare il contrario? Cosa vuol dire, che l’Habeas Corpus finisce appena entro in ospedale?”.

Eppure il 21 febbraio torna alla Camera una legge sul testamento biologico che di fatto va nella direzione opposta.
“Lo so, perché il partito della “non morte”, della vita artificiale ad ogni costo è sempre in azione. Eppure c’è una sentenza che pesa come un macigno. È a quella che ho fatto riferimento nello scrivere le mie disposizioni: le ho consegnate il 27 gennaio a un notaio di Lecco”.

II suo testamento biologico.
“Certo, io non voglio trovarmi nelle condizioni di Eluana: non voglio quell’inferno, non lo voleva nemmeno lei. Eppure è una possibilità che nessuno di noi può escludere. La medicina rianimativa fa miracoli, ma non sempre. Lo stato vegetativo permanente è un tentativo non riuscito di rianimazione: non sei ancora morto ma non sei più vivo. Ci sono persone a cui va bene rimanere in quel limbo. Ce ne sono altre, come me, che se potessero direbbero subito no grazie. Così ho messo nero su bianco le mie disposizioni e le ho affidate a una persona che conosce le mie convinzioni etiche e culturali”.

È l’avvocato Franca Alessio, la stessa che il Tribunale nominò curatrice di Eluana durante la battaglia per l’interruzione dell’alimentazione forzata.
“Io conosco i pericoli legati alla medicina quando si prova a interrompere un fatto naturale come la morte. Li ho visti per diciassette anni, giorno dopo giorno, su mia figlia. Io non voglio finire come lei. Voglio poter dire no grazie a quel tipo di cure”.

E se passa la legge?
“Non cambia nulla. C’è una sentenza che parla chiaro e nelle mie disposizioni la cito chiaramente: ci sono voluti 6233 giorni per veder riconosciuto un diritto in cui credo. Io so come difendere i miei diritti: è un lusso che dopo una esperienza durata 19 anni di mi posso permettere”.

Non tutti sono come Beppino Englaro però.
“Non è necessario. E questo per merito dei magistrati che hanno fatto un lavoro esemplare. In Italia c’è una sentenza della Corte Costituzionale che parla chiaro: la legge che hanno intenzione di fare va contro la nostra Carta, è contro la Costituzione. Ma c’è un’altra ragione per essere ottimisti. Come diceva Joseph Pulitzer, quello del famoso premio: “Un’opinione pubblica ben informata è la nostra Corte Suprema, perché ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie”. E grazie a quella battaglia e al clamore che si è creato, i cittadini hanno potuto toccare con mano il problema. Non possono più dire “non sapevo”. Su questi temi l’Italia è cambiata e sta cambiando. Sono cambiate le coscienze e gli atteggiamenti. È inutile girarci intorno: c’è un prima Eluana e un dopo Eluana. Io ricevo tantissime telefonate da persone che mi chiedono come fare, che vogliono sapere. E che mi ringraziano per quello che ho fatto per loro, per tutti. È una soddisfazione enorme. I sondaggi dicono che la maggioranza dei cittadini è a favore del testamento biologico, quello vero, non quello fasullo della legge che vogliono fare. E che dire quelli che continuano a depositare le loro disposizioni ai registri dei comuni, delle province, delle regioni? Non facciamoci intristire da quello che vediamo e sentiamo. L’Italia è cambiata”.

(“L’Unità”, 10 febbraio 2011)

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