28 agosto 2013, Politica e società

Dal foglio e dalla matita

di Raniero La Valle

Se l’Italia è ancora un Paese normale, se la magistratura non è politicizzata, se la Cassazione non è più quel “porto delle nebbie” che fu durante il regime democristiano e se la legge è uguale per tutti, il 30 luglio la Suprema Corte confermerà il verdetto pronunciato nei primi due gradi di giudizio contro Berlusconi. Non che la Cassazione condanni Berlusconi: essa dirà che il suo processo è stato regolare, che i suoi giudici sono stati fedeli al diritto. Non ci sarebbe nulla di strano e sconvolgente: è quello che la Cassazione fa in una miriade di altri casi, e l’argomento che questa volta il reo può vantare otto milioni di voti (che del resto non sono suoi ma della destra), non è un argomento migliore di quello per cui Mussolini poteva contare su otto milioni di baionette per vincere la sua personale guerra contro le grandi democrazie.

Dunque se questa ipotesi si avvera, con la sentenza della Cassazione passerà  in giudicato il fatto che quel capo politico che aveva promesso di non mettere le mani in tasca agli italiani, ha loro sottratto milioni di euro di tasse trafugate, e quel che è peggio – sul piano non giudiziario ma politico – dopo vent’anni della sua cura li lascia non solo spogliati e impoveriti, e con un debito pubblico giunto a 2074 miliardi, ma anche frastornati e incapaci di reagire.

Sarebbe, questa, la fine politica di Berlusconi, causata non dalla magistratura (che non crea i fatti, ma li rivela e ne “dice” il diritto, onde il nome di “giurisdizione”), ma causata da lui stesso, dalla sua sconfitta politica finalmente non graziata da mani amiche e non scongiurata da una profusione di denaro privato e pubblico, speso in corruzione  di giudici, di senatori, di personale politico e di cittadini elettori cui è stata più volte promessa la Caporetto del fisco in cambio dei voti (e il governo è ancora fermo lì, impiccato a un’IMU che non può né “restituire ” né “superare”).

È chiaro che questa fine politica di Berlusconi ci sarà fatta pagare, con scenate e pantomime di cui la recente vita politica italiana non è avara.

Ma sarà bene non indugiarvi troppo e passare subito all’opera più necessaria dopo il disastro: la ricostruzione. Non c’è da illudersi che sia facile, né si può pensare che basti mettere mano al restauro della facciata della politica. Occorre ripartire dalle fondamenta, perché i guasti sono stati profondi. Istituzioni, partiti, fisco, culture, linguaggi, modelli etici, obblighi di verità, abitudini di rispetto reciproco e di convivenza, tutto è stato travolto da un imbarbarimento della lotta politica venduto come bipolarismo, dall’innalzamento del potere a unico altare, dalla divisione della società tra privilegiati ed esuberi, dalla globalizzazione della diseguaglianza prima ancora che dell’indifferenza.

Si teme che il governo Letta non possa sopravvivere alla crisi; in realtà il suo venir meno sarebbe il primo passo della ricostruzione, che non può non partire dal ripudio di alleanze incestuose e dall’interruzione di quella congiura contro l’ordinamento costituzionale che ha già ottenuto il primo voto al Senato nel silenzio del Paese.

Ripartire dai fondamenti vuol dire prendere in mano un foglio una matita e un libro, come  Malala Yousafzai, la giovanissima pakistana ferita dai Talebani perché andava a scuola, ha avuto il coraggio di dire rivendicando nella sede dell’ONU il diritto universale all’alfabetizzazione. Per noi ripartire da matita e libro vuol dire prendere in mano la Costituzione, perché è questa l’alfabetizzazione che ci manca. C’è anzi un analfabetismo di ritorno, perché nei giovani anni della nostra Repubblica la Costituzione è stata il sogno di una cosa, e insieme la grammatica per la realizzazione di quel sogno e di quella cosa. Perciò essa è stata odiata e combattuta dalla Trilaterale, dalla P 2, dalle agenzie di rating ed è oggi tenuta in forte sospetto dai poteri che coniano l’Euro, dalla Morgan e dai partiti, di ogni tradizione, divenuti funzionari della Ragione economica e della dittatura del tabulato. E a neutralizzare le nostre difese, ci sono piombati addosso i corsi di analfabetismo fondati sull’orrore per le “ideologie”, ossia per le idee, sul rifiuto delle dottrine politiche, e ci sono state imposte le scuole serali delle TV (non solo quelle commerciali) con la falsa par condicio e i talk show e le tavole rotonde dove tutti hanno ragione e tutti hanno torto, ma il vero persuasore e “dominus”ideologico è il conduttore e l’editore che gli sta dietro.

Ripartire dal libro e dalla matita vuol dire ripartire dalla Costituzione e dai diritti, dal religioso rispetto per l’avversario, dal culto della politica esercitata “con disciplina ed onore”, dalla conversione della mentalità e della cultura della polizia, il settore pubblico più esposto alla contaminazione del fascismo, dalla interdizione della tortura, delle espulsioni, dei respingimenti e dell’ergastolo, e da una restituzione a tutti del diritto e della gioia di guadagnarsi il pane col lavoro e di non pagare il prezzo della moneta scarsa, che per decisione politica dei grandi poteri sottrae ai cittadini la giusta partecipazione alla ricchezza della nazione.

(“Rocca”, n.15 del 2013)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 525550 visite totali
  • 48 visite odierne
  • 5 attualmente connessi