26 aprile 2010, Politica e società

Corrispondenza negata

di Raniero La Valle

Corrispondenza negata (Del Cerro, 2008)

C’è un libro intitolato “Corrispondenza negata” in cui sono pubblicate le lettere che il manicomio di Volterra intercettava e sequestrava, sia che fossero lettere scritte dai ricoverati, sia che fossero lettere a loro dirette.
Prima della riforma, quando i manicomi erano quelle istituzioni totali che Basaglia e gli Psichiatri democratici dovevano denunciare e far chiudere, ai pazienti veniva tolto il diritto di comunicare, e la loro corrispondenza era pertanto “negata”. Inutile dire che molto spesso si trattava di lettere bellissime, e che tutti ci avrebbero guadagnato se avessero potuto essere spedite e ricevute.

L’Italia di oggi non è ancora una istituzione totale, ma sotto l’imperio del “centralismo carismatico” di Berlusconi, come lo ha chiamato spietatamente Gianfranco Fini, un manicomio lo è, anche se le persone disturbate sono più nelle stanze della direzione che nei reparti delle vittime; è infatti lì, in direzione, che siede chi vede comunisti dappertutto, sostiene che la mafia sia creata dall’antimafia e si crede un padreterno perseguitato da giudici cattivi. In ogni caso, istituzione totale o manicomio, chi ha il potere oggi in Italia ha deciso che la corrispondenza vi deve essere negata.
Un decreto interministeriale piombato come un fulmine ed entrato in vigore dall’oggi al domani, dal 30 al 31 marzo scorso, ha intercettato infatti la spedizione di riviste, agenzie di stampa, lettere circolari, giornali del terzo settore e delle istituzioni no-profit, revocando le tariffe agevolate da sempre in vigore e imponendo che le spedizioni editoriali siano pagate a tariffa piena, come per tutti gli altri “prodotti postali”.
Ciò perché la presidenza del Consiglio ha stanziato per questa spesa sociale appena 50 milioni di euro, che sono bastati solo per il primo trimestre di quest’anno, e il ministro Scajola si è affrettato ad emettere un decreto per abolire le agevolazioni esistenti dal secondo trimestre in poi.

Il provvedimento del governo provoca un insostenibile aumento dei costi, a carico di organizzazioni certo non ricche, vanificando tutti i risparmi da queste realizzati anche a costo di duri sacrifici, e a molte testate toglie la parola e la possibilità stessa di sopravvivere. La misura vessatoria colpisce anche Rocca e una miriade di pubblicazioni che rompendo il monopolio del pensiero unico mediatico e televisivo, introducono nella società varianti culturali importantissime e costituiscono una delle maggiori ricchezze del Paese.

È chiaro che questo blocco della comunicazione culturale, politica e religiosa diffusa nel territorio, non interessa affatto a chi per adulare se stesso e ammaestrare gli elettori si può permettere di spedire venti milioni di lettere a destinatari proditoriamente raggiunti che, se interpellati, avrebbero forse preferito restare tra i “non avvalentisi” di tale ammaestramento.
Ma in un Paese dove tutto si paga, salvo il fatto che come dice la demenziale campagna pubblicitaria del ministro Bondi si può “guardare gratis il pavimento”, alzare i prezzi della comunicazione tra persone e culture vuol dire semplicemente interromperla; mentre se tutto si privatizza e viene abbandonato alla legge del profitto e del mercato, il potere pubblico perde ogni funzione correttiva e compensativa rivolta al bene comune e alla tutela dei soggetti più deboli.
Decidere che tutti i servizi di interesse pubblico debbano essere pagati a prezzi di mercato sarebbe come decidere che i sardi debbono raggiungere la Sardegna a nuoto o che le piccole isole oggi rifornite di acqua dalla Marina militare devono aspettare la prossima pioggia per bere, o che i bambini di famiglie non abbienti debbono essere esclusi dalla refezione scolastica o sperare che arrivi il conclamato benefattore.

Non si possono risanare le Poste al prezzo di una corrispondenza negata nel Paese. A meno che la verità non sia ancora più amara, e che il vero scopo non sia di migliorare il bilancio delle Poste italiane, ma di usare questo bilancio per soffocare le voci libere e impedirne la diffusione.
L’ipotesi sarebbe temeraria, se non risultasse da molti segni che una tale misura vendicativa sarebbe non troppo lontana dalla mentalità del despota immaturo e pericoloso che ci governa. La drammatica dimostrazione data da Fini che non esiste un partito del “Popolo della libertà”, ma esiste solo la Lega secessionista e una platea plaudente di sudditi di Berlusconi, apre una crisi sanabile solo per via elettorale che, se si saprà trovare la necessaria unità, dovrebbe permettere all’Italia di liberarsene.

(Articolo tratto da “Rocca”, numero del 1 maggio 2010, rubrica “Resistenza e pace”)

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