12 maggio 2012, Cultura - Politica e società

Contro politica. La sfiducia nei partiti e i rischi del qualunquismo

di Guido Crainz

Alla fine dell’Ottocento lo scrittore Vamba, futuro inventore di Giamburrasca, creava l’onorevole Qualunquo Qualunqui del partito dei Purchessisti, propugnatore del programma Qualsivoglia e sostenitore del gabinetto Qualsiasi: sembrerebbe anticipare Guglielmo Giannini e Cetto Laqualunque ma sono radicali le differenze fra i diversi momenti, e ancor più con i dilaganti fermenti attuali contro i partiti. Alla fine dell’Ottocento, ad esempio, vi era sullo sfondo una retorica antiparlamentare conservatrice e una critica al sistema rappresentativo in sé fortemente presenti nel dibattito colto. E nel successo dell’”Uomo Qualunque” alla caduta del fascismo vi erano umori e veleni di lungo periodo assieme a paure e diffidenze per una democrazia ancora sconosciuta, dopo il lungo ventennio. Il movimento di Giannini scomparve rapidamente e l’Italia repubblicana è stata caratterizzataa lungo, invece, da una altissima e viva partecipazione alla politica: le denunce della “partitocrazia” che iniziarono a serpeggiare negli anni Settanta coglievano precocemente la fine di una stagione.
Una fine avvertita anche “dall’interno”: nel 1981 la critica di Enrico Berlinguer alla degenerazione dei partiti di governo («federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sottoboss”») fu il tentativo più alto di riportare la politica alla sua dignità ma forse anche il presagio di una sconfitta. E nello stesso anno un racconto di fantapolitica di Giuseppe Tamburano prevedeva e paventava per il 1984 quel che sarebbe avvenuto dieci anni dopo: il crollo per discredito dello “Stato dei partiti” e l’avvento di una Seconda Repubblica con «la sostituzione dei partiti e la restaurazione dei valori e degli interessi di una borghesia imprenditoriale senza più lacci e lacciuoli». E con un programma simile a quello di Licio Gelli. Il crollo del 1992-94 era dunque ben prevedibile, preceduto da un intreccio sempre più melmoso di occupazione partitica dello stato e di corruzione. E aprì la via all’esplodere dell’antipolitica, nelle forme del leghismo bossiano e dell’estraneità berlusconiana alla democrazia. E a nuovi, profondissimi guasti. Ma perché non se ne è usciti? Perché oggi il panorama appare più devastato e devastante di allora? Perché una “partitocrazia senza partiti” ha lasciato segni così negativi sulla seconda repubblica e si sono al tempo stesso sviluppate forme inedite di “banalità della corruzione”, strapotere delle cricche, familismi immorali? Perché, soprattutto, siamo accerchiati più drammaticamente di allora da pulsioni rozze contro la politica e al tempo stesso da un’incapacità dei partiti di rinnovarsi che non lascia moltissimi spiragli alla speranza? Forse su un nodo occorrerebbe riflettere meglio: nel crollo della “prima Repubblica” rappresentanze consistenti di una parte della “società civile”, per dir così, entrarono impetuosamente nelle istituzioni e nella politica sotto le insegne della Lega Nord e di Forza Italia. Vi portarono umori che si erano consolidati negli anni Ottanta: dalla diffidenza, se non ostilità, nei confronti dello Stato sino alle più differenti pulsioni ad una ascesa individuale sprezzante di ogni vincolo, incurante del bene comune. E fecero ampiamente e amaramente rimpiangere il personale politico precedente. Poco spazio trovarono invece altre parti della società, a partire da quelle che avevano il loro riferimento nelle culture riformatrici, nel rispetto delle regole e dei valori collettivi: e così, mentre le file del centrodestra si gonfiavano di animal spirits limacciosi e di rappresentanze talora impresentabili, il centrosinistra vedeva progressivamente isterilirsi il proprio ceto politico e le proprie dinamiche interne. Vedeva progressivamente indebolirsi – o meglio, contribuiva colpevolmente a dissipare – quelle forme più ampie di partecipazione che la costruzione stessa dell’Ulivo avrebbe potuto e voluto alimentare. Sin dal suo inizio in realtà, in un seminario convocato a Gargonza per rilanciare quella ispirazione e quelle aperture, l’allora segretario del Pds Massimo D’Alema vi contrapponeva una superiorità dei partiti che largamente prescindeva dalla loro profonda crisi (Umberto Eco lo ha ricordato di recente in modo graffiante). Alla caduta del primo governo Prodi la chiusura in sé di partiti rissosi e divisi diventò dominante e portò al tracollo. Portò poi a guardare con perenne fastidio la ripresa di iniziativa della società civile: dal movimento dei girotondi sino alla “lezione non raccolta” del pronunciamento referendario e delle elezioni amministrative della primavera scorsa.
Ha origine anche qui l’incapacità di contrastare adeguatamente il degrado complessivoe al tempo stesso di combattere i crescenti e multiformi sussulti distruttivi di oggi, privi sia dei miti identitari leghisti sia dell’illusionismo miracolistico del Cavaliere delle origini. Alimentati più trasversalmente che in passato da una politica che non ha saputo evitare al Paese il disastro attualee non ha molti titoli per giustificare gli enormi flussi di denaro pubblico percepiti contro la volontà referendaria.
Una politica, soprattutto, che appare drammaticamente incapace di trovare in sé le forze per invertire la tendenza, unica via possibile per evitare il baratro. La speranza è l’ultima a morire ma il baratro sembra spaventosamente vicino.

(“LaRepubblica”, 19 aprile 2012)

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