15 giugno 2020, Politica e società

Comunità di Bose, intervista a Mons.Bettazzi, l’ultimo vescovo del Vaticano II

di Alex Corlazzoli

Il vescovo emerito di Ivrea, storico leader di Pax Christi: “Le difficoltà con gli emeriti ci sono sempre state. Lo dissero anche a me di allontanarmi da Ivrea. Ma nel caso di padre Bianchi sapevo che erano d’accordo con il nuovo priore per vivere ancora insieme, così come ha insistito la comunità”

“Non riesco a darmi una ragione di quello che sta accadendo alla comunità di Bose. Enzo Bianchi fa bene a chiedere al Vaticano di conoscere le prove delle loro mancanze e di potersi difendere da false accuse”. A parlare è monsignor Luigi Bettazzi, 96 anni, vescovo emerito di Ivrea e amico della comunità. E’ l’unico vescovo cattolico italiano oggi vivente che ha preso parte al Concilio Vaticano II ed è stato fondamentale nella nascita e nella crescita della comunità. Nel 1968 è stato nominato presidente nazionale di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, e nel 1978 ne è diventato presidente internazionale, fino al 1985 vincendo per i suoi meriti il Premio Internazionale dell’Unesco per l’Educazione alla Pace. Oggi vive ad Albiano di Ivrea, a pochi chilometri da Bose, che fino a qualche anno fa frequentava abitualmente.

Monsignor Bettazzi, cosa sta accadendo alla comunità di Bose?

Io credo che abbia ragione Enzo a chiedere al Vaticano le ragioni di una simile scelta. Le difficoltà con gli emeriti ci sono sempre state. Anche a me dissero che sarebbe stato meglio che mi allontanassi da Ivrea. Ma nel caso di Bose so che il nuovo priore Luciano Manicardi e il fondatore, Bianchi, erano d’accordo nel continuare a vivere insieme. Anzi sembra che la comunità stessa abbia insistito con Enzo perché restasse.
Quale soluzione si può prospettare dopo una sentenza definitiva e inappellabile come quella emessa dalla Santa Sede?

Mi auguro che si possa trovare un accordo. Questa vicenda sarebbe dovuta accadere nel silenzio ma non è stato così. Serve che il fondatore e il priore ritrovino una sintonia. Tra l’altro Enzo vive da tempo nel suo eremo, si ritrova con i fratelli e le sorelle per la preghiera ma non ci sono motivi per uno scontro. Credo che a questo punto l’intera comunità abbia diritto a sapere quali colpevolezze hanno Bianchi, Lino Breda, Goffredo Boselli e la sorella Antonella Casiraghi.

Non le sembra che vi sia un tentativo di “romanizzare” Bose messo in atto da ambienti contrari al Papa?

Non so, guardi. In queste ore ho sentito dire di tutto, si è parlato anche di investimenti ma son tutti pensieri senza fondamenta. E’ vero che la comunità si è allargata, ha sedi in Umbria, in Toscana, in Puglia ma questo è perché tanti cristiani sono vicini a Bose e la sostengono. Qualcuno mi ha detto che stavano per acquisire un edificio a Roma ma non mi sembra comunque un motivo valido per arrivare ad un simile provvedimento.

Ha sentito padre Bianchi?

Non l’ho ancora fatto. Ero molto amico di Enzo ma è troppo tempo che sono lontano. Ciò che mi sconcerta è l’aver reso pubblico tutta questa vicenda. Son convinto che si tratti dei soliti problemi tra l’emerito e il suo successore. D’altro canto lo stesso Enzo quando ha lasciato l’incarico da priore aveva detto: “Oggi i giovani non li capisco più”.

Resta una ferita all’interno della Chiesa?

“Certo. Bose è una comunità gradita a tutti soprattutto per i contatti con l’Oriente e gli ortodossi. Aspettiamo di vedere che succede. Se Enzo e gli altri dovessero andarsene, non c’è dubbio che dovrebbero trovare un posto dove essere autonomi e dove non creare troppi problemi.”

(Il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2020)

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