21 luglio 2012, Globalizzazione ed Europa - In evidenza - Politica e società

Come siamo arrivati a questo punto, come possiamo uscirne

di Nino Galloni

Dopo la crisi del 1929 e la fine della seconda guerra mondiale venne presentato il verbo keynesiano che comprendeva: a) la possibilità, per i singoli Stati, di indebitarsi (a bassi tassi di interesse) o di spendere in deficit (emettendo moneta sovrana) allo scopo di effettuare investimenti e riassorbire la disoccupazione, ovvero provvedere di un reddito i disoccupati (e, in alcuni casi – Beveridge, La Pira – i poveri); b) un sistema di regolazione e regolamentazione internazionale per sostenere i disavanzi delle bilance commerciali dei Paesi che dovevano importare beni finalizzati a dotarsi di un adeguato apparato industriale (Fondo Monetario Internazionale e accordi di Bretton Woods del 1944, ben presto traditi per aiutare, invece, i soli Paesi allineati agli USA senza distinguere tra importazioni di beni strumentali necessari allo sviluppo e movimenti speculativi di capitali finanziari); c) un “paniere” di monete agganciate al dollaro, a sua volta convertibile – per i non residenti, in base ad una parità fissa – col metallo aureo (il che voleva dire che non si prendeva in considerazione la capacità produttiva di ogni singolo Paese e, quindi, che la moneta non era veramente sovrana, ma doveva la sua efficacia, per i non residenti, ad un legame con l’oro; e Lord Keynes – si dice – ne morì).

Il più importante studio sulla moneta di questo dopoguerra, svolto nell’Inghilterra degli anni ’50, va sotto l’etichetta di Rapporto Radcliffe, ma fu opera di un post-keynesiano di nome Nikolas Kaldor, il quale dimostrò come non fosse decisiva la quantità di base monetaria per regolare l’economia: se la moneta scarseggia, gli stessi privati possono emettere mezzi monetari (ad esempio cambiali) e quindi ciò che regola il sistema ed anche il valore della moneta, non è il quantitativo di essa, ma il tasso di sconto (interesse); se il tasso di interesse reale (depurato dall’inflazione) aumenta, ne risentono le attività produttive che non riescono a scaricare sui prezzi il maggior costo. Ma per Kaldor e la sua scuola (vedi anche Joan Robinson) le imprese operano in condizioni di oligopolio, scaricano sui prezzi i maggiori costi e ciò fa aumentare la domanda di moneta: oligopolio significa anche costi decrescenti, un ruolo redistributivo per Stato e sindacato (presupposti di democrazia), ma anche inibizioni a un mercato pienamente libero da barriere all’entrata.
Le condizioni oligopolistiche, quindi, possono riguardare i sindacati e gli stessi lavoratori (con qualifiche difficili da reperire): i loro aumenti salariali faranno crescere la domanda di moneta.

Per i non keynesiani o monetaristi, invece, la maggior quantità di moneta ne determina la diminuzione di valore (quindi, essi non possono distinguere tra aumenti dei prezzi e inflazione); mentre esperienza e teoria avevano mostrato come il nesso andasse in senso opposto: l’aumento dei prezzi dovuto alla difesa dei margini di profitto richiedeva una maggior offerta di moneta (se non si voleva, in alternativa, frenare l’economia facendo aumentare il tasso di interesse).

Fu operata anche una sintesi teorica che va sotto l’etichettatura di “neokeynesiana” (ad esempio Modigliani che tanta influenza ebbe non solo in USA, ma anche in Italia): i sindacati chiedono e ottengono aumenti e la maggior quantità di moneta messa in circolazione stimola l’inflazione. Questa posizione “neokeynesiana”, dunque, non coglie il nesso causale e sembra più filo-monetarista che filo-keynesiana!

Ma c’è di peggio: per sostenere l’ideologia del libero mercato (senza barriere all’ingresso di nuovi soggetti) si teorizza un’economia “opposta” a quella classica, un’economia con costi crescenti. Ma così non c’è spazio né per i sindacati, né per la democrazia: le “libere” imprese sono obbligate a pagare sempre meno i lavoratori, le tasse sono solo una iattura, il rispetto dell’ambiente e la tutela della salute meri costi da minimizzare. E in questo mondo neoliberista e marginalista che spazio può avere l’etica?

L’era keynesiana

Nell’analisi keynesiana classica (originaria), derivante dalla scuola svedese di Wicksell e altri (vedi “il tasso naturale d’interesse” che consente la piena occupazione), il tasso di remunerazione sulle obbligazioni più importanti, quelle pubbliche, è preso a riferimento dagli investitori e dalle imprese che valuteranno come praticabili solo quelle attività produttive capaci di generare un profitto non inferiore a questo rendimento o tasso di interesse: quindi, la disoccupazione deriverebbe dalla non praticabilità di investimenti, seppur profittevoli, tuttavia non così profittevoli come l’alternativa dei titoli obbligazionari. Il tasso “naturale” d’interesse sarebbe quello che non annulla la convenienza dell’ultimo investimento produttivo, capace di assorbire l’ultimo disoccupato, rispetto all’acquisto di un titolo finanziario privo di rischio.
Sempre per l’analisi keynesiana originaria, vi è, però, un caso (detto comunemente “trappola della liquidità”) in cui, nonostante il basso tasso d’interesse reale e la non scarsità di mezzi monetari, i privati non investono o non investono abbastanza e la disoccupazione permane (elevata): in tale caso – si dice anche a causa del “cavallo che non beve” – lo Stato, in funzione anticiclica, deve effettuare spese produttive o assistenzialistiche ed assunzioni.
Durante l’era keynesiana – che esordisce con la lotta degli Stati nazionali contro la depressione degli anni ’30 e comincia ad incontrare fatali ostacoli circa quarant’anni dopo – i Paesi industrializzati vivono un lungo periodo, a partire dalla fine della guerra, di grande sviluppo industriale ed occupazionale, di moderata trasformazione tecnologica, di crescita della cosiddetta classe media, dei livelli della democrazia e della demarginalizzazione sociale e culturale.
Il modello che in quel tempo si cerca di tratteggiare si caratterizza per una forte attesa di profitti, sospinta anche dall’impegno pubblico nell’economia che sostiene le grandi opzioni strategiche (a redditività scarsa o differita, ma capaci di far attivare gli appetiti dei privati); i salari crescono notevolmente, grazie alla spinta dei sindacati ed alla possibilità di spartire i guadagni di produttività del lavoro secondo una logica che consente anche allo Stato – mediante la tassazione – di orientare una crescita, pure di qualità, dei principali servizi pubblici: e ciò porta ad un miglioramento decisivo nella pubblica istruzione, nella sanità e nei trasporti che consolida l’ideale democratico.
I proprietari (anche lo stesso Stato in questo caso) appaiono indeboliti nelle loro attese di potere, visto che produttività e profitto prendono prevalentemente la strada degli investimenti non finanziari, degli aumenti retributivi, delle tasse (redistribuzione).
Ma, già negli anni ’70, mentre si avvertono i primi scricchiolii del modello keynesiano (e la scarsa reattività dei maggiori beneficiari di tale modello) comincia ad organizzarsi – o, se si vuole, a riorganizzarsi – una reazione politica e culturale fortissima che troverà pieno successo durante il decennio successivo (gli anni’80) e in seguito.

Il dollaro sganciato dall’oro

Il 15 agosto 1971, anche a seguito del disastroso andamento della guerra in Vietnam, il Presidente degli STati Uniti d’America, Nixon, annuncia la fine del legame della moneta (il dollaro) con l’oro. La libera da un limite che – nei millenni passati – aveva impedito alla moneta stessa di sviluppare tutta la sua funzionalità e, al contempo, aveva però ostacolato l’eventuale deriva inflazionistica (quando, ad esempio, per una carestia, per l’esito di una guerra, per lo stesso eccesso di monetazione rispetto alle oggettive condizioni della produzione di beni reali, i possessori di moneta non trovavano i beni domandati).
Gli anni ’70 sono la culla di tre fenomeni culturali che caratterizzeranno la storia europea e mondiale fino all’estate del 2011 (quando, il 15 settembre, la FED annuncerà che sta sostenendo e continuerà a sostenere – e chiede all’Unione Europea di fare altrettanto – “illimitatamente” l’immane domanda di liquidità da parte delle banche): 1) riprendono vigore teorie – monetariste (quantitative) e liberiste – che sembravano cancellate dall’armamentario degli economisti; 2) iniziano la loro irrefrenabile ascesa le logiche “neomalthusiane” di insostenibilità, per il pianeta, di prospettive di sviluppo, soprattutto industriale, allargate al Sud e all’Est del mondo stesso; 3) si determina una sorta di incapacità – da parte dei sostenitori delle teorie keynesiane – ad adeguarsi all’evoluzione effettiva e potenziale dell’ economia e della società.
Tale evoluzione potrebbe riassumersi così: a) nel corso degli anni ’70 cambiano le funzioni dello sviluppo che dalla linearità (allargamento della base produttiva e dell’occupazione proporzionali al tasso di investimento, conferma dinamica delle cosiddette economie di scala in base alla crescita delle dimensioni delle imprese) passano alla complessità derivante dalla trasformazione dei desideri dei consumatori che – ferma restando l’ampia area di manipolabilità dei bisogni stessi – tuttavia modifica radicalmente la domanda di lavoro, la sua tipologia, le caratteristiche relative all’enorme diversificazione nelle qualificazioni professionali; b) con la moneta del tutto sganciata dall’oro, il sistema dei cambi tra valute sovrane comincia a fluttuare sulla base delle dinamiche speculative internazionali e dell’esigenza di adeguare i tassi di cambio all’andamento delle bilance commerciali (ovviamente, il tasso di cambio e l’equilibrio della bilancia dei pagamenti dipendono sia dal movimento di capitali – anche speculativi – sia delle merci); c) i Paesi esportatori di materie prime si accordano fra loro per ottenere livelli dei prezzi (valori) delle proprie merci capaci di realizzare surplus finanziari rispetto alle proprie esigenze di importazioni dai Paesi industriali che invadono i mercati internazionali dei capitali.
La supremazia del dollaro permane e richiede una tutela politico-militare nel caso qualcuno o qualcosa tenti di guastare il modello che va dalla stampa di pezzi di carta (dollari e titoli di Stato americani) alla loro accettazione, con le buone o con le cattive, su tutti i mercati.
I cambiamenti su descritti portano conseguenze vastissime sulle scelte di politica economica.
La crescita dei disavanzi pubblici e la spesa pubblica in generale – pur finanziata con emissioni monetarie o titoli di Stato a basso tasso d’interesse – non assicurano più l’assorbimento della disoccupazione per due motivi: 1) accade che l’incremento di moneta spinga all’aumento di domanda per beni d’importazione e, quindi, spinga ad una svalutazione della moneta sovrana stessa; 2) la domanda di lavoro si diversifica ed è possibile che un elevato numero di disoccupati (con scarse qualifiche) esista a fianco di evidenti carenze di organico da parte delle imprese che, addirittura, rivedono verso il basso i loro programmi proprio perché ritengono di non reperire facilmente i collaboratori adatti.
Così, le richieste di aumenti salariali – pur nei limiti dei guadagni di produttività – spingono verso l’alto la domanda di moneta o, il che è lo stesso, la sua velocità di circolazione: le autorità, se non vogliono far crescere i tassi d’interesse e soffocare l’economia, devono adattare l’offerta di moneta alla domanda.

L’analisi liberista e monetarista

Ma l’evidenza ed il logico nesso causale vengono capovolti nell’analisi liberista e monetarista: secondo tale analisi gli aumenti salariali determinano inflazione e si annullano da soli così come la crescita dei fabbisogni dello Stato non provoca sviluppo reale, ma finisce per sottrarre risorse ai privati che, se potessero investire, farebbero crescere l’occupazione e la competitività del sistema. Di qui le principali indicazioni liberiste e monetariste (fatte proprie anche dai cosiddetti neokeynesiani): tenere bassi i salari (tanto gli aumenti hanno solo effetti sull’inflazione e la svalutazione del cambio) e ridurre tasse e spesa pubblica (indicata come tipicamente inefficiente) allo scopo di contenere l’offerta di moneta liberando risorse che i privati sapranno gestire al meglio.
Di qui i principali strumenti per ottenere il cambiamento: l’attacco alle o lo snaturamento delle organizzazioni sindacali anche nelle cosiddette democrazie industriali (e non solo nei Paesi in via di sviluppo, come era stato nei decenni precedenti); la definizione di un rigido vincolo di bilancio pubblico (con la criminalizzazione della classe politica se voleva effettuare investimenti) allo scopo di obbligare lo Stato a reperire la copertura dei propri disavanzi direttamente sui mercati (con un insostenibile innalzamento dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico).
Alla fine degli anni ’70 inizia un braccio di ferro tra governi e organizzazioni sindacali che porterà al loro smantellamento ovvero al loro snaturamento (i sindacalisti verranno pagati molto di più dei lavoratori per cui dovrebbero battersi e vengono coinvolti nei piani governativi per l’adattamento della forza lavoro al mutare delle esigenze produttive).
La paura dell’inflazione viene condivisa da tutte le componenti della società e la sua causa viene attribuita all’eccessiva crescita di base monetaria da parte degli Stati e di richieste di aumenti salariali per la gran parte dei lavoratori.
Alla fine degli anni ’70 non si riesce a capire che il modello keynesiano poteva, anzi, doveva venir adattato a livello mondiale e che la crescente compenetrazione dei mercati nazionali fra di loro richiedeva una riforma del modello stesso, non il suo abbandono per tornare a paradigmi del passato che si erano già dimostrati infondati e fallimentari.
Occorrevano regole a livello internazionale onde evitare che il produttore più disonesto apparisse il più meritevole e competitivo; studiare un accordo che consentisse alle monete sovrane di svolgere la loro funzione all’interno degli Stati nazionali e ad una valuta (anche solo di conto), collegata ad un paniere di quelle operative, di svolgere le compensazioni tra import ed export di merci: se un Paese importava troppo, vedeva ridursi il proprio peso nel paniere e, prima di subire una svalutazione, veniva aiutato a sostituire le proprie importazioni.
Invece, a parte qualche isolato economista, la cultura prevalente optò per un unanimismo incapace di identificare i nessi causali dei fenomeni e le conseguenze di sistemi che, a parole, inneggiavano alla competizione, ma, in pratica, portavano all’annullamento delle più comuni regole di civiltà ed all’obliterazione delle vere opportunità che le tecnologie ed un moderno uso della moneta avrebbero consentito a tutta l’umanità.

Le ricette sbagliate alla fine degli anni Settanta

A differenza dell’analisi keynesiana, infatti, il mondo stava prepotentemente avanzando rivoluzioni tecnologiche che avrebbero potuto rendere del tutto superflue le discussioni sull’inflazione e sulla moneta Infatti, a differenza dei secoli (e dei millenni) passati, l’eventualità di trovarsi tra le mani una moneta senza valore perché la produzione risultava insufficiente a soddisfare tutta la domanda, si restringeva ai casi di turbative nel trasporto delle merci oppure di penuria dovuta a fenomeni bellici o di sottosviluppo economico.
Le nuove tecnologie degli anni ’80 – soprattutto i macchinari a controllo numerico – rendevano così efficiente il lavoro industriale da richiedere profondi ripensamenti di tutta l’organizzazione sociale; se quella stessa intelligenza umana che aveva portato a superare virtualmente la scarsità di beni (la condizione principale dell’esistenza dell’economia “della scarsità”, come la consideriamo comunemente) fosse stata utilizzata anche per provvedere di un reddito tutti i cittadini (anche allo scopo di approntare uno sbocco per un quantitativo sufficiente della produzione potenziale) ogni cosa sarebbe andata al suo posto. Ma, invece – dal lato politico e sociale – prevalse una visione inadeguata e superata dei fenomeni, sicchè la funzionalità possibile della moneta (anche per il tramite degli Stati) venne completamente sterilizzata.
Certamente, se tutti i cittadini dei Paesi che avevano una dotazione industriale sufficiente, fossero stati provvisti di reddito, gli equilibri sociali e politici dentro e fuori dai luoghi di produzione avrebbero completato quel percorso che il dibattito degli anni ’30 e le realizzazioni dei decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale avevano cominciato: la crescita della classe media, la minimizzazione della marginalizzazione (e della povertà), la riduzione del ruolo della proprietà e, con essa, delle rendite e dei profitti.
La crescita e il miglioramento delle tecnologie, infatti, spinge ad un allargamento delle forze produttive – in mancanza di ostacoli artificiosi – che porta ad una continua compressione del profitto che si ottiene da un’unità di investimento; a quel punto o le funzioni produttive vengono assunte dallo Stato o i privati trovano un modello di organizzazione sociale che non è più sospinto dalla ricerca di profitto. A tale dilemma, però, non si giunse – come si è già accennato – alla fine degli anni ’70; ci si fermò prima, si tornò alla centralità del proprietario, alla ricerca di saggi di profitto elevati, ai bassi salari, alla negazione della funzionalità di una moneta moderna, alla pretestuosa necessità di un accumulo di risorse finanziarie previo ad investimenti, ad orizzonti temporali dello sviluppo che risentivano di tassi di interesse abbastanza elevati da scoraggiare – una volta che lo Stato stesso si fosse ritrovato privo di vera sovranità monetaria – piani e progetti ambiziosi nell’ambito delle infrastrutture, della ricerca, dei principali servizi pubblici.
Due fattori culturali, peraltro, hanno consentito a rendere – di fatto – incontrovertibile tale dinamica per circa un trentennio (dalla fine dei ’70 dell’altro secolo all’inizio dei ’10 di questo); un periodo nel quale si sono sperimentati, nei Paesi di più antica industrializzazione ed in quelli in ritardo, un continuo peggioramento dei tassi di sviluppo, una dinamica inquietante dell’ordine pubblico, una preoccupante e devastante tendenza alla concentrazione della ricchezza in poche mani che ha agevolato i processi di finanziarizzazione e di abbandono delle attività produttive: con una continua tendenza ad esagerare le prospettive di redditività della finanza (ciò ha portato alla crisi di liquidità degli speculatori) e ad una sorta di emarginazione delle principali attività produttive, caratterizzate da rendimenti sempre più modesti.
Il primo fattore culturale è stata la diffusione delle logiche neo-malthusiane basate su una descrizione antiquata dello sviluppo che pretendeva di calcolare l’inquinamento del pianeta e l’esaurimento delle risorse in funzione di equazioni lineari, avulse dalla capacità del progresso tecnologico di minimizzare la quantità di agenti inquinanti e di risorse non rinnovabili (o di sostituirle altrimenti) per unità di prodotto. Era soprattutto lo sviluppo del cosiddetto Terzo Mondo (allora si chiamava così) a far scattare l’allarme: se l’India, la Cina e l’Africa arrivassero ai nostri livelli industriali (a parità di tutte le altre circostanze), il pianeta come potrebbe reggere?
E così, mentre i neomalthusiani ottenevano che lo sviluppo non progredisse secondo le sue naturali vie di affermazione (che avrebbero consentito la crescita delle tecnologie capaci di minimizzare agenti inquinanti e la necessità di risorse pregiate per unità di prodotto), i liberisti imponevano – in nome della concorrenza internazionale – un modello di globalizzazione del peggio.
In tali condizioni, i più poveri tagliavano le foreste per riscaldarsi e sopravvivere, quelli che potevano produrre senza il rispetto delle regole (sul lavoro, l’ambiente, la salute) esportavano a ritmi impressionanti e mostravano tassi di sviluppo da record.
L’altro fattore culturale fu la scarsa reazione al quadro inquietante che si andava delineando fin dall’inizio; i Keynesiani si divisero fra di loro o, meglio, la maggior parte abbandonò la partita divenendo di fatto “liberista” e la piccola pattuglia dei post-keynesiani (Kaldor, Robinson, Caffè e altri) destinata all’estinzione per cause naturali, accidentali, ma anche sospette (durante gli anni ’80 perì la maggior parte di loro: scomparse senza ritrovamenti, attentati terroristici, incidenti stradali strani e morti improvvise e difficilmente spiegabili…mentre nulla di paragonabile accadde alla scuola economica avversa, sebbene quest’ultima fosse divenuta molto più numerosa della prima!).
Ciò spiegherebbe anche – venti anni dopo – perché il ritorno di un’analisi genuinamente post-keynesiana, principalmente in USA, Australia e Regno Unito vada sotto l’etichetta di MMT (Modern Monetary Theory) come se si trattasse di una scoperta, di una novità; peraltro la MMT tende a trascurare – come è tipico dell’analisi keynesiana originaria – gli equilibri/squilibri del commercio internazionale, gli effetti del progresso tecnologico e la trasformazione del mercato del lavoro che ha superato il cosiddetto operaio massa (indifferenziato come qualifiche professionali).

Il ritardo di cristiani e marxisti

Anche la Chiesa cattolica che, pure, avrebbe avuto tutto l’interesse a trovare soluzioni altre rispetto alle linee strategiche dei Reagan e delle Thatcher, specie dopo l’avanzatissima Populorum Progressio (per non citare altre importanti encicliche), mancò di collegamento con la realtà effettiva.
In pratica, non fu tentato un progetto di economia “cristiana” che andasse oltre richiami generici all’etica o alla centralità dell’uomo senza ricadere – di fatto – nelle tesi alla von Hayek, Novak o Friedman che, poi, l’esperienza successiva dimostrerà fallimentari.
Un discorso a parte andrebbe fatto per i marxisti.
Non vedono che la principale previsione di Marx si realizza con la crisi del 1929; non vedono che lo Stato emergente dalla grande depressione, dopo la seconda guerra mondiale e i dibattiti che ne seguirono, superava la condizione di sovrastruttura; non capiscono che il tipo di capitalismo sperimentato negli anni ’60 e ’70 sta portando al potere le classi produttive, spiazzando proprietari e rentiers, trasformando gli operai in classe media; si illudono che il capitale finanziario degli investitori istituzionali possa portare benefici nei rapporti di forza interni alle imprese industriali; non trovano un’alternativa alla concezione quantitativistica della moneta.
Eppure c’era stato un Antonio Gramsci che poteva venir riletto alla luce di quanto stava accadendo non solo a livello economico, ma soprattutto politico e culturale, in termini di una visione del mondo capace di porre al centro della società la legalizzazione di un confronto fra le classi sociali che superasse uno scontro a senso unico dove i produttori venivano sistematicamente sacrificati rispetto agli interessi dei centri del potere finanziario, delle grandi concessionarie dello Stato, dei privatizzatori delle utilities collettive.

Una prospettiva perduta, un’opportunità che si presenta

Nel corso degli anni ’70 si era, dunque, aperta una finestra che prevedeva la possibilità di andare oltre il modello keynesiano, migliorandone la limitatezza in ambito prettamente nazionale e la scarsa considerazione per gli effetti del progresso tecnologico. Questa prospettiva è andata perduta in quanto – almeno dal punto di vista dei modelli e dei paradigmi – si è andati indietro: l’euro è stato trattato come se fosse oro, il dollaro è stato gestito come moneta sovrana, ma solo per favorire speculazioni finanziarie e inutili guerre; l’approvvigionamento di risorse ai ricchi (a scapito dei poveri e delle classi medie) provenienti dai tagli alle spese ed alle tasse – quando realizzati – ha solo ampliato gli investimenti finanziari e non quelli produttivi perché la prospettiva di profitti era asfittica essendo stati ridotti salari, stipendi, occupazione, prospettive di consumo.
La tesi che si vuole sostenere in questa sede è che una nuova finestra si stia aprendo dopo il 2011.
Le banche centrali possono stampare migliaia di miliardi di euro e di dollari (o l’equivalente in titoli a basso tasso d’interesse) per fronteggiare le esigenze di liquidità delle banche che, con i derivati ed altre pratiche, avrebbero distrutto centinaia di migliaia di miliardi di risparmi; la proposta di aiuti illimitati alle banche stesse, garantiti dalla FED e poi accettati dalla BCE, dimostra – oltre ogni ragionevole dubbio – che non c’è, nel nostro tempo, un limite alla monetazione: allora il concetto di quantità di moneta risulta per lo meno inutile.
Nella misura in cui il venir meno del limite alla monetazione viene accettato dagli operatori esso non determina inflazione perché è altrettanto illimitata la quantità di beni e di servizi che si possono produrre.
Ovviamente, si tratta di un’opportunità che l’umano dovrebbe giocarsi con intelligenza.
Ma il punto cruciale da sottolineare è che il problema dell’economia non è il debito, bensì lo sviluppo il cui tasso superi quello dell’interesse sui titoli; se il debito rimane costante in quantità, la sua dinamica dipende dall’interesse e se il reddito del debitore cresce a un tasso superiore non vi sono problemi. Attualmente, la tendenza ad offrire titoli a tasso di interesse inferiore all’inflazione (il che comporta l’equivalenza tra mezzi finanziari e moneta di base), sposta l’enfasi dalla sostenibilità del debito all’incremento del reddito.
I problemi, invece, sono altri due.
Primo: chi-cosa-come assicura che la migliore tecnologia (quella che fa risparmiare risorse umane e naturali) venga effettivamente introdotta nei processi e non accada il contrario, vale a dire che venga utilizzata la tecnologia più compatibile al mantenimento degli equilibri di forza esistenti tra i poteri prevalenti?
Secondo: dopo decenni di precarizzazione ed emarginazione di intere generazioni dal mercato del lavoro, come si fa a colmare il vuoto di istruzione e di professionalità per chi non ha potuto o voluto inserirsi?
Entrambe le risposte hanno un filo comune: il ripristino di un’autorità statale o nazionale che provveda a fornire almeno un reddito (nei limiti della disponibilità delle tecnologie di ciascun Paese ad assicurare una determinata quantità di beni e di servizi) ai disoccupati e agli inoccupati e che sappia eliminare i vincoli arbitrari all’introduzione delle tecnologie disponibili e necessarie. Entrambe le cose richiedono una riscoperta della politica e della sua funzione, evidentemente.
La politica dovrebbe quindi rifondarsi a partire dalla richiesta del ripristino di una moneta sovrana e di un’autorità capace di superare i particolarismi dei poteri forti.
La storia ha sempre dimostrato che, quando sorge una leadership adeguata, i cosiddetti poteri forti – dopo le iniziali prevedibili resistenze – finiscono per accettare la situazione. Mentre l’incapacità delle maggioranze, delle minoranze attive e dei leader politici di prevalere sulla miopia dei poteri particolaristici porta sempre alla catastrofe generale.

IL FUTURO DELL’EURO

In tutto ciò si inserisce la problematica della moneta comune in Europa. Si tratta di una vicenda che nasce su un terreno “ambiguo”: da una parte la visione antiamericana e, quindi, anti-dollaro che affonda le sue radici in epoche addirittura precedenti i primordi degli accordi della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, anni ’50); dall’altra la saldatura tra i paradigmi liberisti ed il “patto” tra Germania e Francia (peraltro a danno dell’Italia e di altri pur meno minacciosi Paesi mediterranei).
I paradigmi liberisti anti-keynesiani sono questi: contenere la spesa pubblica per contenere le tasse e liberare risorse dei privati da destinare alla ripresa; qualunque progetto di sviluppo, per avere successo, deve per prima cosa riequilibrare i conti pubblici; l’equilibrio della bilancia dei pagamenti è responsabilità di ciascun Paese che deve ridurre i costi per esportare di più.
Tutte e tre queste affermazioni sono storicamente e teoricamente false. Infatti, se c’è ripresa, la spesa pubblica può venir contenuta (a patto che permanga una politica monetaria adeguata allo sviluppo stesso); ma se la ripresa non c’è, non basta ridare risorse ai privati perché da un lato la classe media, se riceve abbuoni tributari, non può tuttavia consumare di più in quanto deve spendere ancora di più per compensare gli effetti riduttivi sulla quantità e/o sulla qualità dei servizi pubblici; d’altro canto i “ricchi” non investono, non intravvedendo opportunità di profitto in mancanza di ripresa.
Anche le politiche “lacrime e sangue” (ovvero: prima il risanamento dei conti pubblici, poi seguirà la ripresa) non funzionano proprio perché la teoria economica e l’esperienza hanno entrambe dimostrato come la spesa dello Stato vada o possa andare al contrario rispetto ai cicli dell’economia, raccogliendo più risorse tributarie ovvero riducendo il suo impegno quando c’è la ripresa; viceversa, se si tenta di contenere la spesa pubblica quando c’è crisi, si peggiora la situazione economica e, in prospettiva, diminuisce il gettito tributario e si sottopone la spesa sociale a maggiori tensioni.
Infine, è agevole sostenere un equilibrio dei conti con l’estero che parta dal disavanzo commerciale del Paese leader di una certa area (ad esempio gli Stati Uniti), agevolmente assicurato dalla regolazione degli scambi stessi nella moneta sovrana del leader; ovvero un equilibrio che preveda l’esportazione delle sole eccedenze dei Paesi in parità di condizioni (e ciascuno con la sua moneta sovrana); mai, tuttavia, un equilibrio in cui ciascuno cerchi un avanzo a scapito dei partners.
La spiegazione di un’Europa miope e cieca, pertanto, può soddisfare in via approssimativa, ma non regge ad un approfondimento.

La privatizzazione dei servizi pubblici e delle imprese a partecipazione statale

Il Paese, in Europa, dove abbia, apparentemente, funzionato il modello liberista è la Germania per la semplicissima ragione che lì vi era un serio controllo sul sistema dei prezzi, le banche erano a servizio delle industrie, c’erano alti salari a fronte di acquisizioni tecnologiche continue (agevolate dal basso costo del denaro); in queste condizioni non era il modello liberista, ma quello “renano” a funzionare, basato com’è non su bassi salari e alti profitti, ma su alti salari ed elevata propensione agli investimenti garantita dal sistema bancario. Quindi, il contenimento della spesa pubblica avveniva in virtù della situazione di sviluppo. Ovviamente, ciò andava a scapito dei partners europei che dovevano chiedere alla Germania continue rivalutazioni del marco.
La situazione si risolse quando maturarono le condizioni per la riunificazione della Germania e la Francia nascose la propria contrarietà ad essa in cambio dell’euro che avrebbe fatto crescere i tassi di interesse in Germania riducendoli nel resto dell’Europa; ma perché l’accordo tra Helmut Kohl e François Mitterand avesse un senso, occorreva che la competitività delle realtà mediterranee (soprattutto l’Italia) venisse compromessa non solo da una moneta unica – che un singolo Paese non poteva svalutare – ma anche dalla privatizzazione dei servizi pubblici e delle imprese a partecipazione statale.
Vi è grande differenza, infatti, tra il proprietario tout court (lo Stato) ed il socio di maggioranza: quest’ultimo è tenuto ad assicurare un determinato rendimento ai soci di minoranza, così sacrificando una politica di allargamento strategico seppure a condizioni di mercato. Non si sta qui, infatti, parlando di imprese statali che investono a prescindere dalla produttività (vale a dire sistematicamente in perdita, in quanto, ad esempio, si giudica di vitale importanza nazionale la permanenza o gli sviluppi in un determinato settore o comparto), ma di imprese a partecipazione statale che possono essere di tre tipi: 1) senza soci di minoranza, ma tenute a rispettare condizioni di economicità e vincolo di bilancio (si tratta di realtà che hanno, come obiettivo, la massimizzazione dello sviluppo a condizioni di mercato, corrispondenti al pareggio tra il ricavo e il costo dell’ultimo pezzo approntato: massimo impegno di risorse e massimo profitto totale); 2) con soci di minoranza che stanno lì per chiedere una determinata remunerazione (più elevata di quella obbligazionaria) e che, quindi, vogliono contenere l’impiego di risorse e gli investimenti o nei limiti di un determinato obiettivo finanziario o finché l’ultimo pezzo prodotto non veda la massimizzazione tra ricavo e costo; 3) con soci di minoranza finalizzata, a) alla valorizzazione del capitale conferito, b) a sostenere – con dovuti controlli e nell’ambio di strategie condivise – la realizzazione di progetti.
Come è facile capire, solo i casi 1) e 3b) sono compatibili con gli obiettivi di uno Stato costituzionale che voglia far crescere la quantità/qualità di beni e servizi disponibili e l’occupazione produttiva. Ciò spiegherebbe la gran richiesta di revisioni costituzionali finalizzate, appunto, alla rinuncia ad uno Stato che abbia obiettivi di natura politico-sociale; richiesta avanzata anche in ambito europeo per corroborare le stesse privatizzazioni.
Il caso 1) aveva fatto grande l’Italia fino a tutti gli anni ’70; ma gli accordi “europei” prevedevano una sua sostituzione coll’ipotesi 2) o, addirittura, 3a) fino alla completa privatizzazione.
Forse un futuribile potrebbe essere la crescita del modello 3b) grazie a un diverso rapporto tra pubblico (che si riappropria di moneta sovrana) e privati che si attrezzano per realizzare obiettivi sociali nell’ambito di una gestione dell’economia che comprenda – ovviamente – anche la loro remunerazione.
Questo ragionamento può sembrare strano se si parte dal luogo comune che l’obiettivo dell’impresa (privata) consista nella massimizzazione del profitto; obiettivo “massimo”, appunto, che in quanto tale non spiega nulla a differenza dell’obiettivo “minimo”, la cui definizione consente di identificare la stabilità strutturale del modello di cui si sta parlando.
Se l’obiettivo “minimo” dell’impresa è un profitto non inferiore al rendimento reale delle obbligazioni pubbliche, come mai il 90% delle imprese italiane – ad esempio – non lo raggiunge quasi mai (fatto salvo quel 10%, e non è poco, di alti profitti o/e di alta evasione)?
Cosa spinge 4 milioni di titolari di imprese che non fanno profitto a rinunciare a disinvestire per vivere di rendite obbligazionarie?
Evidentemente un obiettivo diverso rispetto al profitto: visto che non lo realizzano da tempo e non hanno fiducia in una ripresa a breve/medio termine. Controllare risorse reali, nelle nostre società, è più importante (in termini di ruolo e di funzione) rispetto al mero possesso di attività finanziarie pur remunerative: darsi un’occupazione, prometterla ai congiunti, essere qualcosa di produttivo.
Vengono in mente due cruciali circostanze nella storia del mio Paese.
La prima. A Caporetto, durante la prima guerra mondiale, i soldati italiani – in gran parte contadini – disobbedirono ai loro superiori e riuscirono a riparare oltre il Piave; se non avessero disobbedito, gli Austrotedeschi li avrebbero circondati e, forse in 500.000, li avrebbero deportati, mettendo fine al conflitto. Invece, disobbedendo, essi posero le basi di una riorganizzazione dell’esercito stesso che poi riuscì ad avere la meglio sugli avversari.
La seconda. Il citato accordo franco-tedesco per la moneta unica prevedeva un forte ridimensionamento delle capacità produttive italiane (in un’ottica di equilibrio basata sulla sopravvivenza dei Paesi mediterranei come aree di mero consumo), ma gli imprenditori italiani – soprattutto di piccole dimensioni – non ostante quanto si era fatto per agevolarne la scomparsa (banche crudeli, pubblica amministrazione ostica, smantellamento della domanda pubblica) hanno continuato a produrre, rendendo il complotto europeo – che stava dietro la moneta unica – non del tutto completabile.

Come può salvarsi l’Europa

La Francia registra l’impossibilità di frenare la devastante competitività della Germania e l’euro è destinato a esplodere oppure a vedere tutti i Paesi interessati attorno a un tavolo per cambiare le regole attuali, fare un’Europa che guardi al Mondo, entrare in un’era diversa.
In occasione delle tornate elettorali in Francia (fine primo semestre 2012) e in Germania (dopo), i partiti di sinistra (anche l’italiano) hanno cominciato a sollevare il tema (era ora!) di una priorità dello sviluppo rispetto all’austerità.
Per dirla tutta, l’austerità possibile (e, al limite, auspicabile) è quella che avviene grazie allo sviluppo; l’altra, quella che si vuole imporre prima o a prescindere dallo sviluppo è solo destabilizzante a tutti i livelli. Ma non basta tale richiamo: occorrerebbe – per tornare ad essere credibile – che la sinistra si smarcasse totalmente dalla logica del rigore inattuabile e pericoloso del FMI e della destra europea antipopulista in contrapposizione all’apparente espansionismo finanziario a senso unico (solo a vantaggio delle banche) che isola e impedisce (almeno per ora) gli unici investimenti necessari per lo sviluppo, quelli reali.
Il male maggiore è rimanere in Europa così com’è (per quanto tempo senza utili cambiamenti e a quali costi economici e sociali?); il male minore è uscire dall’euro; il bene sarebbe restituire un ruolo vero alla politica e definire i contorni economici della sostenibilità – anche ambientale, ma non solo – dello sviluppo. Tra l’altro, inserendo, al posto del devastante ESM (European Stability Mechanism), un qualche criterio di riequilibrio delle bilance commerciali: l’Europa si salverà quando i leader comprenderanno la differenza tra l’applicazione di meccanismi finanziari automatici che aumentano gli squilibri e l’instaurazione di meccanismi differenziali di effettivo riequilibrio. Risulterà da approfondire, forse, un’armonizzazione fiscale (anche in termini di progressività delle imposte) che attenui – senza stravolgere – gli effetti socialmente indesiderabili degli eccessi di competitività (ovviamente, senza indulgere al suo contrario: vale a dire il prevalere delle logiche assistenzialistiche). Ma se il Regno Unito non sarà di ostacolo (perché si è già chiamato fuori!), la Germania potrebbe continuare a pretendere il rispetto delle regole (del mercato, quindi dello squilibrio) solo come via maestra per mettere fine all’esperienza dell’euro…

La decrescita “felice”: una soluzione?

In tutto ciò avanza la tesi della decrescita felice. Il punto di partenza è accettabile…né i soldi, né – quindi – il PIL fanno la felicità; ma figuriamoci senza!
E’ vero – come sostengono Latouche ed i suoi numerosi seguaci – che molta parte del cosiddetto PIL è costituita da malattie, incidenti, disastri vari che, se non ci fossero, genererebbero un PIL inferiore. Ma non è detto che la soluzione indicata dai decrescionisti sia praticabile o auspicabile.
Infatti, un conto è cercare un indicatore (di benessere, di felicità) più adeguato del PIL e un altro conto non riflettere sulle conseguenze della decrescita: ad esempio, si può calcolare che – in Italia – in condizioni di idilliaco rapporto con la Madre Terra e relativa minimizzazione dello sviluppo industriale, potrebbero vivere o sopravvivere solo 15 milioni di persone.
Dove metteremmo gli altri 45? Forse potrebbero migrare verso territori scarsamente popolati; ma, si sa che il “progetto” dell’ambientalismo più avanzato – quello facente capo alle teorie di Aurelio Peccei, del Club di Roma, del WWF e altri illuminati – prevede, auspica e si regge su un’ipotesi di riduzione ad un terzo dell’insieme degli attuali abitanti del pianeta.
Se non si prevede, altresì, che i circa 4 miliardi in “esubero biologico” vadano su qualche lontanissimo pianeta, resta un fatto evidente (che chiunque abbia viaggiato nei Paesi poveri della Terra ha potuto osservare): la gente non scompare, non muore…vive male senza sviluppo e inquina di più di quanto non farebbe se – invece – ci fosse un sano sviluppo.

La scelta del paradigma: quello liberista?

Riassumendo: oggi abbiamo a disposizione almeno tre paradigmi con le loro relative soluzioni.
Il primo – quello liberista – ha dominato la scena per oltre trent’anni fino all’estate del 2011, e sarà ricordato come la causa di tutti i mali che, attualmente, affliggono l’umanità, persino nelle aree che, una volta, erano considerate altamente sviluppate; esso si è rivelato insostenibile, non potendo risolvere la contraddizione tra vittoria dei più forti e sconfitta dei migliori.
Da una costola del liberismo è emersa la soluzione della finanza speculativa: lo sviluppo in primo luogo, ma con i conti pubblici in ordine; tuttavia, l’esperienza ci aveva dimostrato che i conti pubblici possono risultare in ordine solo dopo che lo sviluppo abbia raggiunto risultati ragguardevoli in termini occupazionali. Il merito di questo sub-paradigma – apparso prepotentemente dopo l’estate del 2011 – poteva essere l’abbandono delle politiche “lacrime e sangue”; ma così non è avvenuto.
Oggi il pianeta è inondato di trilioni di mezzi monetari “equivalenti” (moneta, anche virtuale, e titoli a tassi di interesse inferiori a quelli dell’inflazione); occorre quindi recuperare – anche ai fini della ripresa e del sostegno dei reddito, non solo delle esigenze di liquidità delle banche – la possibilità di fornire mezzi di finanziamento nei limiti delle potenzialità di crescita (invece di aspettare, come hanno predicato i liberisti ed i monetaristi, l’accumulo delle risorse necessarie per avviare la ripresa).
Il secondo paradigma, quello ambientalista neo-malthusiano – negando la principale equazione dello sviluppo, vale a dire che l’introduzione delle tecnologie può ridurre l’uso di risorse pregiate o tendenzialmente scarse e l’emissione di agenti inquinanti in misura più che proporzionale rispetto agli incrementi del prodotto – ha agevolato l’inquinamento del pianeta: perché ha frenato l’introduzione delle tecnologie più avanzate senza ottenere l’alternativa che vagheggiava.

L’ipotesi postkeynesiana

Il terzo paradigma (postkeynesiano, marxiano e cristiano) richiede attualizzazioni e puntualizzazioni che riguardano la moneta sovrana, l’ambiente (e il controllo politico non esoterico della tecnologia), il commercio internazionale, la dimensione sovra-nazionale che non deve sfuggire ai popoli.
La definizione di standards internazionali del lavoro, della dignità (libertà) umana, dell’ambiente e della tutela della salute appare basilare; ma, a sua volta, presuppone che ogni popolo (nazione, etnia, fino alla dimensione del villaggio) sia messo in condizione di puntare ed ottenere la propria autonomia (sovranità) alimentare e riguardante tutta la produzione tradizionale e fondamentale. L’importazione deve divenire un criterio residuale e corrispondente, in valore, alla esportazione delle proprie eccedenze, una volta soddisfatta tutta la domanda interna.
Di qui la necessità di due monete: una locale, concreta e sovrana, basata sulla fiducia di chi la condivide e/o sull’autorità (statale, ma non necessariamente statale) che la emette, fino a saturazione delle esigenze interne; un’altra, internazionale, di conto o virtuale.
Quest’ultima – per evitare il ritorno all’oro, che sarebbe un regresso ed un limite per tutti, anche perché potrebbe stimolare una sua ricerca fine a se stessa – dovrebbe derivare da un paniere di monete sovrane proporzionato all’importanza economica di ciascun emittente locale ovvero alla quantità dei singoli disavanzi commerciali. Disavanzi, comunque, da evitare (se tutte le bilance fossero in equilibrio, la moneta internazionale non servirebbe, se non in casi eccezionali), ma gestibili con emissioni sovrane dei Paesi in debito che, così, obbligherebbero quelli in avanzo a comperare beni e servizi dalle aree momentaneamente meno efficienti.
La moneta sovrana garantirebbe un reddito “massimo disponibile” proporzionato alla capacità degli apparati produttivi e tecnologici interni di garantire il flusso di beni e di servizi richiesti; ciò urge, data la tendenza dei sistemi previdenziali a contribuzione a raggiungere tra pochi decenni l’insostenibilità sociale e l’esigenza di intervenire sul costo cosiddetto indiretto del lavoro. Così, la popolazione di ogni Paese avrebbe un reddito adeguato alla sua capacità produttiva e il costo del lavoro si ridurrebbe senza danneggiare chi lavora.
A tali condizioni, le tutele della salute e dell’ambiente non sarebbero più considerate un costo da minimizzare, ma un valore da massimizzare e la scelta delle tecnologie più appropriate propenderebbe verso quelle capaci di ridurre il più possibile l’impegno di risorse reali e fisiche ovvero l’emissione di agenti inquinanti. Infatti, se il costo finanziario dell’acquisizione delle tecnologie più efficienti (che riducono le quantità di risorse fisiche e di inquinanti per unità di prodotto) è inferiore a quello riguardante l’impegno delle risorse fisiche, vi sarà convenienza economica a migliorare le condizioni dell’ambiente. A questo punto, l’occupazione sufficiente è destinata a ridursi, ma il parametro di valutazione della sostenibilità del sistema coinciderà con la capacità dell’apparato produttivo di fornire i beni e i servizi richiesti.
L’euro potrebbe sopravvivere come unità di conto a livello europeo, contribuendo a calmierare il paniere delle monete nazionali sovrane ai fini della moneta o dell’unità di conto internazionale; tuttavia, potrebbe anche divenire una moneta sovrana e continuare ad essere utilizzata dagli stessi consumatori. In tal caso occorrerebbe che la delega degli Stati non fosse – come adesso – un abbandono (in quanto tale illegittimo e denunciabile) della sovranità monetaria, ma comportasse la possibilità, per un’istanza europea, di finanziare gli investimenti per la ripresa. Ciò sta già accadendo per le banche – tramite la stessa BCE – e, per la ripresa, potrebbe bastare il 10% delle migliaia di miliardi di euro che si stanno autorizzando dal 2012 e che continueranno a venir emessi finché non si imporrà una netta separazione tra i soggetti che forniscono il credito all’economia e quelli che esercitano attività speculative.
Il governatore della BCE, Mario Draghi, sostiene che tali migliaia di miliardi finiranno, in qualche modo, a finanziare anche la ripresa e l’economia; è possibile, ma occorre capire dove vanno a finire: nella migliore ipotesi, nelle tasche dei risparmiatori che, dopo essere stati ingannati sui miracolosi rendimenti dei titoli offerti loro dalle banche, recuperano, in tutto o in parte, i loro capitali; e, tra questi risparmiatori, occorre annoverare anche funzionari e dirigenti delle banche stesse che, grazie ai loro patrimoni, costituiscono una componente fondamentale di quella che alcuni esperti – addirittura del FMI (Zoltan Pozsar e Manmohan Singh) – chiamano “sistema bancario ombra”; allora, si potrebbe ipotizzare un sostegno per tale via ai consumi, ma bisognerebbe vedere se si tratterà di un incremento netto o di un mero recupero. Per ora, i dati sul PIL e sui consumi non lasciano intravvedere grandi riprese. Staremo a vedere, ma il futuro è già cominciato: le banche centrali stampano moneta (per scopi che non sono i migliori) e non si genera inflazione. Il Re è morto: viva il Re!
In alternativa allo stesso euro, ciascun Paese potrebbe seguire la propria vocazione storica.
Per l’Italia, ad esempio, l’Africa, i Balcani, l’Egeo, il Mar Nero, la Russia, (e la potenzialmente ricchissima Siberia). Debiti degli Stati, abbandono dell’euro, denominazione in altre valute dei debiti commerciali sono piccoli e risolvibili temi; più complicato appare delineare un futuro all’economia reale, visto che la molla capace di muovere i produttori non risulta più – a parte casi importanti, ma, tutto sommato, eccezionali – il profitto. Tale molla sembrerebbe il controllo delle risorse non finanziarie (destinate a raccogliersi sotto l’etichetta del “basso costo”).
Se ciò è vero, la politica è destinata a ritornare al centro del dibattito democratico: come definire i limiti di esercizio del potere dei cittadini allo scopo di evitare che la titolarità del controllo di risorse instauri situazioni di sudditanza, addirittura più subdole di quelle del danaro?
L’umanità è oggi dotata di tre fondamentali strumenti di progresso: la democrazia; la moneta sovrana; lo sviluppo della tecnologia finalizzata al bene comune.
Ebbene, questa volta le connessioni reciproche tra questi tre strumenti (o poteri) ne determinerà il successo o, più esattamente, l’ambito – il livello – di praticabilità.
E nessuno potrà dirsi democratico senza sovranità monetaria o sarà in grado di affermare la sovranità della moneta trascurando il controllo dello sviluppo delle tecnologie.
I fatti di questa cosiddetta crisi ci stanno liberando dai vecchi feticci; basta vederlo, volerlo vedere. Di qui la necessità di una scelta che abbini la insostenibile negazione del bene comune (fatto di democrazia, sovranità della moneta, indirizzo delle tecnologie) e lo sforzo politico per organizzare le volontà degli uomini liberi.

(“Paradigmi a confronto” di “Economia democratica”, 28 giugno 2012)

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