24 ottobre 2011, Politica e società

Come si è rotto il blocco sociale berlusconiano

di Rinaldo Gianola

Ci sono cose che noi italiani non avevamo mai visto, nè sentito. Forse solo la mente geniale di Philip Dick avrebbe potuto immaginarle in questa triste, dolorosa pagina del ventennio berlusconiano. Solo la drammaticità della crisi italiana che rischia di destabilizzare tutta l’Europa per colpa di «bunga bunga Berlusconi» come ha titolato ieri la Bild, il più diffuso giornale tedesco, può spiegare fatti clamorosi, quasi impensabili fino a pochi mesi fa. E come se un mondo intero si fosse ribaltato, è tutto il contrario di prima. I fedelissimi sono scomparsi, la claque si è spenta, gli alleati scappano, restano solo Ferrara&Minzolini, temerari guerrieri della prima serata Rai, a guardia del premier e della sua maggioranza sempre più fragile. Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia afferma: «Siamo stufi di essere lo zimbello internazionale quando portiamo le nostre merci all’estero…», e invita il governo ad «andare a casa, non ho paura a dirlo». Un sindacalista più che moderatomcome Raffaele Bonanni dice che «abbiamo bisogno subito di una svolta». L’ex democristiano Beppe Pisanu: «Il Paese non è mai stato così a rischio». Protestano gli agricoltori, i commercianti sono furibondi, gridano i professionisti e le partite Iva, che si sentono traditi, colpiti nei loro interessi, nelle loro speranze da chi li aveva conquistati con promesse e sorrisi, barzellette e strizzatine d’occhi. Berlusconi è alla fine, qualunque sia la sua volontà, oggi è abbandonato dal suo blocco sociale, dal suo enorme, magmatico bacino elettorale. Se ne vanno le imprese, si lamentano lavoratori e pensionati, gridano giovani e precari. Soffre e non ha nemmeno la forza di reagire il mitico ceto medio, fatto a pezzi, “proletarizzato” secondo le analisi dei sociologi, proprio dalle stangate di Berlusconi. È la conclusione di una lunga stagione, che Berlusconi vorrebbe protrarre fino al 2013, quasi a voler chiudere con la naturale scadenza del voto la sua epoca di governo per poi ritirarsi come uno statista. D’altra parte il presidente del Consiglio si è proposto come «l’erede di De Gasperi» e si è ispirato, come azzardò all’alba della sua discesa in campo, «a Einaudi, il mio modello».
Ma probabilmente non ce la farà.
Avrà il suo 25 luglio, come merita, consumato giorno dopo giorno, abbandonato e tradito da sostenitori ed elettori, dalla sua corte, dai suoi Tarantini impresentabili. Non c’è stata alcuna rivoluzione liberale, nessuna riforma di mercato. Niente liberalizzazioni, nessuna modernizzazione istituzionale, zero riforme fiscali. La destra ha messo e mette le mani nelle tasche degli italiani dopo aver vinto le elezioni promettendo milioni di posti di lavoro e un Nirvana delle tasse per tutti. C’è da chiedersi come sia stato possibile, come hanno potuto gli italiani credere a tutte queste balle. Con Berlusconi ha trionfato la rendita (“parassitaria”, avrebbe detto persino l’avvocato Agnelli), hanno fatto festa i gangster dell’evasione e dei capitali all’estero, hanno goduto i furbi, hanno vinto i miliardari, quel 10% di famiglie che possiede metà della ricchezza nazionale. La storia politica iniziata nel 1993 all’ipermercato di Casalecchio di Reno, tra gioiose mortadelle e la promessa di «un nuovo miracolo italiano», si sta esaurendo. Il senso della fine imminente è più chiaro in chi ha creduto in Berlusconi, mentre sperano nella svolta chi ha praticato faticosamente l’opposizione, chi ha contrastato in minoranza la linea “culturale” del fondatore di Mediaset che da “Drive In” arriva direttamente e coerentemente all’ingaggio delle escort. Non si scappa, tutto si tiene. L’Italia, la solita Italia è forse pronta a cambiare cavallo. Ma si può far finta di niente? Si può stare tutti insieme solo perchè non ne possiamo più di Berlusconi? L’opposizione al premier non può ridursi a una melassa consociativa dove tutti fanno gli eroi. Bisogna distinguere, per non ripetere errori. Ci ricordiamo bene delle Assise confindustriali di Parma nel 2001, con migliaia di imprenditori che si spellavano le mani per Berlusconi e le sue illusioni. Ricordiamo altrettanto bene quando Tremonti correva alle assemblee della Confcommercio, quella di Billè, organizzazione che il ministro definiva «il mio azionista di riferimento». E giù risate, applausi conniventi. E ancora il presidente Marcegaglia è la stessa Marcegaglia che s’infilava nella cordata dei patrioti per salvare l’italianità di Alitalia? Non c’è niente da festeggiare anche se Berlusconi dovesse cadere domani, anche se lui e i suoi sodali dovessero scappare sotto il tiro delle monetine. L’Italia è talmente sfiduciata, delusa, appare come un paese così ingiusto e squilibrato che l’uscita di scena di Berlusconi potrebbe esser accolta solo con un sospiro. Poi bisognerà ricostruire tutto, un’altra volta.

(“L’Unità”, 21 settembre 2011)

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