18 marzo 2011, Cultura - Politica e società

Come si crea la memoria

Madrid 11 Mdi Benedetta Tobagi

Fondamentalmente, sono vacanze. Se andate fuori da una scuola per sondare gli umori studenteschi sul tema delle feste nazionali nel 2011, gli adolescenti lamenteranno depressi che il 25 aprile è Pasquetta e il 1° maggio è domenica (sospetto reazioni analoghe presso uffici pubblici e affini). Altro che 17 marzo. Dobbiamo avviare le solite geremiadi sulla “mancanza di memoria” e la crisi dell´identità nazionale, con annessi sondaggi allarmanti? se i giovani non sanno cosa è finito nel ´45 e che si è votato nel ´46, a cosa servono le feste nazionali? A rifletterci, però, sono proprio questi vuoti a dare loro un senso, se li guardiamo non come cavalieri dell´Apocalisse culturale, ma spazi da riempire. Le feste nazionali, con il loro armamentario – a volte kitsch, spesso discutibile – di cerimonie, articoli, discorsi, programmi tv, lezioni ad hoc, racconti di nonni nostalgici eccetera, sono, banalmente, il momento in cui molti ragazzi familiarizzano la prima volta con gli eventi fondativi della vita del Paese. Sono innanzitutto occasioni educative: Ciampi docet, con la vasta campagna comunicativa per la “riscoperta della patria” impostata attorno al 2 giugno. Se il carattere festivo rischia di buttare tutto in caciara, innesca però un felice riflesso pavloviano: vacanza = cosa molto buona. Certo, chi è più giovane e non sa molto di storia e politica può domandarsi se davvero si tratti di cose buone e importanti per tutti, confuso dalle polemiche che accompagnano ogni 25 aprile e dagli usi “creativi” del Tricolore proposti dalla Lega. Ma le contestazioni sono il pane quotidiano della democrazia, termometro di malumori profondi di cui tener conto. Obbligano a discostarsi dalla retorica e rinnovare le argomentazioni. Attraverso di esse ogni ragazzo (se accompagnato con intelligenza) può imparare come l´identità italiana sia attraversata da tensioni profonde, che i valori non sono tutti uguali né indifferenti e un Paese democratico deve imparare a gestire il confronto animato tra le “memorie divise” e può uscirne persino arricchito.
Repubblica, antifascismo, lavoro: le date scelte per sigillare la centralità fondativa di questi valori corrispondono non a caso al momento della loro affermazione dopo lotte e divisioni profonde che hanno lasciato, fisiologicamente, ferite durature: un combattutissimo referendum, la fine della guerra civile di Liberazione. Il primo maggio internazionale dei lavoratori uccisi nello sciopero di Chicago si trascina dietro addirittura il lezzo sulfureo della lotta di classe. Consacrarli con festa nazionale è un modo di sottrarre certi valori scritti nella Costituzione all´usura del tempo e tutelarli dalle aggressioni. Feste civili, dunque, anche come reti di protezione su pareti franose, o le barriere galleggianti per arginare gli sversamenti di petrolio (perché oggi certi principi e valori civili sembrano proprio dei cormorani impastati di catrame da ripulire amorevolmente piuma a piuma…).
Certo, preservare non basta, i valori vanno rivitalizzati. La lezione più bella arriva dai gruppi, per lo più di giovani, che si sono riappropriati del primo maggio, trattandolo giocosamente come un palinsesto su cui riscrivere l´agenda dei problemi del lavoro. Dalla prima edizione milanese del 2001, la MayDay Parade alternativa ai cortei ufficiali, espressione di lavoratori precari e autonomi, luogo di produzione controculturale, s´è diffusa nelle altre capitali europee, arrivando fino a Tokyo. La fantasmagoria dei loro carri e la spietata ironia dei Tarocchi di San Precario sono la migliore risposta a chi sostiene che le festività nazionali non possono essere altro che una morta gora di vuota retorica.

(“La Repubblica”, 17 febbraio 2011, pag.55)

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