13 dicembre 2012, Politica e società

Cinque sfidanti, un vincitore

di Curzio Maltese

Il vero vincitore del confronto televisivo è stato il Partito democratico che esce dalla campagna per le primarie con un’immagine nuova. Per il primo partito italiano, finalmente un’immagine moderna e perfino compatta. L’altra sera i cinque candidati erano o sembravano d’accordo su tutto o quasi, comunque molto di più di quanto immaginassero i cittadini abituati a considerare il Pd delle cento anime e altrettante correnti, in perenne rissa. Erano d’accordo contro, che è più facile. Contro Marchionne e il ministro Fornero, contro la rincorsa al centro di Casini, al quale soltanto Bersani ha lasciato aperto uno spiraglio. Ma erano d’accordo anche a favore, per esempio a favore delle unioni gay e di una riforma del mercato del lavoro per favorire l’inserimento di donne e giovani. Naturalmente rimangono le differenze e sono diverse le storie. Ma per la prima volta il Partito democratico ha dato l’impressione di aver finalmente identificato un common ground, un campo di valori condivisi da tutti, il comune denominatore che sembrava mancare ai tempi dei duelli rusticani fra Veltroni e D’Alema o degli scontri ideologici, soprattutto sul tema dei diritti civili, fra ex democristiani e post comunisti. Tanto che non si capisce perché Nichi Vendola ne rimanga ancora fuori. In fondo il radicalismo del governatore della Puglia è meno distante dalla linea di Bersani di quanto non lo siano le ali estreme del Labour o dei socialisti francesi e tedeschi dai rispettivi leader. Senza contare che dentro il Pd l’intelligenza politica e la passione di Vendola potrebbero avere effetti molto positivi.
Piaccia o meno, magari per demeriti altrui più che per meriti propri, il Pd è oggi l’unica realtà solida in un panorama di partiti devastato dalla crisi. È l’unica forza che assomiglia a un partito classico delle democrazie occidentali. Non è un partito padronale all’italiana, come tutti gli altri, i vecchi e incistati al potere e i nuovi presunti alternativi. Dall’Idv, dove Di Pietro
è il padrone di casa, alla lettera, al Movimento 5 Stelle, dove ormai Grillo sguinzaglia contro i dissidenti torme di avvocati a tutelare il marchio depositato, manco fosse la Nestlè o la CocaCola. Ma finora l’assenza di una personalità carismatica di demiurgo era vissuta dagli elettori come una carenza, l’indizio di una mancanza di personalità del Pd, simbolo di un indistinto spirito democratico che non era né questo né quello, né socialista né liberal, imprigionato nelle pesanti e in qualche modo inconciliabili eredità del Pci e della sinistra democristiana. Ma se perfino Tabacci riconosce i diritti civili degli omosessuali, se Vendola si apre alle ragioni della libera impresa, allora significa che esiste un’anima del Pd capace di imporsi ai singoli candidati e delimitare un territorio comune.
Certo, il Pd è stato molto favorito dal format del dibattito di Sky. Il confronto all’americana dell’altra sera sta a quella che sarà, si spera, la nuova politica esattamente come il talk show padronale degli ultimi vent’anni è stato ai partiti azienda e ai loro leader carismatici. Lo stesso Grillo sfrutta benissimo la simpatia dei conduttori per le personalità autoritarie. Vieta i talk show ai militanti perché sa di potervi andare quando e soprattutto come vuole, senza contraddittorio. Ma se si affermasse il modello Sky, sarebbe complicato anche per l’ultimo padrone della politica italiana rifiutare il confronto.
L’unico lato oscuro dello spettacolo democratico dell’altra sera è la reale possibilità dei candidati premier del centrosinistra di governare alla fine il Paese. La storia degli ultimi decenni è andata da un’altra parte. Dal ’92 a oggi abbiamo avuto soltanto due politici puri a palazzo Chigi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Il primo non è stato rimpianto da nessuno e il secondo si era presentato con la maschera del governo tecnico. Per il resto, da Berlusconi a Prodi, da Ciampi a Monti, si è ormai affermata l’idea che la politica non sia più capace in proprio di esprimere uomini di governo come nelle altre democrazie. Fra tutte le anomalie del sistema politico italiano, questa è la più difficile da risolvere. Diciamo la verità, la più motivata.

(“La Repubblica”, 14 novembre 2012)

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