9 maggio 2018, Cultura - Politica e società

Cinquant’anni fa il maggio francese

di Giulia Guazzaloca

Cinquant’anni fa la Francia tornava ad essere teatro della «rivoluzione»; non c’erano i sanculotti, gli anti-borbonici, i «banchetti» operai, ma Parigi era di nuovo invasa da migliaia di manifestanti al grido di «liberazione» e «contestazione». Liberazione dall’autorità e dalle gerarchie all’interno della famiglia, dell’università e dei luoghi di lavoro; contestazione dei partiti tradizionali e delle strutture della democrazia rappresentativa, delle discriminazioni legate alla razza, al sesso, alla classe sociale, degli stili di vita imposti dalla nuova società dei consumi. Quel maggio a Parigi costituì l’apice e il simbolo della ribellione giovanile; probabilmente senza il «maggio francese» il Sessantotto e l’immagine che ne è giunta fino a noi non sarebbero stati gli stessi. Fu a Parigi infatti che il movimento di contestazione studentesca apparve più simile ad una vera e propria «rivoluzione»: i giovani divennero il detonatore del malcontento della società tutta, scioperi, cortei, occupazioni e barricate arrivarono a paralizzare il paese e a far vacillare il sistema della Quinta Repubblica.

Tutto era partito da Nanterre, l’ateneo alle porte di Parigi, già scosso da incidenti e proteste nell’autunno precedente, dove nacque il «movimento del 22 marzo» guidato da Daniel Cohn-Bendit. La miccia che fece esplodere l’incendio fu la proposta del governo gollista di introdurre meccanismi di selezione per l’accesso all’università; ma fu solo una miccia, quasi casuale, perché già dal 1967 gli studenti erano in fermento in gran parte d’Europa e quelli americani avevano dato vita a movimenti per i diritti civili e contro la guerra in Vietnam fin dalla metà degli anni Sessanta. Chiusa dalla polizia l’Università di Nanterre dopo 40 giorni di occupazione, il 3 maggio le proteste scoppiarono alla Sorbona, deflagrando in scontri, violenze, barricate che per un intero mese tennero sotto scacco il Quartiere Latino. Il 13 i sindacati proclamarono lo sciopero generale per protesta contro la «repressione poliziesca» dei giorni precedenti e le politiche del presidente Charles De Gaulle; ormai il «maggio francese» non riguardava più solo gli studenti, la contestazione si era estesa ad operai, giornalisti, funzionari pubblici, insegnanti e la Francia stava precipitando nel caos. Il 24 maggio fra i 9 e i 10 milioni di francesi erano in sciopero o impossibilitati a lavorare a causa degli scioperi; il giorno successivo si ebbero i primi due morti dall’inizio degli scontri. Ad uscire profondamente compromesso era non solo il potere, ma anche la leadership carismatica di De Gaulle, che per la prima volta si trovò nella necessità di richiedere ai cittadini un esplicito consenso al suo operato. E lo ottenne. Prima negoziò coi sindacati gli accordi di Grenelle per spezzare il fronte dell’opposizione, poi il 30 maggio annunciò via radio, con parole ferme e incisive, lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni. Un mese più tardi, il voto sancì un vero e proprio trionfo per il partito gollista, che ottenne il 40% delle preferenze e la maggioranza assoluta dei seggi. La ricreazione – come ebbe a dire il generale – era davvero finita.

Dopo Parigi sarebbero venute Praga, ad agosto, con l’invasione delle truppe del patto di Varsavia per spegnere l’esperimento del «socialismo dal volto umano» di Alexander Dubček, e Città del Messico, a ottobre, con il massacro dei manifestanti a Piazza delle Tre Culture a pochi giorni dall’inizio dei Giochi olimpici. Ma per tutti – i protagonisti di allora e le generazioni successive – il Sessantotto sarebbe rimasto quello del «maggio francese»; raffigurato non tanto dalle barricate e dagli scontri di piazza, quanto dagli slogan impressi sui muri delle università parigine, testimoni e messaggeri delle inquietudini dei giovani. Tutto il Sessantotto, fenomeno ampio, transnazionale e complesso, si può dire che sia riassunto lì, nelle parole d’ordine degli studenti francesi: «l’immaginazione al potere», «vietato vietare», «ogni potere è un abuso», «niente esami», «chiedete l’impossibile». Utopia, anti-autoritarismo, pacifismo, idealismo, rottura generazionale furono i tratti comuni e distintivi di un movimento che, al di là dei caratteri peculiari assunti nei vari paesi, vide dappertutto protagonisti i giovani, la cosiddetta «baby boom generation», e per la prima volta diede la misura di un mondo ormai diventato «villaggio globale», nel quale idee, informazioni, slogan e correnti di pensiero attraversavano liberamente i confini tradizionali.

Da Berlino a San Francisco, da Bilbao a Trento, da Città del Messico a Parigi, il Sessantotto fu ovunque una fiammata improvvisa, in taluni casi violenta, che portò alla ribalta la generazione figlia della «società del benessere»: la prima del XX secolo a non aver conosciuto il dramma della guerra e della scarsità alimentare, una generazione che già nel corso degli anni Sessanta era riuscita, attraverso la musica, l’abbigliamento e stili di consumo specifici, a dare di sé un’immagine pubblica distinta (e antagonista) da quella degli adulti. I giovani della contestazione rigettavano non solo l’autorità tradizionale, il consumismo di massa e il sistema capitalistico, ma anche il comunismo sovietico, la contrapposizione bipolare e la leadership dei partiti tradizionali, compresi quelli che si richiamavano al marxismo imputando loro l’imborghesimento e il tradimento della lotta di classe. Affascinati dalla Teologia della Liberazione e dai movimenti di liberazione anticoloniale, sognavano un mondo autenticamente «libero» e «giusto», senza più guerre né discriminazioni, chiedevano un sistema di «democrazia partecipativa» fondata sull’assemblearismo e sulla collaborazione di tutti alle decisioni. Ma nell’immediato nessuno dei cambiamenti radicali auspicati dai giovani si realizzò, e quasi ovunque la fiammata si spense altrettanto in fretta di come era venuta.

Molto a lungo schiacciato fra il suo «mito», spesso portato avanti dai protagonisti di allora, e l’«antimito», evocato da quanti hanno visto un rapporto diretto di filiazione tra il terrorismo degli anni Settanta e la contestazione studentesca, il Sessantotto fatica ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, a trovare una qualche «pacificazione» all’interno del discorso pubblico. Innanzitutto perché è difficile valutare appieno gli effetti di un «movimento», per sua natura fluido, magmatico, di breve durata; poi perché, privo di un progetto compiuto e definito, produsse semmai stimoli e sollecitazioni più che proposte concrete, dimostrando però anche le fragilità del «sistema» a cui si opponeva; la letteratura sull’argomento, estremamente abbondante, è dispersa in diversi filoni – dalle analisi sociologiche a quelle politologiche, dai ricordi dei protagonisti alle ricostruzioni degli storici – sicché risulta difficile trarne un bilancio univoco.

Pur non avendo cambiato il mondo come speravano i giovani della contestazione, il Sessantotto lo lasciò molto diverso da prima: diverso per quel che riguardava il sistema educativo e il mondo del lavoro, le relazioni sociali e interpersonali, le forme di convivenza e il rapporto tra i sessi. Aprì la strada ai movimenti per l’emancipazione femminile e a una concezione attiva della cittadinanza, portò alla ribalta temi rimasti fino a quel momento nell’ombra, dal pacifismo all’antirazzismo, dalla lotta alle discriminazioni ai problemi ambientali. Fu, insomma, una «rivoluzione culturale», lenta e profonda come lo sono tutti i mutamenti che hanno a che fare con la mentalità, i valori, i costumi e gli stili di vita. C’è chi ha assimilato il «maggio francese» alla «rivoluzione di velluto» dell’89 cecoslovacco e alle «primavere arabe» del 2011; rivolte che hanno seppellito il vecchio mondo sotto una coltre di disprezzo e senza eccessi di violenza. A Parigi, cinquant’anni fa, si chiudeva (o cominciava a chiudersi) il mondo della ricostruzione e del boom economico e si apriva una nuova stagione che è quella arrivata fino a noi.

(www.mentepolitica.it , 5 maggio 2018)

Lascia un commento