9 aprile 2020, Cultura - Politica e società

Chiese difronte alle violenze di genere

Giancarla Codrignani*

L’impresa di portare all’attenzione dell’opinione pubblica cattolica la violenza “di genere” è una scelta più necessaria che importante, sia perché non si parla mai abbastanza di questa autentica piaga sociale, sia perché proprio il cattolicesimo, senza escludere le altre confessioni, è storicamente responsabile di avere introiettato il patriarcato originario e di aver insegnato – e, pur in modo diverso, di continuare ad insegnare – una morale viziata dai pregiudizi sessisti assolutamente non cristiani.

Nel 2020 dovrebbe essere presupposto comune, per laici e Chiese, che la corporeità, la sessualità, la riproduzione, la famiglia, l’amore non sono state invenzioni delle religioni, ma evoluzione dell’inventiva del mondo nel suo diventare umano e nel sempre più compiutamente cercare di capire anche il dono (e il mistero) del divino. Per noi occidentali le concezioni in cui si esprime la fede cristiana trovano il loro fondamento nel buon annuncio evangelico, e tuttavia nel solco del processo di inculturazione legato all’ebraismo e alla classicità greco-romana, secondo i paradigmi culturali della storia. Erano entrambi intrisi di un patriarcato allora apparentemente innocuo e inavvertitamente definito “naturale”, che si è tramandato rovinosamente a danno di uno dei due ge neri, quello femminile. Eppure la contraddizione circa i voleri di un Dio che “crea l’essere umano, uomo e donna, a sua immagine” e la vergogna del levita femminicida e spietato di Giudici 19 è di assoluta evidenza: una donna, immagine di Dio come l’uomo, non ha diritto a possedere dignità e nemmeno vita, se finisce addirittura stuprata a morte e fatta a pezzi. Il mondo greco, d’altro canto, aveva la sua rivelazione nel mito politeista: le diverse potenze del divino, espressione anche della physis – la natura –, rispettavano i generi: l’Olimpo era composto da dodici divinità, sei maschili e sei femminili; peccato che Zeus divenne subito “padre e re degli uomini e degli dei”, fondando insieme il patriarcato e il potere gerarchico. Agostino, che aveva frequentato le scuole ellenistico-romane, non poteva più pensare secondo la via esemplare di Gesù, che in nessuna parte dei vangeli canonici menziona la famiglia, si perde a ragionare di sesso anche se andava a cena in una casa in cui non era vietato l’accesso alle prostitute e si lasciava toccare da una donna afflitta da perdite, una poveretta che nella società ebraica era doppiamente emarginata perché non solo era una donna inevitabilmente mestruata, ma per giunta superava i limiti.

Se oggi il cattolicesimo non consente il sacerdozio alla donna, per eleganza facciamo conto di non ricordare la ragione per cui la donna è impura e non può toccare l’altare (ma ne può lavare e stirare le tovaglie e disporgli sopra i fiori). Se in villaggi remoti del mondo esistono ancora le capanne per tenere le mestruate lontane dalla comunità per non contaminarla (ma da noi si conti- nua a dire che in certi giorni la mano della donna fa ingiallire le piante e impazzire la maionese), si colgono le ragioni dei patriarchi; un po’ meno quelle dei filosofi: ad Aristotele non fa impressione il ciclo, ma definisce – per giunta nei libri sia di fisica sia di metafisica – inferiore la donna che “per natura” è debole, fredda, umida, mentre lui, che è forte, caldo, secco, diventa il solo adatto a mostrare quella che i Romani chiamarono virtus. Che rende strana la parola “virtù” se può essere il vertice della moralità e insieme il valore del vir, l’uomo che fa la guerra e, quindi merita il potere. Le donne possono essere carine e perfino intelligenti, ma non c’è nulla da fare: sono nate così, è il loro sesso.

A dispetto dei filosofi, invece, rappresentano un genere in possesso di una storia parallela e diversa che non le rende ontologicamente migliori (per natura, se si vuole, l’umano resta sempre fornito di aggressività), ma produce effetti di modificazione del mondo a partire dall’essere custodi della vita e incompatibili con la violenza, anche se possono (quando vengono educate all’omologazione e diventano “soldate”) usarla. Per le donne la virtus non sarebbe mai stata la guerra. Tenerle alleate per imprese di pace? Certo, l’ha detto Giovanni Paolo II che “il genere non suo” possiede un “genio” specifico, ma lo riservava alla famiglia, escludendolo dall’autorità negli investimenti nella politica per secondare la pace e, tanto più, nella direzione dottrinale delle chiesa.

Antropologia? sì, antropologia. Ma anche colpevole eredità patriarcale che investe la nostra appartenenza religiosa. Anche per le altre confessioni, la cui storia ha dovuto superare le tradizioni affrontando il rischio dell’omologazione: l’ortodossia concede il matrimonio all’ordinato, ma non se vuole far carriera perché il matrimonio è vietato al vescovo; mentre, nell’ambito del protestantesimo, gli anglicani lo hanno esteso alla pastoralità e all’episcopato, senza discuterne il modello e a costo della migrazione dei misogini, che si sono “convertiti” (?) ad un cattolicesimo che li ha accolti superando il tabù dell’uxorato.

Per questo il problema del sacerdozio e anche del diaconato divide le donne: entrare nella macchina per ribadire la direzione di marcia? Marinella Perroni sostiene che per le donne il rapporto con la Bibbia e con la teologia comporta di ingaggiare un vero corpo a corpo »; forse, prima della condivisione del ministero sarà necessario il riconoscimento del magistero dottrinale delle donne. Che, dalla Bibbia delle donne alle Ribelli di Dio di Adriana Valerio, hanno tentato di dimostrare la perdita che la Chiesa infligge a se stessa disconoscendo i carismi femminili e mortificandoli perfino nell’immagine della madonna che, “vergine e madre”, non solo rappresenta il massimo della sublimazione (o della paura) maschile, ma conferma il ruolo voluto dal patriarcato.

D’altra parte i cattolici sono, forse più dei fedeli delle altre confessioni, analfabeti nella conoscenza della loro fede, come se la teologia andasse studiata solo per accedere all’ordinazione. Eppure oggi, mentre tutto sta cambiando, avanzano nuove perplessità sul senso istituzionale di questo clero, e perfino libri delle Edizioni San Paolo si pongono la domanda se la fede abbia ancora bisogno di preti. Papa Francesco sa bene che la Chiesa è “in uscita”; gli va dato atto di fare quello che può per superare il limite patriarcale, ma promette alle donne solo qualche posto autorevole in Vaticano. Poi ripudia il termine “femminismo” e manda le suore al Sinodo panamazzonico senza diritto di voto. Ha condotto coraggiosamente la lotta allo scandalo della pedofilia, ma non va a fondo sull’altro scandalo denunciato dalle superiore degli Ordini femminili: la violenza alle suore da parte di preti. Soprattutto non evangelizza i maschi. Adista non sta a rifare i conti con una tradizione che parte dal disconoscimento di un’altra Eva – peccatrice, ma di superbia per aver aspirato alla conoscenza di Dio – per finire alle consacrate molestate e violentate e alle laiche che vivono l’inferno in famiglia e finiscono uccise “per amore”, senza aver mai ricevuto risarcimento reale dalla loro Chiesa. Era già violenza patriarcale quella di Paolo che, enunciato il principio evangelico “non c’è né uomo né donna”, comandò che, “come la Chiesa obbedisce a Gesù, così la donna al marito”. Le responsabilità investono la Chiesa, ma dov’è la parrhesia del mondo cattolico? Anche se alcuni “Uomini in cammino” cercano di essere coerenti e si impegnano contro ogni forma di violenza sessista, non vi sono prese di posizione del laicato maschile che resta, come i clericalizzati, dentro l’omertà del proprio genere e non si indigna in quanto “popolo di dio” che chiede la “conversione del loro genere” ricusando una violenza che parte dall’amore, anche matrimoniale, che forza il consenso e arriva all’oltraggio perfino omicida della madre dei propri figli, prefigurazione di ogni volontà di guerra.

Bisognerà pure obbligare a passi concreti chi afferma che «Ognuno di noi è creato per amare e prendersi cura dell’altro (intende dire anche dell’altra?)… Pertanto, ogni scelta contraria alla realizzazione del progetto di Dio su di noi (evidentemente donne e uomini) è tradimento della nostra umanità e rinuncia alla “vita in abbondanza” offerta da Gesù Cristo. È prendere la scala in discesa, andare in giù, diventare animali…» (Discorso di papa Francesco ai partecipanti alla Conferenza internazionale sulla tratta di persone, organizzata dalla sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, 11 aprile 2019).

*Giornalista e saggista, Giancarla Codrignani è stata parlamentare della Sinistra Indipendente tra il 1976 e il 1987; è socia fondatrice e membro del Consiglio direttivo di Viandanti

(Adista documenti, n.12 del 28 marzo 2020)

La foto riproduce il dipinto di Girolamo Donnini, Sacrificio Girolamo Donnini (1681-1743), Sacrificio della figlia di Jefté (dipinto), foto della Fondazione Manodori.

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 796157 visite totali
  • 31 visite odierne
  • 2 attualmente connessi