22 luglio 2012, Cultura - Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Chiesa, dittatura e diritti umani.La resistenza non violenta di Pérez Esquivel

di Francesco Comina

Dios no mata, Dio non uccide, era la scritta che Adolfo Pérez Esquivel – pacifista argentino, vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1980, per la sua azione di opposizione alla dittatura argentina – aveva letto su un muro della cella dove venne rinchiuso nel 1977 dal regime militare che comandò l’Argentina dal 1976 al 1983. E Dio non uccide è il titolo della prima biografia italiana dedicata ad Adolfo Pérez Esquivel in uscita a fine mese per la casa editrice Il Margine di Trento (pp. 192, 16€). Il libro, scritto dal giornalista bolzanino Arturo Zilli, ricostruisce la storia e la vicenda politica di uno degli uomini simbolo della difesa dei diritti umani e della resistenza nonviolenta ai tiranni del nostro tempo. Pérez Esquivel sarà in Italia dal 30 giugno al 5 luglio (vedi box), su invito del Centro per la Pace del Comune di Bolzano, per presentare questo nuovo libro e per affrontare alcuni temi spinosi della situazione attuale di un mondo ancora dominato dalla violenza e dalla negazione dei diritti fondamentali della persona umana. Nei giorni scorsi Esquivel ha inviato una lettera durissima al presidente del Cile Sebastián Piñera denunciando l’atteggiamento di tolleranza manifestato dal presidente verso l’omaggio alla memoria di Pinochet e alla dittatura, che si è celebrato nella capitale Santiago: «Con sorpresa e dolore – ha scritto Esquivel a Piñera – apprendiamo che il tuo governo legittima un atto di omaggio ad Augusto Pinochet e al colpo di Stato dell’11 settembre del 1973, un fatto che ha inaugurato un periodo di oscurantismo e di dolore con un alto costo di vite umane».

Esquivel dice quello che pensa e fa quello che dice, come direbbe il suo amico Eduardo Galeano. Ha resistito alle calunnie, al terrore, alla tortura, alla prigionia. I suoi occhi hanno visto il male, le sue mani hanno toccato la sofferenza più inaudita. Ma Dios no mata, Dio non uccide. Solo la prepotenza, la sete di potere, l’estasi di dominio e la paranoia dell’ordine tirano Dio nelle pieghe dell’ideologia religiosa negativa, facendone un idolo della paura, della morte e della vendetta. Accadde proprio così in Argentina negli anni Settanta quando un regime (sostenuto dalla più importante democrazia occidentale, gli Usa) si proclamava pubblicamente tutore del cristianesimo e nel contempo affilava le leve taglienti di una delle macchine più spietate del Novecento. I tentacoli di questa civiltà cristiana allevata al culto del dio sterminatore perseguitò studenti, giovani, operai, contadini e anche l’altro versante della Chiesa, quella che aveva cercato di praticare l’opzione preferenziale per i poveri secondo lo spirito della Teologia della Liberazione. Insomma, il Cristo del sistema uccideva il Cristo del Vangelo. Due Chiese adoravano Dio in maniera totalmente difforme: da una parte quella schierata con i generali, fatta di cappellani militari e funzionari del sacro, che chiudevano gli occhi e a volte approvavano la persecuzione in atto; dall’altra, quella schierata con il popolo che veniva essa stessa repressa e uccisa come accadde alla comunità dei Piccoli fratelli del Vangelo di cui Esquivel era un compagno di viaggio e di martirio.

Ma Dios no mata, Dio non uccide aveva letto sui muri di una cella Esquivel nel 1977 quando venne scaraventato nel famigerato “tubo”, una prigione bassa, stretta e lunga due metri senza bagno, senza letto, senza nulla. In mezzo a tante scritte lasciate dai prigionieri torturati e probabilmente fatti sparire nei gorghi dell’oceano della memoria, ce n’era una che salvava Dio dalla furia sterminatrice dell’idolatria. Ecco come Esquivel ricorda quel momento in un passaggio del libro: «Restai come paralizzato, non potevo smettere di guardare né di sentire un tremore nel profondo dell’animo mentre le lacrime correvano sulle mie guance. Dios no mata, Dio non uccide, era scritto con il sangue. Una donna o un uomo, in quel momento limite della vita e della morte, nel dolore della tortura compì un atto di profonda fede e scrisse con il suo stesso sangue Dios no mata».

Esquivel, nonostante fosse già famoso, venne picchiato a sangue nelle celle dei maiali, torturato con le scariche elettriche, spaventato con i voli della morte dove altri giovani argentini furono scaraventati dall’aereo direttamente nell’oceano e dove si consumò una delle pagine più inquietanti della storia: la sparizione di 30mila persone (i desaparecidos) e lo sterminio di migliaia di oppositori. Resistette finché poté, con le unghie e con i denti. Confidando nel Dio delle beatitudini, il Dio che non uccide. Ed è grazie a quella fede in quel Dio del “tubo” che sopravvisse e ne uscì vincitore con il premio Nobel del 1980, che suonò portentoso come una condanna e una umiliazione per la dittatura argentina.

Una storia commovente, quella di Esquivel, che merita di essere consegnata ai più giovani perché sappiano quello che è accaduto pochi anni fa in un mondo ferito dalle ideologie di dominio asservite al puro interesse di mercato.

Il libro ha la prefazione della famosa pacifista austriaca Hildegard-Goss Mayr (moglie di uno dei grandi testimoni della resistenza francese, Jean Goss, che poi fondò il Mir, Movimento internazionale per la Riconciliazione). Hildegard è profondamente legata da vincoli di amicizia con Esquivel. Fu lei che mosse l’opinione pubblica mondiale sul caso Esquivel affinché gli conferissero il Nobel. L’introduzione è affidata al noto scrittore argentino Mempo Giardinelli, vittima della repressione. La postfazione invece è scritta da Grazia Tuzi, la referente italiana di Esquivel per il Serpaj (il Servizio Pace e giustizia presieduto da Esquivel) che lavora per il recupero dei bambini di strada di Buenos Aires e per altri progetti sui diritti umani e diritti ambientali.

La città di Bolzano dedicherà un omaggio a Esquivel lunedì 2 luglio con un incontro pubblico all’Università insieme al rettore Walter Lorenz, con un concerto in suo onore di uno dei più importanti jazzisti argentini (Juan Pablo Jofré Romarion) e il regalo di un murale dipinto dal noto muralista cileno Eduardo Mono Carrasco, che è pure il referente italiano della storica band del Cile, gli Inti Illimani.

Il 4 luglio Esquivel sarà a Lucca con Arturo Paoli, che condivise la lotta argentina e che era stato posto dai generali come secondo nella lista degli uomini di Chiesa condannati a morte. Il primo, mons. Angelelli, morì in un incidente simulato. Arturo Paoli riuscì a fuggire in Venezuela.

Paoli e Esquivel si riabbracceranno dopo oltre trent’anni. Paoli si avvia a compiere cent’anni, Esquivel ha superato gli ottanta. Come scrive la coetanea Hildegard Goss-Mayr: «Il vecchio militante, che ha ormai superato gli ottant’anni, è ancora sulle strade del mondo, testimone e profeta instancabile, sospinto dal suo smisurato amore per gli esseri umani e il creato nel suo complesso».

*Giornalista e scrittore, coordinatore del Centro per la Pace del Comune di Bolzano

(“Adista Segni Nuovi”, n.25 del 2012)

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