20 ottobre 2014, Politica e società

Cerimonia militarizzata, il Papa ripudia la guerra

di Luca Kocci

C’è una sequenza che rende chiara l’ambivalenza della visita del papa al sacrario militare di Redipuglia, ieri, nel centenario dell’inizio della prima guerra mondiale. Durante l’omelia Francesco ripete che «la guerra è una follia», facendo risuonare le parole di Giovanni XXIII nella Pacem in terris: «Alienum a ratione», “roba da matti”. Pochi minuti dopo, durante l’offertorio, la ministra della Difesa Pinotti consegna a Bergoglio un altare da campo usato dai cappellani militari durante la Grande guerra, l’oggetto che più di tutti rappresenta la legittimazione religiosa del conflitto – una messa in trincea e poi via all’assalto del nemico – grazie al ruolo dei preti-soldato, inviati al fronte su richiesta del generale Cadorna che aveva bisogno di chi sostenesse spiritualmente i soldati, contribuendo così a mantenere salda l’obbedienza e la disciplina della truppa.

È tutta qui la contraddizione tra le parole pacifiste del papa e il contesto di una cerimonia fortemente militarizzata dalla gestione dell’ordinariato castrense – su 10mila fedeli partecipanti, 7.500 erano militari –, nonché l’ossimoro di una Chiesa militare, il cui capo, l’arcivescovo Marcianò, che celebra la messa con Bergoglio, è anche generale di corpo d’armata, e i cui preti sono incardinati con i gradi (e lo stipendio pagato dallo Stato) nelle Forze armate.

Atterrato di buon mattino all’aeroporto di Ronchi dei Legionari, accolto dalla ministra Pinotti e dalla presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Serracchiani, Francesco si reca al cimitero austro-ungarico di Fogliano, dove sono sepolti 15mila soldati (oltre 12mila senza nome). Una breve preghiera, poi il trasferimento a Redipuglia, nel sacrario voluto da Mussolini per esaltare e fascistizzare la memoria della prima guerra mondiale e inaugurato il 18 settembre 1938, giorno della proclamazione, a Trieste, delle leggi razziali.

«La guerra è una follia», esordisce Bergoglio. «Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge, anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione». Le cause dei conflitti secondo il papa: «Cupidigia, intolleranza, ambizione al potere», «spesso giustificati da un’ideologia». E se non c’è l’ideologia, «c’è la risposta di Caino: a me che importa? Sono forse io il custode di mio fratello?». L’espressione si può tradurre con il motto fascista «Me ne frego», per riequilibrare l’ossessivo «Presente» fatto scolpire sui 22 gradoni del sacrario che ospita oltre 100mila morti (60mila ignoti) perché il regime mussoliniano si appropriasse dei caduti della guerra, trasformandoli in «martiri fascisti». Bergoglio ripete quello che già aveva detto ad agosto sull’aereo tornando da Seoul: anche oggi «si può parlare di una terza guerra mondiale combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni». Tutto ciò è possibile, prosegue, perché «ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante. E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: a me che importa?».

Al termine viene letta una preghiera per le vittime di tutte le guerre, e Bergoglio consegna ai vescovi presenti – fra cui i cardinali di Vienna e di Zagabria Schönborn e Bozanic – una lampada realizzata dai francescani di Assisi e alimentata con l’olio di Libera da accendere nelle loro diocesi durante le commemorazioni della guerra. Nessuna parola per gli obiettori e i disertori, veri eroi della guerra, come chiedeva un gruppo di preti del nordest. Uno di loro, Andrea Bellavite, commenta: «Omelia forte nei toni, un po’ meno nei contenuti, troppo generici. Il papa ha denunciato la guerra e il mercato delle armi. Forse però avrebbe potuto dire qualcosa anche a chi quelle armi le usa, i soldati, visto che erano presenti alla messa, e porre qualche interrogativo sul senso delle Forze armate».

(“Il Manifesto”, 14 settembre 2014)

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