20 luglio 2012, Cultura - Politica e società

C’era una volta la sinistra…

di Benito Fusco*

C’era una volta la sinistra, quella sinistra che non aveva bisogno di raddoppiare un sostantivo o di aggiungere aggettivi per definirsi o essere identificata, né di affidarsi ad alberi o ramoscelli simbolici. Una bandiera rossa con falce e martello bastava: quelli sono compagni!, si diceva. Non c’era bisogno di etimologie o di vocabolari per spiegarli e raccontarli quegli uomini e quelle donne, e anche i luoghi dove quella sinistra abitava erano sempre significativi del suo essere e fare: le piazze, le campagne, le fabbriche, le cooperative, l’università, il sindacato. Proprio lì trovavi sempre la sinistra quando il lavoro, i diritti, la libertà, la Costituzione, lo Stato e la democrazia erano in pericolo. Perché era la sinistra, non “una sinistra”. E nei simboli elettorali, poi, potevi anche sbagliare: se sulle schede elettorali andavi oltre il primo in alto a sinistra e trovavi uno o due simboli in più con la falce e martello, alla fine sapevi però che sulle piazze, in fabbrica, nelle università, nel movimento cooperativo e sindacale sarebbero stati tutti insieme, e tutti insieme all’opposizione in Parlamento, perché il capitalismo andava sgretolato giorno dopo giorno, anche dentro le istituzioni, si diceva, e non c’era qualunquismo o antipolitica che tenesse, o si temesse.

Quella sinistra non c’è più, purtroppo, e ci ha pensato proprio il capitalismo, evolvendosi mostruosamente, a sgretolarla, anche se non era mica fragile, anzi. Oggi la sua bandiera sventola ancora qua e là, ma è sempre meno rossa, e al posto della falce e martello ci sono fiori o tricolori o cognomi, e i suoi uomini e le sue donne devono essere esortati, se non implorati, per dire almeno qualcosa di sinistra: perché sono in grado tutt’al più di dire, ma non di fare qualcosa di sinistra. E anche i luoghi dove abitano ora non sono più quelli di una volta: oggi li trovi di più nei palazzi e nelle Piazze degli Affari, spesso sono la controparte dei sindacati e nelle piazze con gli operai ci vanno con l’ansia da prestazione: più per dare spettacolo di sé che per sostenerli nella lotta.

È vero, hanno saputo dire peste e corna di Berlusconi, ma in quei famosi cinque anni di governo non sono riusciti a fare quadrato per annullarlo, per interrompere almeno il suo monopolio televisivo, o per fargli rendere conto dei suoi conflitti d’interesse; anzi, hanno fatto di conto, lasciandosi contagiare per intercettare l’elettorato moderato, si diceva, privilegiando così i furbi saltimbanchi anziché gli onesti cittadini, i doveri anziché i diritti, gli interessi partitocratici anziché il bene comune, un dejà vu della Repubblica democristiana. E non poteva che implodere o inquinarsi quella sinistra diventata così lasciva, fatta di “ma anche” e di untorelli che raccoglievano i virus sparsi dal compromesso storico e dal fascino dei nuovi poteri, forti o deboli che fossero, poteri comunque estranei al suo originale dna e a chi aveva ancora il sudore della Resistenza sulla pelle.

Allora nella sua continua mutazione genetica, quella sinistra è andata a cercarsi nuovi aggettivi ed enzimi per sussistere, almeno formalmente, fino a divenire un centrosinistra, irrimediabilmente chiuso alle alleanze con gli altri suoi simili della sinistra, definiti dapprima “velleitari”, poi “antagonisti”, poi “cacciati” dal Parlamento, ed emarginando così nei suoi programmi anche i contenuti originali della sua antica storia politica, fino a relegarli solo negli anniversari o negli album di famiglia, per fare cassa.

E non sono mancati i tradimenti costituzionali, come quello dell’art. 11 della Costituzione violato ad opera di quel premier di sinistra “erede” di Andreotti. E da lì ad oggi il suo contributo alla regressione costituzionale ha visto un ripetersi di corresponsabilità mascherate da necessità politiche o compiacenze internazionali: in realtà scelte di campo lesive della propria storia e delle lotte che l’hanno scritta. L’ultima di queste scelte è il voto disciplinato sul pareggio di bilancio, a supporto del governo Monti, sulla revisione dell’art. 81, la cui nuova formulazione costituzionale sottrae la politica economica del nostro Paese al Parlamento e alla sovranità popolare, e consegna la nostra Costituzione in mano al neoliberismo e alla tecnocrazia finanziaria internazionale, con buona pace di bandiere rosse, libertà e democrazia economica.

E la sinistra-sinistra, ultima dei mohicani, che emerge con audacia e impazienza qua e là in Europa, in Italia è rimasta sommersa invece dall’assenza della politica e sembra ormai solo una liquida macchia di rosso su foreste di sassi, anche se arroccata con orgogliosa dignità e fermezza nella Fort Alamo della Fiom, sempre in attesa dell’ultimo drammatico assalto di quel letale bipolarismo di monozigoti che ha cancellato origini e differenze, ma soprattutto ha paralizzato il desiderio della lotta e liquefatto la rappresentatività con una legge elettorale immonda. E proprio adesso che la definiamo col rafforzativo di sinistra-sinistra, sembra scomparirci tra le mani e nei cuori, avvolta in un inebetito silenzio, anche se ci sono ancora sacche di resistenza sulle valli seviziate o qualche raro avvistamento nelle praterie dei siti metropolitani o in quelle piazze ricche di memoria, ma povere di futuro; mentre i suoi ultimi elettori vagano disorientati e decimati come “personaggi in cerca di autore”.

Chissà, forse anch’essi sono sedotti più dalla certezza del poco che dal desiderio di un sogno e, in tempi di incubi come questi, tutto ciò sembra essere addirittura comprensibile. E viene un groppo alla gola a dire: “C’era una volta la sinistra”. Eppure, è vero: non c’è più. Rimane solo un germoglio di sinistra-sinistra, piccolo, fragile, con tanta storia alle spalle, e che non rinuncia agli ultimi pugni alzati, pugni sempre innamorati, pugni rossi, che sembrano perfino pugni di luce nel buio che ci circonda.

* Frate servita bolognese

(“Adista Segni Nuovi”, n.21 del 2012)

1 commento per : C’era una volta la sinistra…

  • eva

    Grazie, fratello!
    Un’analisi che tutti possono capire, seria e con spiragli di audacia e speranza.
    Non so perchè non hai cambiato il tuo nome, ma importa poco…

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