12 febbraio 2013, Cultura - Politica e società

Celestino e Benedetto

di Renato Minore

Il papa ”dimissionario”, fino a ieri, era relegato al terzo canto dell’Inferno. Era «colui che fece per viltade il gran rifiuto». Scientemente impiegata per la «damnatio nominis» connessa con il suo peccato di pusillanimità, la perifrasi dantesca non ha però impedito di identificarlo con quasi certezza in Celestino V, al secolo Pietro Angeleri o del Morrone, il monte dalle parti di Sulmona dove egli era vissuto tra le grotte, come eremita, per molti anni. E’ il grande precedente dell’abdicazione di un Papa quello del monaco molisano eletto il 29 agosto 1294 e dimessosi meno di quattro mesi più tardi. Al punto che Padre Lombardi, nella conferenza stampa, lo ha ricordato come «l’unico», dimenticando gli altri dimissionari. Casi assai diversi. Di Clemente I quarto vescovo di Roma, dal 92 al 97 non si conosce il perché della sua scelta. Di Gregorio XII che fu eletto nel 1406 nel pieno della vicenda degli antipapi avignonesi, si sa che si dimise insieme al suo rivale scismatico ottenendo in cambio il mantenimento dei cardinali nominati da ciascuno. Di Benedetto IX sarebbe forse meglio tacere visto che, eletto nel 1032 a dodici anni, visse in modo dissoluto, vendette e ricomprò il suo ufficio e lasciò il papato, a quanto pare, per sposarsi.
Sullo sfondo dell’elezione di Pietro Angeleri, c’erano le vicende del lunghissimo Conclave iniziato nell’aprile del 1292 e protrattosi, per l’unica volta nella storia della Chiesa, per ben ventisette mesi. C’era la lotta, durissima, anche fisica, tra le due fazioni rappresentate dagli Orsini e dai Colonna che, per la loro brama di potere, tenevano in scacco il Sacro Collegio. Proprio per questo, il Conclave spostato a Perugia, tra lo tra lo stupore di tutti, aveva scelto l’anziano eremita che il 28 luglio, a dorso di un asino, sull’esempio di Cristo, aveva fatto il suo ingresso all’Aquila. Il suo gesto suscitò la diffidenza dei cardinali, ma dal popolo accorso in folla fu interpretato come la prova che il «papa angelico delle profezie»» era finalmente arrivato.
Il «gran rifiuto» di Celestino V avvenne dopo centosette giorni. Tra le motivazioni del gesto quella di non voler offendere la propria coscienza, di desiderare una vita migliore, di non aver sufficiente sapere. Ignazio Silone ha raccontato nell’Avventura di un povero cristiano (1968) l’intera vicenda restituendo all’eremita-papa l’onore e descrivendolo come una grande individualità capace, con il suo clamoroso gesto, di denunciare la molte e gravi storture della Chiesa. Coraggio, dunque, non ignavia, secondo lo scrittore marsicano, fu alla base della scelta di Celestino V che lasciò il soglio di Pietro (con tutti gli onori e le ricchezze che, allora comportava) per dimostrare il suo disprezzo per il potere ingiusto, esagerato e, spesso, inquinato, del papato.
Al di là delle speculazioni escatologiche, impressionò i contemporanei e i posteri l’umiltà del vecchio e indomito eremita, che spontaneamente aveva rinunciato alla più alta carica della Chiesa. Petrarca giudicò la rinuncia non come un atto di viltà, ma come l’atto di uno spirito «veramente celeste». L’abdicazione significò però anche la fine definitiva delle illusioni di tutti quelli che, come Dante, avevano sperato in un rinnovamento della Chiesa. Con Bonifacio VIII, che qualcuno accusò di avere spinto Celestino V alle dimissioni con l’inganno e di aver istigato le guardie di Castel Fumone ad assassinarlo, il papato continuò, in modo ancora più evidente, sulla strada del potere gerarchico – politico e della grandezza terrenastino V che lasciò il soglio di Pietro (con tutti gli onori e le ricchezze che, allora comportava) per dimostrare il suo disprezzo per il potere ingiusto, esagerato e, spesso, inquinato, del papato.
Al di là delle speculazioni escatologiche, impressionò i contemporanei e i posteri l’umiltà del vecchio e indomito eremita, che spontaneamente aveva rinunciato alla più alta carica della Chiesa. Petrarca giudicò la rinuncia non come un atto di viltà, ma come l’atto di uno spirito «veramente celeste». L’abdicazione significò però anche la fine definitiva delle illusioni di tutti quelli che, come Dante, avevano sperato in un rinnovamento della Chiesa. Con Bonifacio VIII, che qualcuno accusò di avere spinto Celestino V alle dimissioni con l’inganno e di aver istigato le guardie di Castel Fumone ad assassinarlo, il papato continuò, in modo ancora più evidente, sulla strada del potere gerarchico – politico e della grandezza terrenano V che lasciò il soglio di Pietro (con tutti gli onori e le ricchezze che, allora comportava) per dimostrare il suo disprezzo per il potere ingiusto, esagerato e, spesso, inquinato, del papato.
Al di là delle speculazioni escatologiche, impressionò i contemporanei e i posteri l’umiltà del vecchio e indomito eremita, che spontaneamente aveva rinunciato alla più alta carica della Chiesa. Petrarca giudicò la rinuncia non come un atto di viltà, ma come l’atto di uno spirito «veramente celeste». L’abdicazione significò però anche la fine definitiva delle illusioni di tutti quelli che, come Dante, avevano sperato in un rinnovamento della Chiesa. Con Bonifacio VIII, che qualcuno accusò di avere spinto Celestino V alle dimissioni con l’inganno e di aver istigato le guardie di Castel Fumone ad assassinarlo, il papato continuò, in modo ancora più evidente, sulla strada del potere gerarchico – politico e della grandezza terrena.

(“Il Messaggero”, 12 febbraio 2013)

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