17 giugno 2011, Politica e società

“C’è voglia di cambiare e il Pd la sa intercettare”,intervista a Rosy Bindi

Rosy Bindidi Maria Zegarelli

Presidente Rosy Bindi, davvero non c`è collegamento tra i risultati dei referendum e la richiesta di dimissioni dei governo avanzata dal Pd?
«C`è eccome un collegamento, nessuno ha voluto strumentalizzare il risultato del referendum o appropriarsi del voto di oltre 27 milioni di italiani, ma parliamoci chiaro: non siamo su Marte. E’ stata bocciata la politica del governo, soprattutto in materia di giustizia e il fatto che a bocciarla siano stati anche moltissimi elettori di centrodestra è una ragione in più per chiedere le dimissioni di questo governo. Non capisco i puristi dell`ultima ora…».

Tanto per non fare i nomi, Antonio Di Pietro. Che adesso ritiene inutile anche una mozione delle opposizioni in Aula. Come se la spiega questa posizione all`improvviso moderata?

«Non mi sono chiari i motivi di questo argomentare di Di Pietro. Qui nessun partito si vuole intestare il risultare ma la volontà popolare quanto più è ampia tanto più nettamente boccia il governo. Il Pd ha fatto una richiesta politica, le dimissioni, se il Pdl e la Lega fossero responsabili non direbbero che non ci sono conseguenze politiche dopo i referendum. Durante questa campagna referendaria abbiamo parlato di acqua e nucleare ma c`era anche un quesito sul legittimo impedimento, una legge ad personam che gli italiani hanno bocciato bocciando contestualmente il ministro Alfano e la sua riforma “epocale” della giustizia».

Bindi, ma l`altra sera chi era in piazza per festeggiare ha urlato contro i partiti, compreso il Pd, “non ci rappresentate”.

«Io ero lì e ho ricevuto un`accoglienza molto calorosa. Detto questo, sono convinta che quella dei referendum non sia una vittoria dei partiti. I partiti hanno avuto il merito, e il Pd in modo particolare, di incrociare questa volontà popolare, così come hanno avuto merito quelli che hanno raccolto le firme, tra cui anche molti nostri iscritti. Sono anche convinta della forza del messaggio arrivato dalle urne: l`Italia si è svegliata, ha ripreso in mano la propria capacità di decidere, e questo è frutto di un`onda carsica che qualcuno di noi dubitava che ci fosse e invece è esplosa e si è manifestata. Oggi questa circostanza ci interroga tutti: il governo che deve andare a casa e i partiti di opposizione che devono mettersi in sintonia con quel messaggio».

Adesso, però tutti i partiti aspettano Pontida, quando Bossi parlerà al suo popolo. Secondo lei la Lega alla fine staccherà la spina?

«È dalle elezioni amministrative che la Lega, a parte la città di Milano, perde voti. Quello è stato un primo segnale, con i referendum ne è arrivato un altro ancora più netto. Si è votato contro le leggi approvate dal governo e anche se alcuni esponenti leghisti avevano indicato di andare a votare per acqua e nucleare, i loro elettori, tantissimi, hanno votato in maniera omogenea anche sul legittimo impedimento. E’ evidente che Bossi dovrà fare una riflessione, perché mentre la rottura dentro la maggioranza con Fini si è consumata soprattutto tra la classe dirigente, questa si è consumata con l`elettorato, ed è molto più seria. Non è un caso che oggi i massimi dirigenti della Lega dicano ` o si cambia o stacchiamo la spina”. Ma io non vedo quali possano essere gli spazi di cambiamento».

II 21 e il 22 in Parlamento ci sarà la verifica chiesta dal Colle. Il Pd presenterà o no una mozione contro il governo?

«Mi sembra presto per dirlo, ha ragione Bersani, vediamo cosa faranno loro. Dovremo ascoltare la relazione del presidente del Consiglio e poi decideremo di conseguenza».

Archiviata definitivamente l`ipotesi di un governo tecnico?

«Direi di sì. Per noi non ci sono vie di mezzo: se cade il governo si va al vo- to».

Con questa legge elettorale?

«Berlusconi non la cambierà mai, a lui sta bene il Porcellum. Noi abbiamo una nostra proposta aperta alle opposizioni e poi, se si dovesse consumare una rottura dentro la maggioranza, con chiunque sia interessato a cambiarla, ma senza fare accordi».

I sondaggi danno un Pd in forte crescita. Ma la prova dei nove sarà la costruzione di un`alternativa.

«Se il Pd cresce è perché sta pagando una linea politica sostanzialmente fondata su due pilastri: la capacità di ascoltare e di mettersi in sintonia con il Paese e la consapevolezza che essere il primo partito non significa essere autosufficienti, ma riferimento imprescindibile per costruire l`alternativa. La domanda di cambiamento che arriva dal Paese, inoltre, è in linea con i valori fondanti del nostro partito: tutela del bene comune; una società fondata sulla solidarietà e non sull`individualismo, sulla sicurezza, la salute. Questo referendum è una sconfitta anche di tutti coloro che in questi anni sono stati tentati da qualche cedimento culturale nei confronti di quella che sembrava l`onda vincente nel Paese. C`era chi pensava che anche le idee sbagliate della destra amministrate da noi potevamo diventare giuste: no, sono giuste le nostre».

(“L’Unità”, 15 giugno 2011 p.12)

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