5 luglio 2012, Cultura - Politica e società

Cage, concerto con frullatori prima di Mike Bongiorno

di Umberto Eco

Dunque era all’inizio del 1959 e John Cage, portato a Lascia o Raddoppia per potersi pagare il suo soggiorno italiano, visto che Roberto Leydi lo sapeva fortissimo sui funghi, aveva eseguito le sue performances fatte di macchinette di caffè e frullatori accesi sul palcoscenico del Teatro alla Fiera, mentre Mike Buongiorno, flabbergasted, gli chiedeva se quello fosse il futurismo – e allora ne avevamo riso, ma la domanda era incosciamente filologica perchè non si poteva negare una qualche influenza dell’intonarumori di Russolo.
John Cage aveva da pochissimo terminato la sua composizione aleatoria Fontana Mix, in effetti scritta per Cathy Berberian, ma dedicata nel titolo alla signora Fontana, sua affittacamere, signora matura ma di qualche venustà che, affascinata dal suo affittuario (John Cage non avrebbe sfigurato in un film di John Ford nella parte di Wyatt Earp) gli aveva fatto in qualche modo comprendere (e la leggenda varia sui modi messi in opera) la sua devota ammirazione. Poco portato a intrattenere rapporti con partner del sesso opposto, e gentiluomo, Cage aveva declinato l’offerta; però aveva dedicato alla Signora Fontana quella composizione.
Quando la sera di giovedì 26 febbraio 1959 Cage aveva vinto i due milioni e mezzo (e non cinque, come riportano su tutti i siti Internet, perchè aveva deciso di non raddoppiare) ci si era riuniti a brindare a coppe di champagne in un bar sull’angolo di via Massena, l’unico ancora aperto vicino alla sede della Rai, bar soprannominato “di Ballesecche” da Berio e Maderna per non so quale loro antipatia nei confronti del proprietario: Là, nella sala del biliardo, squallida come poteva essere una sala del biliardo in corso Sempione dopo mezzanotte (e senza nemmeno Paul Newman a farci lo spaccone), eravamo, a festeggiare John Cage, Luciano Berio, Bruno Maderna, Cathy Berberian, Marino Zuccheri, Roberto Leydi e Peggy Guggenheim (sic) con un paio di scarpine d’oro (sic).
Sono scomparsi tutti, sono l’ultimo superstite di quell’evento mirifico. Prego guardatemi con rispetto e scusatemi se rievoco personali ricordi e follie.

(Il testo è tratto dal volume “Luciano Berio” in uscita da Olschki)

(“La Repubblica”, 27 maggio 2012)

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