3 dicembre 2016, In evidenza - Politica e società

Brevi riflessioni critiche sulla “controriforma costituzionale”

di Giovanni Bianco

Domani ci si recherà alle urne. Negli ultimi infuocati giorni di campagna elettorale il premier è comparso in ogni canale televisivo nazionale, persino più di quanto apparisse in passato Berlusconi, in qualsiasi ora del giorno.
E’ comparso anche dietro la sua scrivania con voce tonante, da autentico piazzista, pronunciando slogan contro le presunte “grosse bufale” dei sostenitori del “no”, oppure in dibattiti televisivi, con stile aggressivo, o in piazza con sorrisi, pacche sulle spalle, strette di mano, tipico clichè del leaderismo populista.
E’ il portato della politica rottamatrice, del nuovismo ad ogni costo sbandierato di continuo e senza pause, dello sloganismo privo di progettualità solida e di lungo periodo, sprovvista di adeguati contenuti.

Lo sforzo di far passare una “controriforma costituzionale” per una “saggia riforma” è stato davvero notevole.
Molti i comitati territoriali per il “si”, i dibattiti per il “si”, le dichiarazioni, anche dell’ultim’ora. per il “si”, i poteri forti e le lobbies per il “si”.
Persino “L’Unità”, il quotidiano che ebbe come fondatore Antonio Gramsci, è divenuto uno dei fogli filogovernativi più agguerriti, uno degli strumenti di lotta quotidiana del premier e dei suoi uomini di fiducia.

A questo impegno tenace ed invasivo ha fatto da contraltare il variegato fronte per il “no” ed in particolare l’efficace ed impeccabile presenza del “Comitato per il no”, che si è distinto per l’accuratezza delle analisi e la vera e propria testimonianza di patriottismo costituzionale. Come pure sono da ricordare, a tal proposito, numerosi appelli, tra cui quello dei “cattolici per il no”,che si segnala per il forte richiamo ai valori costitutivi della Repubblica antifascista, nata dalla Resistenza ed al ruolo che i cattolici democratici e progressisti ebbero durante i lavori della Costituente.
Ieri a Catania Domenico Gallo ha pronunciato un discorso di particolare interesse a chiusura della compagna elettorale per il no, soffermandosi, con dovizia di argomenti, sulla “sostituzione della Costituzione del ’48 con la nuova Costituzione Renzi/Boschi”, “materia di indirizzo politico governativo”.

Il Governo in carica è dunque un esecutivo che vuole essere “costituente”, che ha messo mano pesantemente alla seconda parte della Costituzione, su ben quarantasette articoli, stravolgendola.
Un “Governo costituente” sorretto da un Parlamento eletto con una legge elettorale maggioritaria dichiarata incostituzionale dalla famosa ed apprezzabile sent.n.1/’14 della Consulta.
Mentre la Costituzione del ’48 fu scritta dal Parlamento, da un’ Assemblea Costituente democraticamente eletta, senza che l’esecutivo potesse interferire ed orientare i lavori della Costituente stessa, oggi si è prodotto un vero e proprio “rovesciamento della concezione della Costituzione”, così venendo meno la necessità che le costituzioni siano redatte ed eventualmente revisionate da Assemblee Costituenti, oppure da Parlamenti, perchè esse devono costituire la suprema sintesi della cultura, della storia, dei valori di un popolo, di una comunità organizzata in Stato.

Il voto di domani assume perciò un’ineludibile importanza per il futuro della nostra democrazia.
La “controriforma costituzionale” se dovesse malaguratamente ottenere la maggioranza dei voti realizzerebbe una grossa alterazione della forma di governo parlamentare ed una modifica di stampo centralistico dei rapporti tra lo Stato e le regioni, produrrebbe quelli che insigni costituzionalisti hanno opportunamente definito “abusi costituzionali”.
Mi riferisco ad argomenti dibattuti, su cui ho anche avuto modo di intervenire, alla soppressione del bicameralismo perfetto con la previsione di un Senato non direttamente eletto dal popolo ma dai consigli regionali secondo criteri piuttosto controvertibili e di dubbia costituzionalità (nuovo art.57 Cost.), con poteri ridotti ma comunque ancora importanti (si ponga mente al nuovo art.70 Cost. ed alle competenze legislative del Senato); al nuovo e bislacco art.117 Cost., che contempla la soppressione della potestà legislativa concorrente delle regioni, in un assetto di riparto di competenze e materie tra Stato e regioni a tutto vantaggio del primo.
Una “controriforma” perciò soltanto in apparenza circoscritta, ma a ben vedere estesa e potenzialmente devastante.

E’ condivisibile la tesi di Gustavo Zagrebelsky sul possibile avvento di un nuovo autoritarismo, di un pernicioso accentramento di poteri nelle mani della maggioranza governante, del rischio di un forte ridimensionamento delle Assemblee rappresentative.
Peraltro, la Camera dei deputati dovrebbe essere eletta con la nuova legge elettorale, la l.52/’15, il c.d. “Italicum”, che ad un’attenta lettura riproduce gli stessi vizi d’incostituzionalità del “Porcellum”, i capilista bloccati ed un consistente premio di maggioranza ad una delle due liste partecipanti al ballottaggio, riservato alle due liste più votate.

Non si tratta di “ritocchi” ma di riscritture di ampia portata, che con la pretesa di “semplificare” la democrazia la rende asfittica, rischiando di realizzare il netto dominio della maggioranza politica sulle minoranze ed un’alterazione dell’equilibrio tra i supremi poteri dello Stato.
Un “Governo costituente” ha non di rado finalità se non immediatamente autoritarie di certo decisionistiche.
La scelta che dovremo compiere con il referendum costituzionale di domani concerne di conseguenza le sorti della democrazia partecipativa, quelle del governo parlamentare così come congegnato – entro un sapiente sistema di freni e contrappesi, di poteri e contropoteri- dal costituente del ’48 e del pluralismo sociale ed istituzionale.

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