17 maggio 2017, Globalizzazione ed Europa - In evidenza - Politica e società

Attualità di monsignor Oscar Arnulfo Romero

di Luis Armando Gonzales

Dall’assassinio di monsignor Oscar Arnulfo Romero, il 24 marzo 1980, questo mese è diventato, anno dopo anno, uno spazio per la riflessione, il ricordo e l’attualizzazione dell’eredità dell’arcivescovo martire. Un’eredità, la sua, ricca di implicazioni di ogni tipo: socio-politiche, storiche, educative, morali. È quest’ultima dimensione che vorrei evidenziare.

Ritengo sia necessario e urgente riflettere sui valori che mons. Romero fece suoi e che caratterizzarono il suo impegno come arcivescovo di San Salvador nei tormentati anni ’70, fino alla sua morte. (…). Non ripeterò quanto già detto in molte occasioni sulla sua fedeltà alla verità e sul suo impegno a favore della giustizia: intendo prestare attenzione a valori di cui poco si parla, ma che sono centrali per intendere la grandezza della sua figura morale.

La coscienza dei propri obblighi verso gli altri. (…). Possedere la convinzione che abbiamo un obbligo verso gli altri – verso i loro problemi, le loro necessità, la loro miseria – costituisce un valore di fondamentale importanza. Un valore che mons. Romero ha espresso in maniera chiarissima e che ha tradotto in una prassi di impegno noi confronti degli altri.

La promozione della dignità del prossimo, specialmente delle vittime degli abusi dei potenti. L’obbligo verso gli altri si è espresso in mons. Romero secondo una chiara direzione: quella di lavorare a favore della loro dignità, con il conseguente impegno per la loro umanizzazione. Mons. Romero privilegiò, nella sua opera, quelle persone la cui umanità veniva negata da strutture di potere ingiuste ed escludenti. È questo il senso dell’espressione “opzione preferenziale per i poveri”, che mons. Romero – ispirato da Medellín e da Puebla – fece sua, applicandola alla realtà salvadoregna.

La ricerca della coerenza tra parola e azione. Nulla di più difficile di tale coerenza, soprattutto oggi che va di moda operare in contrasto con ciò che si predica. Mons. Romero si adoperò per far sì che la sua predicazione sulla difesa della dignità delle vittime non restasse solo mera retorica, ma fosse in sintonia con la sua attività pastorale. Un impegno che ha avuto costi molto alti, a cominciare dal sacrificio della vita, considerando che la coerenza tra parola e azione, quando aspira a una maggiore giustizia, è assai mal vista dai potenti di tutte le epoche. (…).

La lettura della realtà del Paese con gli occhi di chi si trova nelle condizioni peggiori, cioè le vittime. La situazione normale, all’epoca di mons. Romero (e nella nostra), era quella di un’interpretazione della realtà, da parte dei circoli del potere economico, politico e religioso, secondo l’ottica di quanti erano al vertice della piramide sociale. Mons. Romero scelse la via opposta, sfidando i potenti ed esortandoli a guardare alle vittime e a giudicare, a partire da queste, la realtà del Paese. E se l’invito era destinato a cadere nel vuoto, mons. Romero non rinunciò a rivolgerlo. E il suo giudizio fu severo: El Salvador era edificato sulla miseria e sull’esclusione della maggior parte dei suoi abitanti. Un Paese costruito a partire dagli interesse dei potenti era un Paese disumano.

Il giudizio sulla realtà nazionale con parole forti e chiare. Un’altra delle mode del nostro tempo è l’ambiguità con cui si dicono le cose, non solo per risultare “politicamente corretti”, ma per conservare buoni rapporti con tutti, in maniera che nessuno possa rimproverarci un’espressione offensiva o semplicemente critica. Ai tempi di mons. Romero, però, la tendenza dominante non era nemmeno l’ambiguità, ma l’affermazione vigorosa di menzogne relativamente alla povertà, alla violenza e all’ingiustizia. Romero, pur conscio del pericolo di affermare il contrario di quanto proclamato dai poteri di turno, accettò il rischio. Senza alcuna ambiguità, chiamò le cose per nome e in modo tale che tutti capissero cosa intendeva dire.

Infine, la rinuncia al potere e alla ricchezza. Non si deve dimenticare che mons. Romero occupò il vertice del potere cattolico nazionale. Ne consegue che il benessere materiale, i privilegi e qualsiasi bene correlato a una vita piacevole sarebbero stati a portata di mano. La cosa più facile, una cosa che in pochi avrebbero visto male, sarebbe stata quella di optare per i privilegi legati alla carica e operare per salire ancor di più nella gerarchia del potere ecclesiale internazionale. Ma questo uomo buono scelse un’altra strada, non pensando che possedere ricchezze, privilegi e potere fosse per lui un’opzione di vita.

Non so come possano considerare mons. Romero quanti credono che l’obiettivo da perseguire nel rivestire una qualunque carica pubblica sia l’accumulazione di ricchezza, ma, dal punto di vista etico, la sua lezione è maiuscola: invidiare i ricchi e voler essere come loro non era una cosa né buona né onesta, bensì uno schiaffo a quanti – la maggioranza dei salvadoregni – vivevano nella miseria e nell’esclusione.

In conclusione, mons. Romero è stato un uomo di solidi valori umani, impegnato in un’opera di umanizzazione. I valori che ho evidenziato sono rari, coltivati solo da un piccolo gruppo di persone di buona volontà, gente che viene solitamente considerata idealista, ingenua e ai margini del pragmatismo imperante oggi. Tuttavia, il nostro compito è rivendicarli come qualcosa di necessario per costruire una società migliore, in cui l’opportunismo e la tendenza ad approfittarsi degli altri risultino inaccettabili nella coscienza di ognuno.

A lezione da mons. Romero

Il XXI secolo avanza rapidamente non solo dal punto di vista cronologico, ma anche da quello economico, sociale, culturale e ambientale. Cambiamenti di natura diversa si verificano ovunque; la cosiddetta “società liquida” sembrerebbe essersi imposta definitivamente. Viviamo, insomma, “tempi liquidi” in cui è la fugacità degli avvenimenti, più che la loro stabilità e la loro permanenza, a rappresentare la normalità nella vita delle persone.

La cultura attuale, la cultura predominante, è quella che meglio esprime e rafforza questa dinamica di cambiamento permanente. La corsa verso un facile successo è il suo segno più caratteristico. Mai come nella nostra epoca si apprezza tanto la rapidità e si disprezza in egual misura la lentezza. Fermarsi, trattenersi, fare una pausa, prendere distanza… Niente di peggio di questo rispetto al ritmo dei processi, il ritmo della quotidianità, il ritmo dei comportamenti e delle decisioni.

Da qui il movimento incessante di persone e cose, di opinioni, mode e gusti. Chi si muove di più, chi avanza più rapidamente degli altri, raggiungerà prima degli altri qualunque meta, per quanto la meta stessa in realtà non conti, in quanto anch’essa è un qualcosa di volatile, un qualcosa che, una volta conquistato, perde senso, diventando obsoleto rispetto a ciò che l’ha soppiantato.

Nella società liquida, così come alcune persone prendono il posto di altre, andando più veloci di queste, anche le cose subentrano ad altre cose (come succede con i nuovi modelli di cellulari che sostituiscono incessantemente quelli vecchi, che erano “nuovi” soltanto ieri). Questo vivere di corsa, questo andare di fretta, rimuovendo quanti appaiono lungo il cammino come ostacoli da superare, erode la convivenza sociale, introducendo pratiche aggressive e violente nelle relazioni sociali. È questo l’effetto immediato e quotidiano del correre dappertutto alla massima velocità.

Ma esistono altri effetti a medio e lungo termine. Uno dei più gravi è la perdita di prospettiva relativamente a ciò che è importante e a ciò che è secondario nella realizzazione personale, familiare e sociale. La cosa più immediata e facile diventa la più importante. I progetti che richiedono visioni a lungo termine, impegno e disciplina si perdono di vista. Il qui e ora è l’unica cosa che conta.

Si perdono di vista la solidarietà e la cooperazione, senza le quali una società cade nell’anomia e nella perdita di senso per i suoi membri. In una società in cui “arrivare primi” è ciò che più conta, quanti restano indietro diventano disprezzabili, vengono visti come “perdenti” e “falliti”. Il che vuol dire che non sono oggetto di attenzione e di protezione, ma di rifiuto e di condanna.

In una visione della vita basata sulla competizione, come quella che alimenta la cultura neoliberista, il bene comune e l’opzione per le vittime brillano per la propria assenza. Quel che conta è il successo personale, che viene ostentato e pubblicizzato affinché non vi siano dubbi rispetto a chi ha vinto nella competizione sociale ed economica.

Insomma, la cultura della vertigine prodotta dal cambiamento incessante nelle relazioni personali e nelle cose ha una presenza assai forte nelle attuali società, segnando i comportamenti e le pratiche sociali e provocando gravi danni al tessuto sociale.

Possiamo trovare qualcosa in mons. Romero che ci aiuti a collocarci in un’altra maniera dinanzi a questa cultura basata su ciò che è liquido, immediato e facile? Naturalmente sì. Sono molti gli aiuti che possono venirci dal suo lavoro pastorale e dalla sua opera politico-teologica. Menzioniamone tre.

Il primo è quello di fare le pause necessarie lungo il cammino per prendere distanza dagli avvenimenti in maniera da non lasciarcene travolgere. Vi è un grande bisogno nella coscienza dei cittadini dell’abitudine della pausa e della meditazione riguardo alla propria collocazione nella realtà.

Non assumere una distanza minima da ciò che succede e non meditare sulle proprie azioni significa lasciarsi travolgere da dinamiche nelle quali saremmo chiamati a intervenire. Mons. Romero gestì in maniera magistrale l’abitudine a prendere una distanza, a fare una pausa e a meditare sulle sue azioni.

Il secondo contributo che ci può offrire mons. Romero è quello di stabilire delle priorità nella nostra vita, ma non priorità di qualsiasi tipo, bensì quelle che mettono al primo posto la dignità delle persone, e principalmente di quelle più deboli e vulnerabili. In definitiva, non tutto ha lo stesso valore nella vita delle persone; non tutte le mete personali e sociali sono equivalenti. Alcune mete sono più importanti di altre e tra le prime – come ci ha insegnato mons. Romero – quelle che contano di più sono le mete legate al compito di elevare le condizioni di vita e la dignità dei poveri e degli sfruttati.

In terzo luogo, mons. Romero ci insegna come la ricerca del successo facile, tradotto in ricchezza e ostentazione, lungi dal costituire un’aspirazione socialmente apprezzabile, debba essere arginata e criticata. Poiché, se la si lascia fiorire, avrà effetti nocivi per la società, a causa delle dinamiche di abuso, disprezzo e aggressività che genererà tra i suoi membri.

In mons. Romero troviamo un’etica civica di cui quasi nessuno parla, ma che riveste un’importanza fondamentale in un Paese come El Salvador, così moralmente compromesso.

Ho menzionato appena tre aspetti di questa etica civica, ma non c’è dubbio che nell’opera di mons. Romero vi siano molti più elementi che attendono di essere evidenziati e messi al servizio di un cambiamento morale-culturale in El Salvador.

(Adista documenti, n.16/2017)

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