9 aprile 2012, Politica e società

Art.18: la riforma divide i vertici CEI e la base cattolica

di Luca Kocci

Al card. Bagnasco la riforma del lavoro e le modifiche dell’articolo 18 proposte da Monti e Fornero piacciono. Non lo dice apertamente ma lo fa capire nella sua Prolusione all’apertura del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana del 26-29 marzo.

«I padri, lottando, hanno ottenuto garanzie che oggi appaiono sproporzionate rispetto alle disponibilità riconosciute ai loro figli», ha spiegato il presidente della Cei, eppure «dal mondo degli adulti e dalle loro organizzazioni stenta ad emergere una disponibilità al riequilibrio delle risorse che sono in campo». Una fissazione, quella di Bagnasco, secondo cui i diritti dei giovani e degli adulti sarebbero contrapposti e alternativi: anche in occasione del Consiglio permanente di fine gennaio (23-26 gennaio) aveva espresso il medesimo concetto, affermando che «si deve tentare di riaggiustare il sistema, consapevoli che le condizioni per una vera equità si determinano cominciando ad offrire ai giovani le opportunità di cui hanno diritto, equilibrando, per quanto legittime, le spinte iper-protezionistiche delle altre generazioni».

Il sostegno del presidente dei vescovi a Monti è sobrio nel linguaggio, ma resta granitico ed inequivocabile: «Con i provvedimenti adottati – ha ripetuto al Consiglio permanente della scorsa settimana – è stato portato al sicuro il Paese»; ora il governo deve andare avanti, proseguendo la «lotta all’evasione fiscale», alla semplificazione amministrativa, «alla corruzione e al latrocinio della cosa pubblica», ma anche portando a termine la riforma del mercato del lavoro, perché «nella realtà odierna nessuno può pensare di preservare automaticamente delle rendite di posizione». «La globalizzazione è una condizione ineluttabile», ha aggiunto, per cui «dobbiamo starci dentro con la nostra cifra sociale, superando con la necessaria gradualità gli strumenti che sono inadeguati per raggiungere, nelle condizioni date, la soluzione meglio condivisa», ma anche «con animo sgombro da pregiudizi», «quale che sia il soggetto proponente». Insomma, sostiene il presidente della Cei, alcune delle attuali tutele, a cominciare dall’articolo 18, devono essere superate, sebbene con gradualità. Pieno appoggio alla strategia del governo; il quale non propone di cancellare con un tratto di penna l’intero articolo 18, tuttavia inizia a smontarlo, fino a renderlo di fatto inoffensivo.

Non piace però a tutti i vescovi l’entusiasmo di Bagnasco. In un’intervista a Famiglia Cristiana del 22 marzo (uscita, non a caso, alla vigilia del Consiglio permanente, prima cioè che Bagnasco dettasse la linea), l’arcivescovo di Campobasso-Bojano mons. Giancarlo Bregantini – già prete operaio fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 – ha usato parole e toni assai diversi: «Bisogna chiedersi, davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, “flessibilità in uscita”, se il lavoratore è persona o merce», ha detto Bregantini, auspicando anzi un’estensione dell’articolo 18 alle aziende con meno di 15 dipendenti. «Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio, perché resta invenduto in magazzino». Non si tratta di un’opinione secondaria: Bregantini è presidente della Commissione lavoro, giustizia e pace della Cei – una sorta di “ministro del lavoro”, l’omologo ecclesiastico di Fornero – ed è uno dei 30 vescovi che siede nel Consiglio permanente. Divisioni non irrilevanti quindi, tanto che la Cgil – unica sigla sindacale confederale, oltre a quelle di base, ad opporsi frontalmente alle modifiche all’articolo 18 –, per tentare di convincere la base cattolica delle proprie ragioni, domenica 1 aprile ha organizzato banchetti informativi davanti a centinaia di parrocchie e chiese in tutta Italia.

E parte della base cattolica si è già espressa: come Pax Christi, che ha inviato una Lettera aperta al governo e al Parlamento italiano indicando – «in questo periodo di crisi economica ed etica globale, in cui rischia di annullarsi la dignità di chi lavora, ridotto a “prodotto da dismettere”, in cui si decidono le sorti dell’economia come se l’altro non esistesse» – i propri “principi non negoziabili”: «Lavoro e sua dignità, ridistribuzione delle risorse, lotta alla corruzione e alla criminalità, riduzione delle ingiustizie e dell’evasione fiscale, taglio ai nuovi sistemi d’arma e al progetto F-35, tutela del Servizio civile». E Giuseppe Patta, segretario del Mlac (Movimento lavoratori dell’Azione cattolica), spiega che «non sarà la libertà di licenziare a far salire il Pil».

Allineate alle posizioni del governo – e di Bagnasco – invece le Acli: pur «con tutti i suoi limiti, la riforma va certamente nella direzione di rendere universale e più equo il sistema dei diritti e delle tutele, e contribuisce a modernizzare e dare maggiore dinamismo al funzionamento del mercato del lavoro», spiega il presidente Andrea Olivero, che pare avere un’unica preoccupazione: rilanciare la «concertazione». Sulla stessa lunghezza d’onda il Mcl (Movimento cristiano lavoratori): «Le linee generali dell’accordo sul lavoro dimostrano come sia finalmente prevalso il senso di responsabilità e sono, pertanto, da valutare positivamente», dice il presidente, Carlo Costalli, per il quale la «mediazione sull’articolo 18» è «sofferta, ma indispensabile».

Non è un caso che sia le Acli sia il Mcl fanno parte di quel Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro che ha promosso l’incontro di Todi, nello scorso mese di ottobre – dove il card. Bagnasco ha tenuto la relazione introduttiva – e che è stato il principale animatore delle manovre, benedette dalla Cei, per la ricomposizione di un soggetto cattolico attivo nella politica e nella società (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65, 70, 71, 76, 78, 83 e 97/11; 4/12). Lo ha ricordato ancora Bagnasco, al termine della sua prolusione, incoraggiando l’impegno: «Si continua lungo la strada intrapresa, con meno clamore» ma «puntando ad una reale efficacia, sviluppando le iniziative che i vari soggetti aggregativi decidono liberamente di assumere sul versante politico». Tutti in fila, adesso, a sostenere Monti e il governo.

(“Adista Notizie”, n.13 del 2012)

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