11 dicembre 2010, Cultura - In evidenza - Politica e società

Appunti su solidarietà nazionale e democrazia compiuta in Aldo Moro

di Raniero La Valle

L’on. Galloni ha riferito che nella riunione della Democrazia Cristiana a piazza del Gesù del 5 maggio 1978, quattro giorni prima dell’uccisione di Moro, Fanfani disse che ormai la figura di Moro era distrutta, mai più sarebbe stato possibile che diventasse Presidente della Repubblica, e che ormai si poteva solo salvargli la vita.
Non ci riuscirono.
Ma quale vita gli avrebbero salvato? Gli avrebbero salvato la nuda vita, perché per il resto lo avevano spogliato di tutto. Essenzialmente gli avevano tolto la parola. Come è argomentato nel libro di Miguel Gotor sulle Lettere dalla prigionia di Aldo Moro (Einaudi, Torino, 2008) le lettere di Moro furono la vera posta in gioco dello scontro e della trattativa tra lo Stato e le Brigate Rosse nei 55 giorni del sequestro, gli uni per sottrarle e nasconderle, gli altri per usarle; lo stesso ordine di apparizione delle lettere appartiene a una strategia, sia durante il sequestro, quando Mario Moretti le sottoponeva al vaglio del comitato brigatista che ne decideva la divulgazione, sia dopo, nel duplice strano ritrovamento di via Montevoso a Milano, la prima volta il 1 ottobre 1978, a pochi mesi di distanza dall’evento, e la seconda volta, dodici anni dopo, l’11 ottobre 1990, quando ormai rimosso il muro di Berlino e venuta meno la tragica contraddizione in cui l’azione politica di Moro si era inserita, la portata dirompente delle lettere era in gran parte venuta meno.
Il vero Moro sequestrato dalle Brigate Rosse ben presto divennero le sue lettere, che presero il posto del suo corpo. Sia coloro che, dalla parte del potere, cercarono di togliere a Moro le sue scritture, col dire che non fossero a lui attribuibili, sia coloro che, dalla parte dei sequestratori, le gestirono, usarono le lettere di Moro per scopi diversi da quelli per cui Moro le aveva scritte, espropriandolo così di ciò in cui massimamente si esprimeva la sua identità: la sua parola.
La parola non è solo ciò che di ciascuno è “presso Dio” e ne definisce la più profonda natura. Per Moro la parola era stata anche il mezzo privilegiato con cui aveva costruito la sua professione (di Maestro) e la sua politica.
La sua politica era quella che doveva permettere all’Italia di essere un’altra cosa, rispetto alla condizione in cui si era venuta a trovare come ostaggio della contrapposizione tra comunismo e anticomunismo, e doveva fare sì che il mondo potesse essere qualcosa di diverso da quello che, come difatti poi avvenne, fosse nato dalla secca vittoria dell’uno sull’altro. Se questo disegno si fosse attuato, l’89 sarebbe stato non la fine di una guerra e l’inizio di una nuova competizione selvaggia, ma il punto di passaggio verso una nuova cooperazione e, per dirla con una parola di papa Giovanni XXIII, verso “un nuovo ordine di rapporti umani”.
Questo straordinario tentativo Moro lo aveva costruito e perseguito con la parola. Chi può dimenticare le 7 ore della sua relazione al congresso di Napoli della DC, quando pose le basi della lunga marcia che doveva portare alla svolta del 1976? Né si può dimenticare l’appassionato discorso ai gruppi parlamentari della DC per far accettare a un personale politico un po’ conservatore, un po’ cinico e un po’ clericale, quale era quello formato dai parlamentari democristiani, un altro modo di rapportarsi alla storia (“essa non è più del tutto nelle nostre mani”) e la difficile esperienza della solidarietà nazionale.
Questa parola creatrice di nuovi rapporti politici e di nuove prospettive storiche, fu tolta a Moro dalle Brigate Rosse, ma anche da Kissinger (da cui gli venne l’intimazione a cambiarla), e dallo Stato che fu lesto ad abbandonarla, e poi a rovesciarla. Le BR scelsero la prigionia e l’uccisione del Nemico. I Kissinger scelsero la neutralizzazione dello statista italiano con qualunque mezzo ciò potesse essere conseguito (coi buoni uffici dei Servizi segreti). Lo Stato scelse l’offerta in sacrificio. Fu Cossiga a scrivere, vent’anni dopo la tragedia, che il governo sapeva benissimo che la linea della fermezza da lui adottata significava la condanna a morte di Moro; e tuttavia questo sacrificio fu ritenuto necessario. Come disse un prelato, riecheggiando le parole di Caifa, “è bene che un uomo solo muoia per il popolo”. Così delle tre condanne di Moro, quest’ultima apparve la più nobile, la più perbene, ma fu anche quella più ingiusta e gravida di conseguenze delle tre.
Moro non poteva combattere contro la prima condanna, e nemmeno contro la seconda; nei loro confronti non poteva che essere vittima. Però combattè strenuamente contro la terza, si rifiutò di prestarsi alla parte della vittima: e si sa che, perché si abbia sacrificio, la vittima deve essere in qualche modo consenziente. Moro rifiutò l’idea che lo Stato potesse aver bisogno di vittime, dovesse praticare l’ideologia del sacrificio. Lottò non per salvare la propria vita, ma per salvare un’idea di Stato che non si ponesse come assoluto, ma sempre e comunque in stato di servizio e di mediazione. In questo egli fu sconfitto. E quando il sacrificio era in qualche modo compiuto, lo Stato (pur sempre governato da cristiani) pensò di salvargli la nuda vita. In quei tempi ancora si usava; oggi neanche la nuda vita delle vittime sembra più da salvare: basta vedere che cosa si fa degli stranieri.
Ma se pure ci provarono a salvare la nuda vita di Moro, non ci riuscirono: perché la nuda vita non si può salvare. C’è tutta una riflessione del ‘900 sulla nuda vita, cominciata con Benjamin, proseguita con Foucault e infine con Agamben.
La nuda vita è la vita spogliata della sua esistenza politica, e quindi è una vita in mano al potere, al sovrano; ma il potere non la può garantire.
Una vita scorporata dall’intera umanità dell’uomo non esiste, e non si può né salvare né difendere. La nuda vita degli embrioni, dei feti, delle cellule staminali, del malato in coma irreversibile, non si può estrapolare, non si può agitare come una bandiera. La nuda vita ha significato per le piante, per gli animali, per ogni altro essere vivente, ma l’uomo è precisamente tale perché non è solo vita, è figlio di un amore creativo – di Dio, di una madre, di una comunità umana – che della nuda vita fa una vera vita.
Il compito politico, oggi come era ieri nelle intenzioni e nel cimento di Moro, è precisamente quello di rivestire la nuda vita degli uomini dando loro pienezza di vita politica, giuridica, economica, sociale, condizione perché la stessa nuda vita possa essere salvata. Evocare ora “solidarietà nazionale e democrazia compiuta” come capisaldi dell’azione politica di Moro, significa dire come oggi Moro sarebbe tra i critici più rigorosi dell’attuale deriva politica. Moro voleva compiere la democrazia includendo in essa gli esclusi: sia gli esclusi per le condizioni economico-sociali, sia gli esclusi per discriminazione politica. Oggi si fa un titolo di merito rigettare nella precarietà i lavoratori che erano tutelati dal contratto, e buttare fuori dal Parlamento intere aree della società e della politica italiane. In ciò si può vedere davvero il rovesciamento di ciò per cui Moro aveva combattuto e dato la vita. Certamente avremmo oggi in Moro un buon alleato nella lotta per ripristinare i fondamenti della democrazia, tornare alla proporzionale e ristabilire la realtà e il ruolo della rappresentanza, che è il punto oggi dirimente di ogni riforma possibile.

(Testo inedito dell’intervento programmato presentato al Convegno nazionale del 16 ottobre 2010 su “Solidarietà nazionale e democrazia compiuta in Aldo Moro”, organizzato dal Circolo culturale “Giorgio La Pira”,tenutosi a Civita Castellana ed in corso di pubblicazione negli atti del Convegno)

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