9 maggio 2014, In evidenza - Politica e società

Aldo Moro al tempo di Papa Francesco

di Pier Luigi Castagnetti

Le ultime righe di un diario apocrifo di Prospero Gallinari, il carceriere di Aldo Moro scomparso due anni fa (Ho sentito Aldo Moro che piangeva, Imprimatur editore, 2013), racchiudono il senso drammatico di una tragedia umana e politica che ha segnato il corso della vita della nostra Repubblica.

«Non avevamo alternative. Io ho sempre pensato che quattro anni fa, nel 1974, fu un errore da parte delle Brigate Rosse graziare il magistrato boia Sossi, di fronte a uno Stato che non manteneva la promessa di liberare i compagni detenuti. Stavolta, per il presidente, nemmeno si sono spinti alla promessa. Non spettava a noi risolvere le contraddizioni del regime. Quando saremo noi a raccontare la vera storia, sono sicuro che il popolo, anche quello che oggi cede alla propaganda bieca dello Stato imperialista, capirà e starà con noi. Oggi, 9 maggio 1978, abbiamo cambiato per sempre la storia».

Sono passati trentasei anni da quel 9 maggio 1978 e, ancora una volta, saremo in via Caetani a deporre una corona e a recitare una preghiera senza sapere bene se ci troveremo lì per un atto di pietà umana, o per celebrare l’anniversario di un evento ormai consegnato alla storia o per riflettere sulle ragioni che – come dice Gallinari – hanno «cambiato per sempre la storia».

La Camera ha recentemente istituito una nuova commissione per indagare elementi inquietanti, emersi in tempi recenti, che coinvolgerebbero responsabilità di servizi segreti italiani e stranieri in quella vicenda, ma uno studio serio su come quell’assassinio abbia in qualche modo cambiato l’evoluzione del nostro sistema politico, accelerando la fine della Prima repubblica senza un’idea precisa di come dovesse essere la fase successiva, ancora non è stato prodotto.

E così ogni anno questa data diventa occasione per una riflessione più facile su qualcuna delle tante lezioni che questo singolare statista ci ha lasciato, con il senso dell’insufficienza di ciò, poiché sappiamo bene che Aldo Moro oltre a essere stato maestro di pensiero è stato soprattutto uomo politico, tessitore di disegni che si intuivano solo man mano che l’ordito procedeva, quasi lui non osasse rivelarli nella loro compiutezza prima che i tempi fossero maturi.

Per la sua concezione della democrazia, era infatti il primo a sapere che il destino di un paese non poteva essere tenuto nelle mani di una sola persona e, anche per questo, di lui si è soliti ricordare la lezione del metodo, cioè la sua esaltazione della mediazione e dell’integrazione. Ma il metodo era funzionale alla realizzazione di un disegno e, sul disegno, hanno cominciato a interrogarsi i discepoli più vicini come Elia, Andreatta e Scoppola sin dai giorni successivi alla sua morte, senza pervenire a risposte univoche.

Sta di fatto che dalla mediazione siamo passati oggi alla disintermediazione e dal disegno strategico siamo passati al day by day senza porci troppe questioni, poiché la politica nel frattempo si è disabituata a farsi domande.

Personalmente in questi giorni mi sono chiesto come si sarebbe trovato lui, cattolico democratico “adulto”, seppure con un pensiero politico profondamente innervato nella ispirazione cristiana, nella Chiesa di papa Francesco, impegnata a sciogliere i legami con il potere, e in particolare con quello politico. Certo non sarebbero mancati, a lui così capace di cogliere i segni dei tempi al loro primo annuncio, gli strumenti per comprendere i cambiamenti profondi che la globalizzazione e la paganizzazione delle società avrebbero imposto sia alla Chiesa che al potere politico.

Penso anzi che avrebbe aiutato i cattolici italiani a farsi carico della scelta difficile e inevitabile di rinunciare alla forma partito che De Gasperi aveva inventato per la nuova stagione repubblicana, trovandosi al riguardo riferimenti più che allusivi in diversi dei suoi interventi successivi al referendum sul divorzio. Ma non avrebbe mai rinunciato alla concezione della democrazia tributaria rispetto alla cultura umanistica della tradizione cristiana.

Moro è sempre stato convinto che i cattolici non dovessero avere paura della democrazia e dello Stato, per il bene loro, della Chiesa e dello Stato stesso. La qualità della vita democratica nel suo pensiero era infatti fortemente intrecciata con quella della vita degli uomini e delle comunità e, per questo, ha sempre contrastato il dubbio laicista sulla effettività della adesione della Chiesa ai principi democratici.

C’è un suo scritto su Chiesa e democrazia che risale addirittura al 1950 (Al di là della politica e altri scritti, a cura di Giorgio Campanini, ed. Studium) in cui emerge chiaramente la convinzione che i partiti dovessero riconoscere il contributo che la Chiesa oggettivamente reca alla vita democratica. Sostanzialmente per due ragioni, che qui richiamo attraverso citazioni.

La prima: pur essendo vero che la Chiesa, per la sua natura, non rappresenta nella sua vita interna un modello di democrazia, «tuttavia in nessun altra esperienza l’uomo è posto così in alto come in questa, con una dignità e una responsabilità che nessuna vicenda può oscurare; in nessuna l’orientamento di tutti verso ciascuno, l’interessamento per l’uomo, per tutto l’uomo, per il suo benessere e per la sua verità, sono così operanti e vivi. Questa se non è la tecnica è certo l’anima della democrazia… In questa realtà di amore, nella quale ogni uomo vale, nella quale ogni uomo è attore, nella quale nessuno mai definitivamente cade ed è dimenticato, si sviluppano come da un centro irradiatore le migliori risorse spirituali per alimentare e perfezionare di continuo il regime democratico nella società civile».

La seconda: la originalissima posizione antinazionalistica della Chiesa consente alla democrazia di scoprire il profilo dei popoli oltre i confini degli stati, «ciò vuol dire rispetto per le posizioni proprie dei popoli e degli Stati nell’ambito della comunità internazionale, ma insieme realizzazione di rapporti umani fuori dello schematismo giuridico delle relazioni fra gli Stati. In altri termini: utilizzazione dello Stato nella sua funzione di mediatore di un ordine che si stabilisca nell’intera esperienza umana, ma superamento dello Stato e sublimazione della persona come protagonista di una comunione spirituale universale… E se ancora può trovarsi nella democrazia storicamente vissuta un formalistico rispetto da Stato a Stato, non vi si trova poi quasi affatto un senso operoso di solidarietà umana al di là dei confini, una capacità di vivere la vita della famiglia umana come vita collettiva delle persone in quanto tali».

Al di là della delicatezza, che non di rado raggiunge punte sublimi, del lessico moroteo, si coglie in questi pensieri la solidità della convinzione che la democrazia possa arricchirsi e superare la sua dimensione tecnica, soltanto alimentandosi di quella spiritualità che le dà senso, valore, riconoscibilità e rispetto da parte dei cittadini.

Per tornare alla novità che la Chiesa di papa Francesco ha introdotto nel rapporto con la politica e con forme di rappresentanza che si riferiscano direttamente all’ispirazione religiosa, penso che possiamo ritenere che Aldo Moro l’avrebbe apprezzata per tante ragioni ma, in particolare, per la costrizione che essa impone alla Chiesa e alla politica di cercare dentro di sé il nucleo delle ragioni che le giustificano (nel senso di renderle giuste).

(www.europaquotidiano.it , 9 maggio 2014)

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