21 ottobre 2017, Cultura - Politica e società

A Roma per guardare il futuro

di Raniero La Valle

È stato annunciato il programma dell’assemblea nazionale del movimento “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” convocata per il 2 dicembre a Roma, alle 10, presso il Centro Congressi di via dei Frentani 4.
Il tema dell’incontro è: “Ma viene un tempo, ed è questo”. Il suo significato è di voler interpretare il pontificato rinnovatore di Francesco come l’inizio di un tempo nuovo, per l’umanità e per la Chiesa. Il tempo a cui si allude è quello annunciato da Gesù alla Samaritana al pozzo di Giacobbe, il tempo in cui, deposti gli idoli, “i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giov. 4,23), in una umanità finalmente riconciliata e riunita. È evidente la forte carica di speranza e di fiducia implicita nella scelta di questo tema; essa però va misurata con la durezza dei tempi che stiamo vivendo, per non fare come quelli che, come si legge nella Bibbia, “raccontano i loro sogni” (Ger. 23, 27), e “profetizzano secondo i loro desideri” (Ez. 13, 2).
Per questa ragione l’assemblea dovrà sentirsi investita dalla sofferenza e dall’estrema minaccia che gravano oggi sul nostro tempo e sul mondo. In particolare non si potrà non assumere nell’analisi la perdita e addirittura lo scempio del diritto, dell’etica pubblica e delle culture di convivenza, che sono il portato dell’attuale fase neoliberista della globalizzazione. L’effetto più grave di queste demolizioni in corso è la precarizzazione della vita, soprattutto dei giovani, e la riproposizione, come se fossero del tutto normali, di politiche di genocidio: ne troviamo le tracce sia nelle reciproche minacce di distruzione nucleare, sia nell’“economia che uccide” che toglie dalla vita e dal mercato popolazioni intere, sia nella vana pretesa di sottrarre alla vista il popolo dei migranti e dei profughi, sia nell’ecocidio onde è devastata la terra.
Di fronte a tutto ciò perché possa albeggiare l’epoca nuova c’è un’urgenza da proporre, e non solo ai credenti ma a tutti, che è quella di resistere.
Resistenza è una parola che traduce la parola biblica paolina “katécon”, che vuol dire qualcosa o qualcuno che trattiene, che frena, che intercetta le forze di distruzione (2 Tess. 2, 7-8). Paolo chiama “mistero dell’anomia” questa negazione del diritto e della vita, e “senza legge” chiama l’iniquo che si fa potere a se stesso e si mette perfino al di sopra di Dio. Lo stesso pontificato di Francesco può essere visto, anche fuori delle religioni e delle Chiese, come un tale “katécon”, come un fronte di resistenza ed un freno, in nome del Dio misericordioso, al crescere dell’inequità, ai genocidi e alla guerra. Tanto più questa resistenza deve essere messa in atto dalle persone e dai popoli.
Vedrà l’assemblea, e prima di essa la riflessione dei gruppi e delle comunità interessate, come approfondire, integrare e dare seguito a questa tematica, facendo così dell’incontro romano non solo un “forum” di discussione, ma un evento capace di sviluppi futuri.
Per facilitare questa riflessione può essere utile la rilettura della Convenzione del 1948 delle Nazioni Unite contro il genocidio, dove si intende per tale non solo lo sterminio di popoli interi, ma anche singoli atti che conducano a “distruggere in tutto o in parte” un gruppo umano come tale, come sarebbe ad esempio il caso di politiche e pratiche letali nei confronti del popolo dei profughi e dei migranti in quanto tali.

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