15 gennaio 2013, In evidenza - Politica e società

A proposito del riformismo montiano

di Giovanni Bianco

Mario Monti è sceso in campo. Con supponenza, formalismo, qualche formula scontata, sviste, alcune buone idee (soprattutto di centro).                                                       

Propone dal suo punto di vista e con rigore manicheo la distinzione trita e ritrita tra populisti e riformisti, tra non europeisti ed europeisti, tra “cattivi” e “buoni”. Chi sono i populisti? A destra, e sul punto si concorda, il Signor B. e la lega, a sinistra, ed al riguardo si dissente (almeno in linea di massima), i settori più socialdemocratici del Pd, i vendoliani  e gli ingroiani.

Quindi Monti si è definito un “riformista”, escludendo categoricamente che lo siano quelle forze politiche e sociali distanti dal suo programma. Tuttavia l’autodefinizione (sia pure soltanto politica) in questo caso, come in altri, è errata e poco aderente alla realtà effettuale delle cose.

Anzitutto l’humus politico-sociale e culturale. La lista presentata da Monti è indiscutibilmente espressione di poteri forti e lobbies confindustriali che di riformista (almeno nell’accezione progressista del sostantivo) hanno molto poco; anzi in essi sono anche presenti le sembianze del conservatorismo  aggressivo e dell’egoismo di classe perchè poco propensi ad accettare un’idea solida ed estesa di democrazia sociale. Il riformismo di Monti (ammesso che sia corretta questa definizione) ha il respiro corto del monetarismo e dell’economicismo, del dominio dell’alta finanza e dei suoi potentati sulla società pluralista e sul mondo del lavoro.

In esso o non esiste o sussiste in forma blanda e smorzata la politica come partecipazione, contrasto, dialettica tra forze eterogenee (e talora pure antagoniste). Infatti, con abile tatticismo, Monti propone il superamento della dicotomia tra destra e sinistra, affermazione che  fa a pugni con il concetto di politica che si è affermato a partire dalla Rivoluzione francese e che potrebbe far rivoltare nella tomba anche Norberto Bobbio.

Peraltro, com’è possibile che un fine riformista vorrebbe zittire alcuni  scomodi e vivaci interlocutori progressisti?  Perchè, inoltre, un uomo così ostile al populismo presenta una lista con il suo nome, cioè ricorre ad un simbolo spiccatamente populista? Insomma, pensa davvero Monti che un programma confutabile ed inadeguato quale il suo, poco attento al mondo del lavoro ed alle diseguaglianze, possa essere la migliore e più consona risposta alla rozzezza ed alla banalità del riapparso Signor B.? Infine, si può ritenere che l’agone politico sia certamente comprimibile entro l’accennata “summa divisio” montiana, in parte sprovvista di aderenza alla realtà?

1 commento per : A proposito del riformismo montiano

  • Sergio Pacillo

    Monti è semplicemente un neoliberista.
    I riformisti, quelli che vengono da sinistra e che, ripudiando sia la rivoluzione che la mera conservazione dell’esistente, volevano riformare gradualmente l’ordinamento politico e sociale dello Stato tramite riforme progressive, si proponevano di correggere i difetti dell’economia capitalista con vari strumenti come le proposte di legge in parlamento e i referendum.
    Monti, al contrario, non viene da sinistra e, approfittando della crisi dall’alto del suo tecnocraticismo, mira a cambiare l’ordinamento politico e sociale dello Stato, “intimando” riforme strutturali che faranno cedere al libero mercato capitalistico pezzi importanti dei servizi e delle funzioni dello Stato.
    Sergio Pacillo

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