8 marzo 2013, Cultura - In evidenza - Politica e società

A 100 anni dalla nascita di Giuseppe Dossetti profezia per l’Italia e la Chiesa

di Angelo Bertani

Il Paese e la Chiesa vivono un momento molto difficile. La necessità di un rinnovamento della politica (e della pastorale, anzi della vita religiosa ed ecclesiale) ci interpellano e ci impongono un severo esame di coscienza. Non è una novità improvvisa perché da anni le persone più attente avevano lanciato l’allarme. Lo aveva fatto la stessa Chiesa italiana, con la voce dei vescovi, indicando qualche linea di resistenza e di ricostruzione. Mi permetto di sottolinearlo perché la Chiesa italiana, pur operosa e benemerita in tanti campi, non ha tuttavia brillato per sensibilità profetica, per coraggio e lungimiranza, anzi. Ma nell’ottobre del 1981 avvenne che i vescovi pubblicassero una sorta di lunga “lettera aperta” agli italiani, un documento che s’intitolava La Chiesa italiana e le prospettive del Paese. Erano anni in cui c’erano vescovi come Martini, Franceschi, Cè, Agresti, Battisti, Charrier, Ambrosanio, Motolese, Ablondi, e in cui c’era collaborazione e ascolto dei laici. In quel documento, singolare per franchezza e lungimiranza, si diceva tra l’altro: «Le persistenti difficoltà che anche l’Italia sperimenta oggi non sono frutto di fatalità. Sono invece segno che il vertiginoso cambiamento delle condizioni di vita ci è largamente sfuggito di mano, e che tutti siamo stati in qualche modo inadempienti. Senza fermarci sul passato, se non per scoprirvi comuni errori, dobbiamo piuttosto guardare alla realtà odierna e affrontare il domani, radicati nei valori di una tradizione positiva che ci appartiene.

A quali valori vogliamo ispirare il nostro futuro? Non intendiamo qui fare analisi dettagliate della realtà sociale ed economica, né tantomeno indicare prospettive di carattere politico. Esaminiamo responsabilmente, piuttosto, la situazione attuale, per proporre a tutti, e particolarmente alle comunità cristiane, alcune considerazioni, secondo quanto è pertinente al nostro compito (…). Innanzitutto, bisogna decidere di ripartire dagli “ultimi”, che sono il segno drammatico della crisi attuale. Fino a quando non prenderemo atto del dramma di chi ancora chiede il riconoscimento effettivo della propria persona e della propria famiglia, non metteremo le premesse necessarie a un nuovo cambiamento sociale. Gli impegni prioritari sono quelli che riguardano la gente tuttora priva dell’essenziale: la salute, la casa, il lavoro, il salario familiare, l’accesso alla cultura, la partecipazione (…). Bisogna, inoltre, esaminare seriamente le situazioni degli emarginati, che il nostro sistema di vita ignora e perfino coltiva: dagli anziani agli handicappati, dai tossicodipendenti ai dimessi dalle carceri o dagli ospedali psichiatrici. Perché cresce ancora la folla di “nuovi poveri”? Perché a una emarginazione clamorosa risponde così poco la società attuale? Le situazioni accennate devono entrare nel quadro dei programmi delle amministrazioni civiche, delle forze politiche e sociali che, garantendo spazio alla libera iniziativa e valorizzando i corpi intermedi, coinvolgano la responsabilità dell’intero Paese sulle nuove necessità (…). Con gli ultimi e con gli emarginati, potremo tutti recuperare un genere diverso di vita. Demoliremo, innanzitutto, gli idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, spreco, tendenza a vivere al di sopra delle nostre possibilità. Riscopriremo poi i valori del bene comune: della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociale, della corresponsabilità. Ritroveremo fiducia nel progettare insieme il domani, sulla linea di una pacifica convivenza interna e di una aperta cooperazione in Europa e nel mondo. E avremo la forza di affrontare i sacrifici necessari, con un nuovo gusto di vivere (…). Il Paese non crescerà se non insieme (…). Ha bisogno di ritrovare il senso autentico dello Stato, della casa comune, del progetto per il futuro. Ha bisogno perciò di un buon confronto culturale e di una buona comunicazione sociale». Giustamente quel documento è restato nella memoria dei credenti perché suggeriva di affrontare la crisi, già allora non solo annunciata ma evidente, secondo due capisaldi: primo, «ripartire dagli ultimi»; secondo, la crescita, anzi la salvezza stessa del Paese, non è possibile «se non insieme». Ma per questo c’è bisogno di una classe dirigente e politica trasparente, capace di dare senso alle sue aspirazioni e di aprire strade sicure, con onestà e competenza. E chiede una legislazione efficace, non farraginosa, non ambigua, non soggetta a svuotamenti arbitrari nella fase di applicazione, adeguata a garantire gli onesti da qualsiasi potere occulto, politico o non che esso sia. Viene spontaneo di pensare, sperare, che proprio nei momenti di crisi emergano un coraggio e un’azione adeguati. La storia sembra insegnare che, talvolta, è proprio nei momenti difficili che emergono energie nuove: persone, idee, forze sociali e aperture culturali inedite. Certo è anche spontaneo il desiderio di cercare un aiuto, un’ispirazione nei nostri maestri, nei testimoni e profeti, in coloro che già hanno (o avevano) attraversato stagioni drammatiche. Il pensiero corre alla figura di Giuseppe Dossetti, che nasceva proprio cent’anni fa, il 13 febbraio 1913, e che attraversò da protagonista e da testimone esemplare la stagione della Resistenza e della Ricostruzione. Fu “partigiano disarmato” e poi tra i padri e gli autori della Costituzione, educatore di generazioni di giovani, precursore e protagonista del Concilio, protagonista del “ritorno all’essenziale” nella vita ecclesiale e civile. Nelle scorse settimane ha colpito dolorosamente il ricordo niente affatto affettuoso e obiettivo che ne ha fatto il settimanale diocesano di Bologna, dando voce ad antiche ostilità e incomprensioni che nei decenni lo avevano accompagnato ad opera di credenti (e spesso ecclesiastici) incapaci di comprendere la lezione evangelica di don Giuseppe (v. Adista Notizie n. 3/13 e il sito internet www.c3dem.it).

La verità è che la testimonianza umana e cristiana di Dossetti è stata una profetica provocazione a tutta la Chiesa; e molti – dei quali è carità e forse saggezza non fare neppure i nomi – con lo sguardo fisso sul passato o, peggio, col cuore troppo occupato da presunzioni e interessi, incomprensioni e polemiche legate ad un ambiguo presente, non hanno saputo raccogliere quella provocazione che avrebbe chiesto una conversione del cuore e della mentalità. È davvero necessario raccogliere e riproporre la lezione di Dossetti, preziosa anche per affrontare, appunto, le difficoltà dell’oggi; e non solo quelle relative alla vita ecclesiale, che attraversa un momento difficilissimo (peggio: sembra entrare in una fase di crescente sterilità e incomunicabilità con le persone, anche quelle di buona volontà!), ma anche quelle della vita civile. A tal fine, mi permetto di offrire alcuni brani tratti da scritti e interventi di Dossetti negli ultimi anni della sua vita Anzitutto una riflessione, e un programma, sulla vita ecclesiale: «Il Concilio è stato la massima grazia di questo secolo. Papa Giovanni lo aveva sentito così. Anche noi dobbiamo essere risoluti come lui nell’accettare e nell’attuare il Concilio. Prima ed oltre i suoi documenti, esso è stato un evento celebrato in funzione di culto, di lode a Dio e di impetrazione. In questo senso l’evento trascende le stesse decisioni prese (…). Quindi se per assurdo non leggessimo neanche i documenti, ma facessimo memoria del Concilio come di una grande cosa avvenuta, io credo che non faremmo tutto il nostro dovere, ma forse ne faremmo la parte più importante. Se invece di fare tante discussioni pro o contro il Concilio si fosse fatta davvero memoria del Concilio, si sarebbe già fatta una parte molto importante. Se il Concilio è un evento esso è anche un punto di non ritorno. Non si può tornare prima del Concilio. Ci sono stati conati in questo senso, ma sono conati sterili. Certo possono ridurne l’efficacia, ma non possono far tornare quello che era prima del Concilio. O si cammina al passo del Concilio o non si cammina; e dalla forza degli eventi della storia politica e sociale degli uomini e più ancora dalla forza dello Spirito Santo si è buttati ai margini della strada». E sulla realtà sociale e culturale, alla domanda “quanto resta della notte?”, Dossetti rispondeva: «Viviamo in una crisi epocale», risponde la sentinella, che fu tra gli artefici della rivoluzione morale, culturale e politica nata dalla Resistenza e concretizzatasi nella Costituzione e nella rinascita democratica dell’Italia, e poi del Concilio. «Credo che non siamo ancora al fondo, neppure alla metà di questa crisi. Noi siamo come alla fine di una terza guerra mondiale, che non è stata combattuta, ma che pure c’è stata in questi decenni. Che è in qualche modo finita, con vinti e vincitori, o con coloro che si credono vinti e altri che si credono vincitori. La pace, o un punto di equilibrio, non è ancora stata trovata, in questo crollo complessivo. Si pensi a che cosa è accaduto della Russia. Ma la democrazia americana, anche se ha vinto, non può proporre niente e sino ad oggi non ha proposto niente. Il rimescolo dei popoli, delle culture, delle situazioni è molto più complesso quanto non fosse nel 1918. È un rimescolo totale. E in più c’è la grande incognita dell’Islam. Noi non abbiamo strumenti intellettuali per interpretare adeguatamente tutto ciò. Siamo dinnanzi all’esaurimento delle culture. Non vedo nascere un pensiero nuovo né da parte laica né da parte cristiana. Siamo tutti immobili, fissi su un presente che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma senza percepire la profondità dei mutamenti. Non è catastrofica, questa visione; è realistica; non è pessimistica perché io so che le sorti di tutti sono nelle mani di Dio. La speranza non viene meno. L’unico grido che vorrei far sentire oggi è il grido di chi dice: aspettatevi delle sorprese ancor più grosse e globali, attrezzatevi per dei rimescolamenti più radicali!». E la sentinella conclude: «Convertitevi!». E allora per noi, cristiani di oggi in Italia, questa crisi dell’idea di cristianità e dello stesso ideale di umanesimo quali conseguenze comporta? Dossetti lo scriveva già nel 1994, ricordando Giuseppe Lazzati: «Nel caso nostro dobbiamo convincerci che tutti noi, cattolici italiani, abbiamo gravemente mancato, specialmente negli ultimi due decenni, e che ci sono grandi colpe (non solo errori o mere insufficienze), grandi e veri e propri peccati collettivi che sino ad oggi non abbiamo neppure cominciato ad ammettere e a deplorare nella maniera dovuta. I battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè mirare non ad una “presenza” dei cristiani nelle realtà temporali, alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze e del loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza e adeguato sviluppo creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e politico. Ma la partenza assolutamente indispensabile oggi mi sembra quella di dichiarare e perseguire lealmente, in tanto baccanale dell’esteriorità, l’assoluto primato dell’interiorità, dell’uomo interiore».

Dossetti sentiva il fastidio per la grande distanza che sempre più divide le parole dalla realtà, il mondo della vita vera dalla “realtà virtuale” che ci avvolge ed illude. Guardava lontano e parlava con la libertà dei monaci del deserto: «Vivremo la fede pura, senza puntelli e senza presìdi di sorta, umanamente parlando. Non avremo più il conforto dei piccoli nidi sociali, delle ultime piccole nicchie che facevano un certo tepore». «Ogni tentativo di ricostituire – o di dar da bere che si può ricostituire – una sintesi culturale o una organicità sociale che presìdi o difenda la fede sarà sempre più un tentativo illusorio. Io prego perché noi non diamo a nessuno questa illusione, anche se una certa tentazione è sempre rinascente. I cristiani si ricompattano solo sulla parola di Dio e l’Evangelo! Di fronte alle difficoltà sempre più dovremo, in questa nuova stagione che si apre nel nostro Paese, contare esclusivamente sulla parola del Signore, sull’Evangelo riflettuto, meditato, assimilato. Siamo destinati a vivere in un mondo che richiede la fede nuda e pura. E la Chiesa stessa, se non si fa più spirituale, non riuscirà ad adempiere alla sua missione e a collegare veramente i figli del Vangelo!». Ecco: a me sembra che i cattolici italiani, dico i laici e i chierici credenti, possono ricordare dignitosamente oggi i cent’anni dalla nascita di Giuseppe Dossetti soltanto se sapranno capire le sue parole e la sua lezione; e se vorranno impegnarsi su una strada di rinnovamento e di fedeltà evangelica come lui, insieme a tanti altri testimoni e profeti: da papa Giovanni a Giuseppe Lazzati, da don Tonino Bello a Vittorio Bachelet, da padre Pellegrino a don Lorenzo Milani, a migliaia di laici e laiche, preti e suore non conosciuti che hanno tenuto viva, nonostante tutto, la fiammella del Vangelo. In fondo, a ben pensarci, la linea di fede e di azione indicata da Dossetti costituirebbe forse anche la più fedele e incisiva attuazione dell’appello dei vescovi italiani in quel felice documento-appello del 1981 su La Chiesa italiana e le prospettive del Paese.

(“Adista Segni Nuovi”, n.6 frl 2013)

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