12 agosto 2014, Cultura - In evidenza - Politica e società

Abc, l’esperimento democratico di Napoli

di Ugo Mattei

La crisi industriale richiede un nuovo intervento pubblico e riporta all’ordine del giorno la questione del governo democratico dell’economia. Ma – come ci ricordano i casi di politiche sbagliate e di corruzione – non basta dare potere e risorse a soggetti pubblici per risolvere i problemi: serve un controllo democratico e forme di gestione rivolte a tutelare l’interesse collettivo.
La stagione dei beni comuni – referendum sull’acqua, occupazione dei teatri, costituente per i beni comuni ha radicalmente posto in discussione la dicotomia tra pubblico (Stato) e privato (mercato), e in particolare la riduzione della questione democratica alle istituzioni del primo. Certo, la critica alla rappresentanza non poteva che rivolgersi principalmente alle istituzioni politiche pubbliche: la «ripubblicizzazione» dell’acqua e degli altri servizi di interesse economico generale non può coincidere con un ritorno a un pubblico burocratico, gerarchico e verticale. Ma la questione democratica si pone naturalmente anche nelle sedi economiche, e non più soltanto in quelle politiche.
In questo quadro ho seguito l’importante esempio di trasformazione dalla veste privatistica (Spa) a quella pubblicistica (Azienda speciale) avvenuto a Napoli, dove l’acquedotto, un servizio a vocazione industriale con fatturato ben superiore ai 100 milioni di euro e con un numero di dipendenti dell’ordine del mezzo migliaio è stato definitivamente trasformato in Azienda Speciale ABC (Acqua Bene Comune) nell’aprile del 2013, proponendosi come modello (finora non seguito) di ottemperanza fedele al referendum di tre anni fa.
Sul piano teorico, il processo non poteva essere più limpido e cristallino. L’Azienda Speciale ai sensi del Testo unico sugli enti locali è dotata di piena autonomia statutaria. Lo statuto è il vero Dna di ogni soggetto economico perché determina i comportamenti degli amministratori, perciò tutto sta nell’adottarne uno coerente con la natura di bene comune del servizio idrico. Lo statuto di ABC dovrebbe vincolare così gli amministratori (per due quinti espressione del «mondo ambientalista») ad un governo dell’acqua come bene comune, ossia ad uno spirito ecologico, contestuale, solidaristico, generativo e senza fini di lucro.
Si supera così la natura tipicamente estrattiva, di breve periodo, verticalmente aziendalistica e «for profit» delle Spa (indipendentemente dal fatto che l’azionariato sia pubblico o privato). Il bene comune servizio idrico non è frazionato in azioni, per loro natura agevolmente alienabili, sicché il valore d’uso torna a prevalere strutturalmente su quello di scambio e la privatizzazione è davvero scongiurata.
Fatta questa scelta, occorre affrontare il problema per cui insieme allo «scopo di lucro» si rischia di perdere i servigi della sola «agenzia» capace di misurare l’efficienza aziendale, ossia «il mercato». È quindi essenziale sostituire il «controllo del mercato» con «il controllo della partecipazione», o meglio affiancare il secondo al primo, allestendo una sorta di parlamentino dell’acqua (il Comitato di sorveglianza) che a regime dovrebbe dotarsi dei mezzi tecnici (per esempio una matrice dei beni comuni) idonei a garantire che il governo ecologico e sociale non degeneri in collocamento del nipote scemo del potente di turno.
Questa combinazione di statuto ecologico e sociale con governance fondata sul controllo partecipato dell’operare degli amministratori è sicuramente la chiave di volta del nuovo governo democratico dell’economia di cui ABC si propone come modello. Ovviamente, è necessario molto lavoro teorico e pratico che non può essere portato avanti in solitudine, sicché ABC ha promosso a livello nazionale Federcommons associazione che cerca di legare fra loro le oltre duemila aziende di servizi ancora interamente in proprietà pubblica il cui valore, dell’ordine di ben 500 miliardi (stime dell’Imf), costituisce la vera preda delle prossime rapaci privatizzazioni.
Infatti se a Napoli abbiamo allestito il parlamentino dell’acqua, composto di cinque lavoratori eletti, cinque utenti sorteggiati, cinque componenti del consiglio comunale e cinque rappresentanti dei movimenti ambientalisti (oltre all’assessore con delega all’acqua) nulla vieta di immaginare altrove un parlamentino della spazzatura, uno dei trasporti, uno della scuola, uno della Rai, in modo da attirare al governo dell’azione pubblica intesa come bene comune le migliori energie della cittadinanza attiva.
È presto per valutare i nostri risultati anche perché come prevedibile scontiamo non poca resistenza su diverse linee. Intanto, la ripubblicizzazione, ponendosi in contrasto radicale con i tentativi continui di aggirare il referendum, si ritrova come nemici i poteri finanziari (che cercano di limitate l’accesso al credito, per fortuna oggi assai basso), e l’informazione dominante, portatrice di interessi direttamente in conflitto con il mantenimento dell’acqua pubblica.
Inoltre, scontiamo un ritardo soprattutto culturale da parte delle istanze comunali che stentano a comprendere che il modello ABC lungi dal voler concentrare maggiori poteri nella politica rappresentativa, costituisce un avanzato tentativo destituente volto alla restituzione al popolo sovrano del potere mal utilizzato dalla rappresentanza. A questo proposito, si sta giocando una delicata partita proprio su alcune proposte modifiche di Statuto che rischiano di mettere la «mordacchia» ad ABC, mentre invece occorrerebbe ripensare al controllo analogo con piena responsabilizzazione del parlamentino, ovviando altresì ai problemi gravissimi generati dall’inerzia e dai tempi della politica. Infine ben scarso entusiasmo per questo esperimento è manifestato dai movimenti napoletani, i quali non si rendono conto che il meglio è nemico del bene e paiono assi riluttanti ad assumere la responsabilità che deriva dal partecipare al gioco istituzionale. Incredibilmente, la sola componente che ancora non ha dato i suoi cinque rappresentanti del parlamentino dell’acqua è proprio quella di movimento! Verrebbe da dire: è facile predicare la ripubblicizzazione, molto meno è sporcarsi le mani per metterla in pratica.
L’esperimento ABC sta dando risultati largamente positivi sul piano economico, finanziario e degli investimenti in chiave di beni comuni. I risultati di gestione sono tutti migliori rispetto al budget nonostante l’assai becera applicazione di spending review ed altri arroganti interventi esterni, dall’Agenzia delle entrate, a Inps, Inpdap, ad alcuni uffici comunali, ai favoritismi intollerabili della Regione Campania nei confronti dei soliti gruppi privati: ABC resta l’unica partecipata virtuosa del Comune di Napoli, in attivo a dispetto dei Santi! È forse a causa di questi risultati che l’esperienza istituzionale di ABC è occultata dal dibattito pubblico.

(www.sbilanciamoci.info , n.340/2014)

1 commento per : Abc, l’esperimento democratico di Napoli

  • annunziata bevilacqua

    La partita che oggi si deve giocare è quella sui servizi pubblici, che la società civile è impreparata a richiedere per i ritardi culturali gravi che sono evidenti . Anche perciò la politica rispecchia gli stessi ritardi ,essendo emanazione della stessa società civile.

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