11 febbraio 2014, Politica e società

Irriformabili

di Cristina Matiello

permesso di soggiornoIrriformabili: chiunque abbia ancora una cultura del diritto o dia valore al semplice concetto di umanità non può che chiedere l’immediata chiusura di tutti i Cie come primo passo per una riforma radicale della legislazione in materia di immigrazione. Una ormai lunga storia ha fatto dei “Centri di identificazione ed espulsione” una mostruosità giuridica, un luogo di sospensione della legalità e delle garanzie minime, un “limbo giudiziario” fuori dal controllo sociale e di fatto anche dalle regole, come le “istituzioni totali” di basagliana memoria. Tante le tappe, sempre peggiorative. Nati nel 1998 con la Legge Turco-Napolitano come Centri di permanenza temporanea e assistenza in cui si poteva permanere al massimo per 30 giorni, si dimostrano subito strutture ambigue nella definizione formale e difficilissime da gestire.

Gli “ospiti” – termine ancora oggi utilizzato! – sono in realtà detenuti: si tratta di una “detenzione amministrativa” di per sé illegale (anche se accettata dall’Europa di Schengen) in quanto non è definibile “reato”, e quindi passibile di costrizione della libertà un’irregolarità amministrativa come la mancanza di documenti. Gli spazi inidonei creano condizioni di vita disumane che provocano fin dall’inizio drammatiche proteste, atti di autolesionismo, tentativi di fuga e rivolte. Emerge presto la contraddizione tra fini dichiarati e risultati ottenuti: se il fine è l’identificazione, perché una permanenza così lunga, se quella non è possibile? Allora è sempre più evidente che si tratta di carceri di fatto. Carceri per persone che non hanno commesso alcun crimine né hanno subìto processi. Carceri non dichiarate tali, che proprio per questo delle carceri non hanno neanche le garanzie di base. Carceri dove può finire chiunque si trovi senza permesso di soggiorno: anche persone che dopo anni hanno semplicemente perso un lavoro regolare. Spesso anche minori.

Con l’affermarsi progressivo della politica xenofoba, una stretta repressiva trasforma gradualmente i centri, nel cui nome intanto è scomparsa la parola “accoglienza”, in luoghi di massima sicurezza dove la violenza e la disperazione segnano la vita quotidiana. Nel 2002 la Legge Bossi-Fini sull’immigrazione porta a 2 mesi il periodo massimo di permanenza; nel 2009, quando il nome è già quello attuale, il “Pacchetto sicurezza” (Legge 94/2009) lo porta a tre, ma soprattutto, introducendo formalmente il “reato di clandestinità”, apre la strada all’equazione immigrato irregolare=clandestino=criminale, che con il suo impatto devastante sul piano socio-culturale, “legittima” totalmente la detenzione, tanto che nel 2011 il limite arriverà a un anno e mezzo (Decreto legge 89/2011)!

Questo è anche l’anno in cui il governo tenta con una direttiva di chiudere i centri alla stampa. Una forte campagna, il cui organismo promotore prende il nome di LasciateCIEntrare, impedisce che questo diventi una regola, ma ancora oggi ottenere permessi è molto difficile. Nel 2009 l’ingresso è stato negato in due strutture anche agli operatori di Medici senza Frontiere, autori di un articolato rapporto-denuncia dal titolo “Al di là del muro”.

Un elemento spesso sottovalutato ma centrale è la gestione privata dei Cie: gli enti vengono scelti, fin dall’inizio, tramite appalti gestiti dalle prefetture e vengono poi abbondantemente finanziati. Va smascherata con decisione l’argomentazione della “mancanza di fondi” usata spesso per giustificare un trattamento degli immigrati indegno di un Paese democratico. Il giro di affari sulla loro pelle è enorme e ripetutamente sono stati denunciati abusi e sfruttamento degli “ospiti”, perfino nel campo della prostituzione. La gestione privata consente di fatto ogni arbitrio, anche sul piano medico: le Asl non sono ammesse, i medici sono privati chiamati direttamente dai gestori. E la situazione sanitaria, in tutte le denunce, appare spaventosa: mancanza di farmaci anche essenziali, e invece somministrazione abbondante di psicofarmaci.

Maltrattamenti, violenze, condizioni di vita “inumane e degradanti”: tutte le strutture sono un insieme di gabbie concentriche, con meccanismi di controllo continuo, servizi igienici insufficienti, non di rado acqua razionata e mancanza di riscaldamento adeguato in inverno, cibo scarso e scadente, letti spesso cementati al pavimento, senza veri materassi e con lenzuola di carta e poche coperte, divieto per ragioni di sicurezza di possedere molti oggetti personali. La vita quotidiana nei Cie è fortemente lesiva della dignità umana e, come ci dicono le tante storie personali, insopportabile sul piano psicologico anche per la sensazione di abbandono ad un arbitrio imprevedibile in uno spazio temporale indefinito, e senza alcuna certezza formale. I suicidi infatti sono in costante aumento.

La coraggiosa denuncia di Khalid Alì, che ha ripreso una scena da lager nel Centro di accoglienza (formalmente neanche Cie) di Lampedusa, ha avuto il merito di mostrare a un’opinione pubblica narcotizzata e indifferente questa realtà spaventosa finora nota a una esigua minoranza consapevole. Ed è esploso un dibattito che ha finalmente toccato anche l’ambito istituzionale, al cui interno si sono levate per la prima volta alcune voci su posizioni decise. È dovere di tutti cercare di utilizzare lo spiraglio che sembra essersi aperto per dire con forza che un’altra accoglienza è possibile e che deve cominciare subito.

* Insegna in un liceo romano, attiva sul territorio e nella ricerca teorica sul tema dei diritti e del multiculturalismo

(Adista Segni Nuovi, n.2/2014)

 

 

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