12 marzo 2013, Politica e società

Fausta

di Raniero La Valle 

Il Papa non si era ancora dimesso, Monti non aveva ancora osato paragonare i sindacati che chiedono lavoro agli sfasciacarrozze che promettono la luna, Berlusconi non aveva ancora compiuto un ennesimo tentativo di corruzione dell’elettorato annunziando la restituzione dell’IMU, quando Fausta, ai primi di febbraio, è venuta a mancare. Dalla prima notizia lei sarebbe stata edificata, della seconda sarebbe stata incredula, la terza l’avrebbe fatta inorridire. Da quando era tornata in Italia, dopo che per una vita si era occupata a Bruxelles del marito e dei figli e aveva servito la causa dell’ascesa delle donne nella Comunità Europea, aveva contratto una vera passione per la Costituzione e per la politica italiana. Lo si potrebbe chiamare un “patriottismo costituzionale”, tanto che un esponente di “Libertà e giustizia” nel ricordarla l’ha definita come una “patriota”, simile a qualcuna delle donne del Risorgimento. Dunque, col suo patriottismo costituzionale, avrebbe sofferto per la noncuranza governativa riguardo al lavoro, che è a fondamento della Costituzione, e per l’illecito costituzionale di fare della materia fiscale un baratto elettorale.

Fausta Deshormes La Valle era mia sorella. Quando è morta era impegnata in un’ultima battaglia nei riguardi della Commissione Europea perché si rompesse il silenzio sul fatto che molti funzionari che avevano lavorato nella palazzina degli uffici europei di Bruxelles, infestata dall’amianto, erano a rischio di scoprirsi un meliotelioma, il cancro di cui stava morendo.

L’amore tra i fratelli ha questo di particolare, che mentre tutti gli altri amori, anche i più importanti, durano solo per un periodo della vita, quello tra fratelli attraversa tutta la vita, dalla culla, dall’infanzia, fino alla morte. Per questo quando si vuole dire che gli uomini si devono amare, si dice che devono amarsi come fratelli, cioè sempre.

Come fratello posso dire che la vita di Fausta è stata un itinerario verso la luce. Poiché, come ha lasciato detto, la vita era stata bella, non aveva alcuna fretta di morire, peró sapeva che alla fine ci sarebbe stata la luce. Ne aveva fatto esperienza una volta che aveva avuto un incidente d’auto; mentre era in stato d’incoscienza, le sembrava di percorrere un tunnel oscuro, in fondo al quale c’era una luce. Poi si accorse che era la luce del comodino; ma quando si risvegliò a quella luce, trovò una mano amica che stringeva la sua, era la mano di Philippe, il suo amore. Da allora ha sempre pensato che la morte fosse arrivare a una luce dove c’era una mano che la aspettava, per stringere la sua.

Perció, quando è davvero arrivata la morte, l’ha abbracciata con leggerezza, dandoci la bella notizia che la morte, accolta con docilità, è dolce e bellissima.

La sua agonia è stata lunga, è durata due giorni, e per più di un giorno è stata un ininterrotto colloquio con i figli, con le nipoti, i fratelli. È stata una vera agonia, e l’agonia, come dice la parola, è un agone, un combattimento con la morte. Perché la morte deve essere combattuta; la morte non è il nostro destino, non è una pena da scontare, non è un nemico a cui arrendersi, tanto meno deve essere il salario per un lavoro in fabbrica o in un ufficio pubblico europeo; la morte è il limite della creatura. Peró questo lotta per Fausta è stata una lotta non violenta. Conflitto, sì, ma non violento. Nella mia esperienza io ho visto molti conflitti e ho sentito molti appelli alla nonviolenza, come a un resistere vero. Nella morte di Fausta c’è stato un vero conflitto, perché la vita era bella, e una vera non violenza perché anche la morte potesse carpire un riflesso e un raggio della bellezza della vita.

Questa è stata la pedagogia di quelle ore; un insegnamento, che forse puó servire a molti, sul che fare con la morte: un vero conflitto, una vera non violenza, una vera pace. Resistenza e pace.

(“Rocca”, n.4 del 2013)

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