2 maggio 2012, Cultura - Politica e società

La nostra festa

di Claudio Sardo

La festa del lavoro nel tempo della crisi più profonda, e socialmente drammatica, del dopoguerra. Mentre si diffondono paure e sfiducia, le istituzioni democratiche paiono impotenti di fronte ai mercati, le speranze di cambiamento faticano a incarnarsi in comunità politiche.
Ma il 1° maggio è una festa speciale. Perché esprime innanzitutto una lotta comune. Una battaglia che non si fermerà, essendo parte della dignità dell’uomo. Una rete di solidarietà che viene prima e dà ragione ad ogni progetto di rinnovamento.

Il lavoro è il fondamento della Repubblica italiana. I costituenti potevano scrivere altrimenti l’articolo 1 della nostra Carta. Invece hanno deciso così. E ora il lavoro per noi è l’obiettivo primario, il volto umano di ogni programma di risanamento e di crescita, la priorità necessaria nella traversata di questa crisi. Purtroppo i numeri del lavoro in Italia sono drammatici. I tassi di occupazione sono sempre stati bassi. Ma oggi raggiungiamo cifre insostenibili: soprattutto per le donne e per i giovani. Siamo in coda alle classifiche dell’Unione europea. E le ricette rigoriste – che fino a ieri venivano presentate come indiscutibili e che ancora oggi, benché criticate, restano il paradigma delle politiche correnti – ci spingono ancora più a fondo.
L’Italia, anzi l’Europa – perché è questa la dimensione che può consentire una reazione adeguata alla crisi economica – deve rimettere al centro della propria azione e della stessa competizione politica il tema della crescita, dello sviluppo sostenibile. Non stiamo parlando di teorie economiche, benché i disastri del liberismo siano ormai evidenti. Stiamo parlando di persone in carne e ossa: di fabbriche che chiudono, di pensionati che non hanno soldi per mangiare, di famiglie che vivono nella povertà, di esodati senza lavoro e senza pensione, di giovani a cui viene rubato il futuro.La misura della crescita, come la misura dell’equità, è il lavoro. Il riconoscimento del diritto al lavoro delle persone. Il lavoro come piena cittadinanza. Si può dire ancora così? O dobbiamo rassegnarci all’idea che la disoccupazione sia una condizione ineliminabile, magari persino utile alla competitività del sistema?
La nostra Costituzione non è solo la cornice di un ordinamento. È un patrimonio di valori, che contiene tuttora linee guida a cui sarebbe bene ispirarsi. Sappiamo perché, negli anni dell’egemonia della destra, qualcuno ha cercato di snaturarla. Per fortuna l’attacco non è riuscito, anche se abbiamo perso molto sul terreno sociale e culturale. Ora il lavoro deve tornare al centro di un programma di riscatto e di cambiamento. Non si tratta di arroccarsi ai presidi rimasti, nella società o nei codici. La difesa è possibile solo dentro una sfida sulla qualità, la creatività, l’innovazione, dunque anche la competitività di sistema. Ma si tratta di intendersi: la qualità è figlia di un modello sociale e culturale, non è slegata al valore che si dà alla persona. Il fine della politica, come dell’azione sindacale, resta la persona. Dunque il lavoro, che ne garantisce la dignità di cittadino e che dà corpo al diritto.
Celebriamo questo 1° maggio in un passaggio importante. Nelle prossime settimane si voterà in molti Paesi europei. A partire dalla Francia domenica prossima. E dall’Italia, con il primo turno delle amministrative. Una svolta è possibile. Le politiche liberiste possono, debbono essere cambiate. Ovviamente bisognerà combattere. Per costruire, per rafforzare le reti unitarie e di solidarietà. Unità dei progressisti europei attorno a un programma comune. Unità d’azione dei sindacati confederali per smentire chi vuole fare a meno dei corpi intermedi. Unità tra le forze del lavoro, le imprese, la ricerca che vogliono tenere l’Italia in serie A.
Il governo dei tecnici è ora al lavoro sui tagli alla spesa pubblica e ha chiamato ieri altri «tecnici» all’opera. Ci sono tagli utili e buoni propositi, ma non tutti i tagli sono di per sè buoni. Ci vuole equità. E soprattutto una nuova idea di pubblico. Che condizionerà la prova decisiva: quella degli investimenti, senza i quali la crescita sarà impossibile.
Oggi comunque festeggiamo. L’Unità esce con la testata rossa, come in altri 1° maggio. Il rosso è il colore iscritto nella sua storia. Ma il rosso è anche uno dei colori della nostra bandiera, un tratto nazionale. Per noi, per il giornale, quest’anno la festa è ancora più speciale. Perché stiamo preparando un nuovo formato, una nuova versione grafica, che debutterà in edicola lunedì 7 maggio. Vogliamo «tornare grandi» per raccontare meglio la società e per essere uno strumento al servizio di chi vuole che in Italia e in Europa si cambi rotta. Nel senso del lavoro. Più lavoro, più qualità del lavoro. Ovviamente cercando di unire gli innovatori.

(“L’Unità”, 1 maggio 2012)

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