1 novembre 2010, Cultura - In evidenza - Politica e società

Aldo Moro, interprete del cambiamento sociale

di Luciano D’Andrea

Introduzione

In qualità di direttore dell’Accademia di studi storici Aldo Moro, desidero innanzitutto ringraziare il Circolo culturale Giorgio La Pira, e in particolare Giovanni Bianco, per aver voluto organizzare questo Convegno nazionale di oggi, al quale l’Accademia è stata felice di aver dato il patrocinio.

Due premesse

Prima di entrare nel merito dell’argomento, vorrei fare due premesse.
La prima è che non sono uno storico, bensì un sociologo. E come sociologo, sono portato a leggere il pensiero e l’opera di Aldo Moro, in collegamento alle grandi trasformazioni della società italiana del dopoguerra, piuttosto che in stretta relazione ai singoli eventi e passaggi storico-politici che lo videro protagonista.
La seconda premessa è che quanto dirò, pur essendo espressione di mie personali considerazioni, riflette per forza di cose anche i risultati di un impegno di studio su Aldo Moro che l’Accademia ha sviluppato nei suoi trent’anni di attività.

Non si è trattato di un lavoro sempre facile; e questo, non solo per la complessità della personalità e della biografia di Moro. Per molto tempo si è dovuto combattere i tanti luoghi comuni che si sono incrostati sulla figura di Moro (un Moro poco fattivo, lento, farraginoso, tatticista fino all’estremo, privo di strategie; un Moro oscuro nel parlare e tortuoso nel pensare; o ancora un Moro distaccato, disinteressato alla vita della gente, perfino cinico, comunque chiuso in se stesso, aristocratico e pessimista). Si è trattato anche – ed è stata questa forse l’impresa più difficile – di impegnarsi per svincolare Moro dalla cronaca, di liberare cioè Moro dal “caso Moro”, che rappresentava una sorta di “gabbia” cognitiva su cui si rischiava continuamente di cadere.

A partire dal 2006, anche grazie all’occasione data dalla celebrazione del Trentennale della morte dello statista, tuttavia, si sono create le condizioni per uscire da queste strettoie e per andare più in profondità nell’interpretazione della figura di Moro, alla ricerca di chiavi di lettura più generali, più solide e più precise di quelle utilizzate in passato; chiavi che hanno più un back-ground ermeneutico o filologico, che prettamente storiografico. Noi peraltro siamo impegnati, come accademia, a far crescere la ricerca storiografica e a trovare i fondi per farlo, soprattutto nella prospettiva del 2016, centenario della nascita dello statista.
Fatte queste premesse, entro nel merito dei contenuti di questo incontro di oggi.

E lo faccio, cominciando con l’identificare due elementi che aiutano a comprendere la riflessione di Moro in merito alla solidarietà nazionale e al tema del compimento della democrazia.

A. il percorso politico che Moro aveva compiuto, certamente già dalla costituente, ma sicuramente a partire dalla fine degli anni ’50.
B. la percezione della situazione del Paese che aveva Moro a partire dalla metà degli anni ‘60

A. IL PERCORSO POLITICO DI MORO

Inizio dal primo tema: qual è stato il percorso politico che Moro aveva compiuto prima di arrivare al tempo della solidarietà nazionale?

L’esistenza di un progetto moroteo

Come ho detto, non sono uno storiografo e non credo di avere le carte in regola per fare una disamina precisa del percorso politico moroteo.

La lunga consuetudine con il pensiero di Moro ci ha tuttavia spinto, come Accademia, a maturare uno specifico punto di vista al riguardo.

L’idea che ci siamo fatti – forse sbagliata o forse semplificatoria – è che Moro, in modo abbastanza continuo, fosse portatore di uno specifico progetto”, vale a dire che egli avesse un consapevole “disegno” in merito allo sviluppo della democrazia italiana, all’Europa e al governo delle relazioni internazionali, che avrebbe guidato la sua azione per gran parte della sua carriera politica.

Riferirsi a un progetto di Moro appare particolarmente affascinante e suggestivo, se non altro perché consente di spiegare molte delle continuità che emergono con una certa nettezza dalla figura dello statista: continuità che, a mio avviso, si sviluppano:

- al livello strategico (che prefigurano in Moro alcuni obiettivi generali e di lungo periodo);
- al livello metodologico (che permettono di cogliere un modus operandi abbastanza tipico di Moro).

Va detto che , se di un progetto si è trattato, esso è stato certamente un “progetto interrotto”, bloccato nel suo sviluppo dall’omicidio politico di cui Moro è stato vittima: è come parlare, dunque, di una romanzo al quale è stato omesso il finale; ed è proprio per questo che risulta anche difficile coglierne gli elementi di successo e di insuccesso, visto che, come sosteneva Hegel, un processo si può giudicare solo quando si è concluso e non nel suo farsi.

Tre assi strategici

Di che progetto si trattava?

Per semplificare, si possono identificare tre assi strategici principali:

- pluralismo sociale;
- compimento della democrazia;
- Inclusione.

Il primo asse di questo possibile “progetto” di Moro si può rintracciare nella sua tensione a riconoscere e sostenere il pluralismo sociale, da lui colto come manifestazione della molteplicità e della vastità di forme assunte dalla vita sociale nel contesto della modernità. Gioca, in questo, anche un interesse profondo di Moro nei confronti della modernità e soprattutto un amore e una curiosità verso le opzioni culturali, religiose e filosofiche diverse dalle sue, in ognuna delle quali egli ravvedeva – come hanno messo in rilievo anche alcuni osservatori – un “pezzo” di verità sull’uomo. Da qui, anche la sua convinzione che la verità, tutta intera, poteva emergere solo attraverso una relazione tra le diversità.

Il secondo asse strategico che sembra caratterizzare il “progetto” moroteo s’incentra sull’idea del “compimento della democrazia”. Moro costantemente percepiva nella politica e nelle istituzioni una dimensione di incompiutezza e di provvisorietà, soprattutto di fronte a questo tipo di società pluralista, dinamica, “più mossa ed esigente”. Da qui derivano le sue riflessioni sulla crisi della forma “partito” o sulla “democrazia bloccata”, i suoi timori in merito all’emergere di uno Stato rigido e statico, a fronte di una crescente fluidità della vita sociale o l’idea di una “terza fase” della democrazia italiana, aperta alla prospettiva dell’alternanza.

Il terzo asse è la costante tendenza all’inclusione che Moro ha mostrato in tutte le fasi della sua carriera politica e che, io penso, egli vedesse proprio come strada maestra per dare compimento alla democrazia e per fronteggiare i rischi derivanti dalla dinamica sociale. Inclusione, innanzitutto, di tutti i cittadini nella vita dello Stato, ma anche di tutte le culture politiche all’interno della dinamica democratica: il mondo cattolico, all’epoca della costituente; i socialisti, con l’esperienza del centro-sinistra; l’area comunista, con la cosiddetta “strategia dell’at¬tenzione”.

Questi tre assi strategici si intrecciano continuamente nella vicenda politica di Moro. Spesso sono nascosti da azioni tattiche che Moro sapeva adottare con molta capacità, ad esempio, per tranquillizzare gli alleati o convincere i dubbiosi. Tuttavia, al di là di ciò che appariva in superficie, credo che Moro seguisse soprattutto queste tre linee di azione come vettori principali lungo intorno ai quali sviluppare la sua azione politica.

B. LA PERCEZIONE DELLA SITUAZIONE DEL PAESE

Passo al secondo elemento. Che percezione aveva Moro della situazione del Paese nella seconda metà degli anni ’60?

Moro interprete della crisi della modernità

Moro fu, in generale, un grande interprete della modernità; non solo dei sui aspetti politici, ma anche di quelli che non avevano un immediato impatto sulla vita politica.

Soprattutto a partire dagli anni ’60, tuttavia, egli percepisce sempre più la crisi della modernità, cogliendo i primi segni del passaggio dalla società moderna a quella che viene variamente indicata, a seconda delle scuole di pensiero, come società post-moderna, iper-moderna, liquida, post-industriale, del rischio o della conoscenza.

Di questa “nuova società” emergente, Moro intuì sicuramente i tratti fondamentali:

- la sempre più forte autonomia degli individui rispetto alle strutture sociali (e quindi indebolimento di modelli di comportamento, di regole, di cogenze e vincoli, di fronte a persone e gruppi dotati di più elevata soggettività);
- la diversificazione della società, in termini di culture, rappresentazioni della realtà, idee, stili di vita;
- la crescente condizione di incertezza che caratterizza la vita sociale, anche a causa dell’indebolimento delle strutture ordinatrici della vita sociale;
- il rafforzarsi delle interdipendenze globali;
- la conseguente crisi delle istituzioni della modernità, a cominciare da quelle politiche.

Le dimensioni delle trasformazioni in corso

Moro rileva le dimensioni epocali di questo passaggio, cogliendole con un misto di speranza e di motivata preoccupazione. Quasi paradigmatico, al riguardo, è il ben noto intervento di Moro al Consiglio Nazionale della DC del 1968:

“Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai. Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d’ombra, condizioni d’insufficiente dignità e d’insufficiente potere non siano oltre tollerabili, (…) sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità.”

Non si trattava di cambiamenti di piccolo cabotaggio, né di trasformazioni indolori. Anzi, questi cambiamenti rapidi e strutturali si prefiguravano come un vero e proprio fattore di rischio per il Paese.

Significativo, in proposito, è quanto Moro afferma nel 1974 in un discorso che mette in luce il paradosso dello sviluppo:

“Questa Italia disordinata e disarmonica è però infinitamente più ricca e viva dell’Italia più o meno bene assestata del passato. Ma questa è solo una piccola consolazione. Perché anche nel crescere e del crescere si può morire.”

La posta in gioco

Qual è la posta in gioco in tutto questo? La posta in gioco mi sembra che sia la stessa sopravvivenza di un sistema politico in grado di “governare” un cambiamento divenuto rapido, profondo e dagli esiti contraddittori..
Cito alcuni brani, in rapida successione.

Nel 1969 afferma:

“Sentiamo che i tempi si fanno stretti e che non c’è molto margine, perché le istituzioni assolvano al decisivo compito di incanalare e rendere feconde le correnti di libertà e giustizia che scuotono la nostra società, come ogni società nel mondo.”

Sempre nel 1969, in un altro suo intervento, Moro si sofferma sulla crisi dei partiti:

“Del resto, una società sempre più presente a se stessa travalica le strutture dei partiti ed è sempre meno agevolmente riconducibile, come prima avveniva, nell’ambito di una impostazione particolare, sotto lo scudo di una ideologia ben definita ed esclusiva.”

In un discorso del 1974, mette invece in luce lo sbilanciamento tra una società dinamica e vitale e una politica troppo lenta e incapace di interpretare la realtà:

“C’è una sproporzione, una disarmonia, una incoerenza tra società civile, ricca di molteplici espressioni ed articolazioni, e società politica, tra l’insieme delle esigenze, nel loro modo naturale ed immediato di manifestarsi, ed il sistema apprestato per farvi fronte e soddisfarle. (…) E’ stanca la vita politica, sintesi inadeguata e talvolta persino impotente dell’insieme economico-sociale del paese.”

Quello che forse lo statista temeva maggiormente non era un mero scollamento culturale e comunicativo tra “cittadini” e “politica”, bensì un gap più generale e ben più serio tra “società” e “politica”, che impedisce strutturalmente a quest’ultima di cogliere, interpretare e quindi guidare le macroscopiche trasformazioni che attraversano la società contemporanee.

Come nota giustamente lo storico Emilio Gentile, rispetto alla possibilità di colmare questo gap, Moro, con l’andar del tempo, appare peraltro sempre meno ottimista. Significativo appare in proposito quanto egli afferma nel 1976, al XIII congresso della Democrazia Cristiana.

“È diminuito il potere dello Stato. (…). È giusto dunque temere per lo Stato democratico, dubitare che esso non riesca ad essere uno strumento aperto, flessibile, ma istituzionalmente capace di dare alla libertà tutto il suo spazio. L’equilibrio tra le crescenti libertà della società moderna ed il potere necessario all’ordine collettivo è fra i più grandi, se non il più grande problema della nostra epoca.”

E ancora, in un discorso sempre del 1976, i timori di Moro circa la stabilità del sistema politico appaiono ancora più evidenti:

“E’ giusto (…) temere per lo Stato democratico, dubitare che esso non riesca ad essere uno strumento aperto, flessibile, ma istituzionalmente capace di dare alla libertà tutto il suo spazio. L’equilibrio tra le crescenti libertà della società moderna e il potere necessario all’ordine collettivo è fra i più grandi, se non il più grande problema della nostra epoca.”

Credo che sia questa la percezione che avesse Moro della realtà del Paese, almeno a partire dal ’68 e soprattutto nei primi anni ‘70, quando – mi sembra – incomincia seriamente a dubitare sul futuro dell’assetto democratico e della reale possibilità, da parte della politica, di orientare e gestire le ormai fortissimi tensioni al cambiamento provenienti dalla società.

C. SOLIDARIETA’ NAZIONALE E COMPIMENTO DELLA DEMOCRAZIA

Credo che la politica della solidarietà nazionale vada inquadrata in questo doppio contesto: il progetto moroteo e la percezione della crisi della politica.

Essa può essere letta come l’ultimo passaggio – quello incompiuto – del progetto di Moro, di cui mantiene i tratti strategici peculiari: sostenere il pluralismo sociale, ricercando la strada verso un compimento del sistema democratico, attraverso un’azione di inclusione.

Si trattava di passaggio difficile e particolarmente complesso, soprattutto dal punto di vista tattico, perché aveva per oggetto il tentativo massimo allora concepibile di inclusione politica, quella cioè del mondo comunista nell’area di governo. Molti accusano Moro, proprio in considerazione dell’enorme carico tattico che egli mise in piedi, di aver di fatto agito con un intento di logoramento del Partito Comunista, con una operazione che, in realtà, aveva quale vero obiettivo il rafforzamento della Democrazia Cristiana.

Sinceramente, io propendo per la tesi di Ruffilli e di altri studiosi, quella cioè che identifica la solidarietà nazionale come parte di un’azione di medio e lungo periodo (in gran parte rimasto indeterminato) orientato a dare forma a un sistema democratico maturo, orientato all’alternanza. Si trattava di superare il collo dell’imbuto, che era simbolicamente rappresentato dalla conventio ad excludendum, ma che in realtà impediva all’intero sistema democratico di svilupparsi.

E’ una tesi che mi appare come la più probabile, proprio in considerazione della acuta consapevolezza che aveva Moro – e condivisa solo da pochi altri – dell’effettivo rischio di un collasso del sistema politico in quanto tale.

Un collasso, mi sembra, su cui si giocava non tanto la questione relativa a chi avrebbe governato, ma quella relativa alla stabilità delle istituzioni democratiche in quanto tali: istituzioni che Moro percepiva come lente, scarsamente reattive, ingiustamente selettive, sempre più deboli di fronte ai temi di mutamento accelerati che aveva assunto la società. Uscire dalla democrazia bloccata e allargare definitivamente e universalmente le basi della democrazia erano, in questo quadro, passaggi essenziali, ancorché difficili, se non impossibili, da superare, in un quadro politico, economico e sociale fortemente squilibrato qual era quello italiano all’inizio degli anni ’70. Credo che questo spieghi anche il suo crescente pessimismo, a volte la evidente rassegnazione, che si registra in molti suoi interventi, rispetto alla possibilità stessa di fare in tempo ad arginare una situazione che, ai suoi occhi, stava sfuggendo di mano.

D. CONCLUSIONI

Vado dunque alle conclusioni, facendo una osservazione, per così dire, scorretta, perché basata sul senno del poi.

Moro ovviamente è inattuale, vista la distanza direi siderale tra il mondo di allora e quello di oggi. Attuale, tuttavia, anzi attualissimo, è il tema della crisi della democrazia che egli, in molti modi, ha declinato nel corso dell’ultimo decennio della sua vita.

Moro è stato un interprete, direi un epistemologo, della crisi della politica; non solo di quella che egli aveva di fronte agli occhi, ma, forse, anche di quella che noi siamo chiamati oggi a fronteggiare.

Quello che avviene negli anni successivi alla sua morte credo che dimostri come la crisi della politica che egli aveva percepito ai primi stadi non è e non era congiunturale, né una che riguardava solo il nostro Paese.

Oggi sappiamo è che la democrazia non è un dato acquisito:

- sappiamo che il processo democratico non è necessariamente espansivo e non tende ad assumere di per sé un trend universalistico (altro che “fine della storia”!); al contrario, esso può avere arretramenti anche forti o può incontrare intoppi e ritardi gravi (come mostra, ad esempio, la vicenda dell’Unione Europea o le riflessioni sulla post-democrazia e sulla politica-spettacolo che si stanno sviluppando in questi anni);
- tutte le democrazie occidentali mostrano forti difficoltà nel fronteggiare le contraddizioni di una società globalizzata, frammentata, denazionalizzata, ad alta soggettività sociale e ad alti livelli di incertezza;
- i canali di partecipazione alla politica si sono, allo stesso tempo, moltiplicati, ma molti si sono inariditi, altri si sono resi intermittenti, altri ancora sono refrattari ad ogni forma di canalizzazione verso processi consensuali; dubito che il nostro futuro sarà quello della cosiddetta “democrazia deliberativa”;
- i partiti hanno perso la pelle del passato, ma non ne hanno trovata una nuova che sia credibile, efficace, capace di dare un ordine alle istanze che provengono dalla società;
- il fatto stesso che, per la prima volta nel corso degli ultimi due secoli, il Paese che oggi fa da traino all’economia globale e che sta assumendo una leadership politica quasi indiscussa – la Cina – non sia una democrazia liberale, la dice lunga sulla complessità della situazione.

C’è insomma una sfasatura pesante, apparentemente incolmabile, tra le società in trasformazione e i sistemi politici di cui esse sono dotate, la cui portata e le cui conseguenze furono quanto meno intuite, se non del tutto comprese, da Moro. Credo che sia da qui che occorra partire per una effettiva comprensione del pensiero e dell’azione di Moro negli ultimi, complessi anni della sua esistenza.

Grazie

(Testo inedito dell’intervento programmato tenuto al Convegno nazionale di studi su “Solidarietà nazionale e democrazia compiuta in Aldo Moro”, tenutosi a Civita Castellana il 15 ottobre 2010, in corso di pubblicazione negli atti del Convegno)

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