28 dicembre 2015, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Guerra e terrorismo. Non è mai troppo tardi.

di Raniero La Valle

La cintura esplosiva con cui qualsiasi jihadista può immolarsi causando una distruzione di massa in qualsiasi punto di Parigi o del mondo, ridicolizza tutta la potenza degli apparati militari che nella loro logica assassina hanno raggiunto la perfezione dotandosi delle bombe nucleari. Allo stesso modo l’arma bianca con cui qualsiasi palestinese può uccidere qualsiasi israeliano dopo sessant’anni di umiliata oppressione, rende inutile tutta la forza militare di Tsahal, l’esercito di Tel Aviv. Questo vuol dire che la potenza degli eserciti dei moderni Faraoni nel momento in cui ha raggiunto la sua massima capacità letale, non serve più a niente, non serve alla governabilità del mondo, l’unica vera governabilità che avremmo bisogno di istituire.
Quella potenza oscena degli eserciti forniti di atomica ha potuto ultimamente, nel Novecento, servire a evitare la guerra tra i due blocchi mediante l’equilibrio del terrore, ma non ci può fare niente quando il modello della politica come guerra e come scontro tra amico e nemico ha liquidato ogni equilibrio ed ha raggiunto la massima asimmetria, avendo da una parte il kamikaze nella metropolitana, dall’altra la bomba atomica sul drone impunito nei cieli. Questo significa però che quando i milioni di dannati della terra, per la collera dell’esclusione e delle ingiustizie subite si metteranno la cintura esplosiva o brandiranno il coltello, sarà la rovina.
Ne discendono moltissime cose, e gli attentati di Parigi e il delirio mediatico che ne è seguito ce le hanno fatte vedere.

Le armi fuori commercio

La prima di queste è che il commercio delle armi deve essere assolutamente bandito. Niente vendita di armi vuol dire niente ISIS (le armi, le mine, i carri e perfino le cinture esplosive e i coltelli dei tagliagola, glieli abbiamo forniti noi; all’origine ci sono sempre industrie e politiche del mondo ricco). Niente armi vuol dire niente guerre; le ricchezze tratte dalle armi sono infatti la causa necessaria e spesso sufficiente di ogni guerra, compresa la terza guerra mondiale “a pezzi”che instancabilmente il papa denuncia. Niente armi significa che le armi sono “res extra commercium”, come dicevano i latini, non sono merci, non si possono né comprare né vendere, come stabiliva un disegno di legge di iniziativa parlamentare (del Gruppo Interparlamentare per la Pace) che fu presentato alla Camera italiana quando la politica era ancora una cosa seria (non tanto però da arrivare a discuterlo). Niente armi in commercio vuol dire che le armi possono essere fabbricate solo dagli Stati sovrani entro gli stretti limiti delle necessità di difesa di loro stessi e dei loro alleati o di altri popoli eventualmente aggrediti.

I musulmani non sono maledetti

La seconda cosa rivelata dai fatti di Parigi è quella che pochi giorni dopo la strage, il 19 novembre, ha detto il papa nell’omelia di Santa Marta (nella quale ogni giorno si esercita il governo della Chiesa e si accende una luce per il mondo). E la cosa è che non sono “maledetti” i musulmani (“Bastardi Islamici” aveva titolato a tutta pagina Libero, il giornale di Maurizio Belpietro) ma è maledetto “questo mondo” che “non è un operatore di pace”. Non tutto il mondo, perché ci sono anche “i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita”. “Maledetti” è una parola durissima che si trova nell’Antico Testamento, e talvolta anche nel Nuovo, “una parola brutta del Signore” ha detto il papa, opposta a quel “benedetti gli operatori di pace” che è invece la sua parola di salvezza. Questo significa che singole “brutte” parole della Scrittura non possono essere scagliate contro i cristiani o contro gli ebrei, così come il Corano non può essere scagliato contro gli islamici. La realtà è che Dio non maledice nessuno, e questo è il fulcro di tutto il magistero di papa Francesco, e anche dell’Anno Santo, che, come ha subito detto il segretario di Stato Parolin in un’intervista a La Croix di Parigi, “accoglierà anche i musulmani”: “Dio piange” – ha detto il papa con il Vangelo in mano – “Gesù piange” come pianse dinanzi a Gerusalemme perché non aveva “compreso quello che porta la pace”. Proprio come oggi quando nella scelta tra «Dio o le ricchezze» proposta da Gesù (Dio o mammona), «la guerra è proprio la scelta per le ricchezze», ha detto il papa: «“facciamo armi, così l’economia si bilancia un po’, e andiamo avanti con il nostro interesse”». La maledizione, per papa Francesco, è quella di coloro «che operano la guerra, che fanno le guerre, che sono delinquenti»; è quella dei «trafficanti di armi» che «fanno il loro lavoro», di «questo mondo che non riconosce la strada della pace, che vive per fare la guerra, con il cinismo di dire di non farla» ed è una maledizione che biblicamente si riscatta con «la grazia del pianto», il pianto di Dio che è il pianto anche nostro.

Venire a capo della guerra

La terza cosa svelata dagli eccidi di Parigi è che il problema da affrontare non è il terrorismo, ma la guerra. Del terrorismo non si può venire a capo, lo ha dimostrato Bush con la sua follia della guerra perpetua e lo dimostra Hollande con la sua velleitaria chiamata alle armi di tutta l’Europa previa una sberla alla Costituzione. Ma della guerra sì, si può venire a capo. Si può benissimo decidersi per un mondo senza guerra. E’alla nostra portata. Il diritto ci sta provando dal 1945. Sono gli uomini (e anche qualche donna) che si succedono ai governi che non sanno e non vogliono farlo. Ma se si viene a capo della guerra, finisce anche il terrorismo; la guerra non fa che causarlo, la giustizia al posto della guerra lo spegne; ed è appunto ora, quando il rapporto tra guerra e terrorismo è diventato del tutto asimmetrico, che questa specularità si deve rompere, che ambedue, guerra e terrorismo, devono essere liquidati, cominciando dalla guerra, altrimenti sarà la fine.
Cominciare con il licenziamento della guerra significa che bisogna cessare i bombardamenti sulla Siria e l’Iraq. Quelli americani finora sono stati finti, e puramente propagandistici, senza l’intenzione di colpire veramente l’ISIS, tanto è vero che mai è stata bombardata la strada che collega Raqqa a Mosul che è una via di comunicazione vitale per il cosiddetto Stato islamico. I bombardamenti francesi sono stati un’inutile esibizione di grandeur, e hanno provocato la vendetta a Parigi e nel Mali. Gli unici bombardamenti rilevanti sono stati quelli russi, che sono costati l’abbattimento dell’aereo passeggeri sul Sinai, ma hanno avuto il significato politico di far intervenire la Russia nell’area, rompendo il perverso rapporto esclusivo tra Occidente e Paesi islamici del Medio Oriente, e rimettendo tutta la situazione in movimento.
I bombardamenti devono cessare sia perché sono un riconoscimento del Califfato come Stato (le bande armate non si bombardano, solo contro gli Stati si fa la guerra aerea), sia perché sono impotenti rispetto all’oggetto del conflitto e soprattutto perché distruggono il territorio che si dovrebbe liberare e uccidono le popolazioni civili che si dovrebbero salvare.
Se non si bombarda, tuttavia l’ISIS dei musulmani integralisti deve essere sconfitto. Il papa ha detto, dopo la prima strage di Parigi tornando dalla Corea del Sud, che l’aggressore “ha il diritto di essere fermato perché non faccia del male”. Non è solo nostro dovere, è suo diritto. E siccome il presupposto del male fatto dall’ISIS è l’uso del territorio siriano e iracheno di cui si è impadronito per usurpazione, quel territorio gli va tolto e va restituito agli Stati sovrani di Iraq e Siria; e ciò anche se Assad non piace all’Occidente, perché il problema di Assad riguarda la Siria, non è disponibile all’Occidente e appunto, come dice Renzi, non si può fare la Libia-bis, cioè quello che si è fatto con Gheddafi.

Una operazione armata dell’ONU

Il territorio va tolto anche con la forza all’ISIS, perché l’ISIS non è uno Stato, perché quel territorio è la indispensabile base territoriale del terrorismo, e perché i giovani estremisti che vengono reclutati per andare in Siria a indottrinarsi e poi tornare in Europa a suicidarsi hanno il diritto di essere salvati da noi e di non aver alcuna Siria in cui andare a buttare la vita.
Il territorio al Califfato eretico va tolto non con la guerra, fosse pure l’ultima guerra, perché la guerra ha il fine di “debellare”, cioè togliere dall’esistenza quello che di volta in volta è il nemico, e questa è appunto la ragione per cui essa da noi è stata ripudiata. Invece va tolto con un’operazione di polizia internazionale di terra, che non può essere un’operazione né americana, né russa, né francese, né europea, che sarebbe pretesto di nuovi domini e colonialismi, col che si ricomincerebbe da capo col male che abbiamo fatto fin qui, ma deve essere un’operazione della comunità internazionale sotto comando unificato come previsto dal capitolo VII dello Statuto dell’ONU. Pertanto, come prescrive la Carta, i capi di Stato maggiore di questa operazione dovrebbero essere un americano, un cinese, un russo, un francese e un inglese, cioè i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, insieme come è ovvio ai generali del luogo. Questa è la cosa più “nonviolenta” che si può fare per fermare l’ISIS. Cosi si deve fare, finchè non si cambia la Carta. Finora non si è mai fatto e invece bisognerebbe cominciare a farlo perché questo, nel ripristino della “sovranità del diritto” (papa Francesco all’ONU) è l’alternativa alla paura oggi e alla catastrofe domani.
L’ha detto anche il cardinale Parolin ai francesi nella sua intervista a La Croix: “Non è possibile tollerare la violenza indiscriminata. È giusto difendersi, proteggere i cittadini e respingere i terroristi. Ma nel caso di un intervento dall’esterno occorre cercare la legittimazione attraverso le organizzazioni che la comunità internazionale si è data”. Le organizzazioni, esistenti o anche solo programmate, sono il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Comitato dei capi di Stato maggiore dei cinque membri permanenti, i caschi blu dell’ONU, forniti dai Paesi membri per le operazioni di sicurezza e di ristabilimento della pace che richiedono l’uso della forza armata, ma mai nelle forme della guerra.
Questo è ciò che a suo tempo fu deciso, non attuato e poi rovesciato dopo il 1989 quando, finito il comunismo, l’Occidente ha creduto di essere diventato il padrone del mondo, si è riappropriato dello strumento della guerra, si è inventato perfino i talebani e l’ISIS per le guerre di tutti contro tutti e ha buttato a mare il costituzionalismo interno e internazionale. I danni di oggi mostrano la catastroficità dell’errore, ma proprio per questo aprono il varco a una possibilità nuova, finora di fatto preclusa. Non è affatto troppo tardi per cambiare mente e politiche, licenziare la guerra e il suo prodotto, il terrorismo, celebrare il Dio misericordioso e non violento di tutte le religioni e dare inizio all’epoca nuova.

(“Rocca”, novembre 2015)

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