La farfalla gialla

di Tonio Dell’Olio

Non riesco a leggere o ad ascoltare il discorso pronunciato da Liliana Segre nell’aula del Parlamento Europeo senza commuovermi. Quelle parole trasudano vita, trasportano i reperti vivi di una sofferenza che non ha vocabolario, dicono del “male altrui” rinunciando persino al rancore che sarebbe umano, naturale. Quella voce è una vena carsica da cui zampilla acqua di sorgente. Liliana Segre è patrimonio dell’umanità. “Anche oggi fatico a ricordare, ma mi è sembrato un grande dovere accettare questo invito per ricordare il male altrui. Ma anche per ricordare che si può, una gamba davanti all’altra, essere come quella bambina di Terezin che ha disegnato una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati. Io non avevo le matite colorate e forse non avevo la fantasia meravigliosa della bambina di Terezin. Che la farfalla gialla voli sempre sopra i fili spinati. Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali. Che siano in grado di fare la scelta. E con la loro responsabilità e la loro coscienza, essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati”

(www.mosaicodipace.it , 30 gennaio 2020)

Dopo Auschiwtz

di Theodor W.Adorno*

Hitler ha imposto agli uomini nello stato della loro illibertà un nuovo imperativo categorico: organizzare il loro agire e pensare in modo che Auschwitz non si ripeta, non succeda niente di simile. Questo imperativo è tanto resistente alla sua fondazione quanto una volta la datità di quello kantiano.
[...].
Auschwitz ha dimostrato inconfutabilmente il fallimento della cultura. Il fatto che potesse succedere in mezzo a tutta la tradizione della filosofia, dell’arte e delle scienze illuministiche, dice molto di piú che essa, lo spirito, non sia riuscito a raggiungere e modificare gli uomini. In quelle regioni stesse con la loro pretesa enfatica di autarchia, sta di casa la non verità. Tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura. Poiché essa si è restaurata dopo quel che è successo nel suo paesaggio senza resistenza, è diventata completamente ideologia, quale potenzialmente era dopo che, in opposizione all’esistenza materiale, presunse di soffiarle la luce, offertale dalla divisione tra lavoro corporale e spirito. Chi parla per la conservazione della cultura radicalmente colpevole e miserevole diventa collaborazionista, mentre chi si nega alla cultura, favorisce immediatamente la barbarie, quale si è rivelata essere la cultura. Neppure il silenzio fa uscire dal circolo vizioso: esso razionalizza soltanto la propria incapacità soggettiva con lo stato di verità oggettiva e cosí la degrada ancora una volta a menzogna.

* (Dialettica negativa, 1966, tr.it., Einaudi, Torino, 1975, 330-331)

Per George Steiner

di Franco Buffoni

Per ricordare George Steiner, recentemente scomparso, pubblichiamo un estratto di Maestri e amici. Da Dante a Seamus Heaney di Franco Buffoni, appena uscito per Vydia editore*

Non sono molti i libri di saggistica in grado di uscire rafforzati dalla prova del tempo. Dopo Babele di George Steiner, apparso in Inghilterra nel 1975 e tradotto in italiano nel 1984, è uno di questi. Steiner ha raggiunto notorietà internazionale anche come romanziere (suo Il correttore, 1990) e ha suscitato molto scalpore con altri saggi, come Vere presenze e Le Antigoni. Ma rileggendo Dopo Babele ci si convince che è con questo fondamentale testo che Steiner è destinato ha lasciare una traccia nel Novecento. E per due motivi, il primo concernente gli specialisti (linguistica, traduttologia, estetica), l’altro un ben più eterogeno pubblico di lettori colti. Sintetizzo il primo ricordando come, fino agli anni settanta, il campo degli studi sulla traduzione fosse dominio incontrastato della linguistica teorica. Che, per la sua stessa natura, non può considerare la traduzione se non processo di ricodifica, ovvero di sostituzione degli elementi della lingua di partenza in quelli della lingua di arrivo. Steiner ebbe il coraggio di andare controcorrente affermando che gli strumenti della linguistica erano totalmente inadeguati alla restituzione della complessità di un testo letterario, mancando ad essi totalmente la possibilità di scandagliare la stratificazione delle lingue storiche.

Ma Steiner andò anche oltre nella sua provocazione. Tradurre poesia non solo non poteva ridursi al  

Morto George Steiner. L’intervista dell’aprile 2019: “la mia Europa sotto assedio”

di Nuccio Ordine

A Cambridge, tra libri e ricordi, un maestro della critica rompe un lungo silenzio:L’Italia («una delle mie patrie»), il tempo che passa, il vento xenofobo sul continente

«Ho un pensiero particolarmente affettuoso per i miei lettori italiani: la mia età non mi consente più di viaggiare, né di uscire di casa. Però il ricordo dei miei soggiorni a Roma, a Torino, a Bologna, a Venezia, a Firenze, a Palermo, a Cosenza, a Napoli è ancora vivo. Come dimenticare il profumo del gelsomino in Calabria e in Sicilia, i sapori dei cibi italiani, i vini piemontesi delle Langhe. E poi le Chiese, i palazzi e i monumenti, i preziosi musei, le opere d’arte di inestimabile valore. Qui ho vissuto in una delle mie tantissime patrie…»: George Steiner, uno dei critici letterari più influenti del Novecento, ha compiuto il 23 aprile novant’anni e decide di rompere il suo lungo silenzio per i lettori del «Corriere della Sera».

Ormai da molto tempo vive ritirato nella sua casa di Cambridge, nel Regno Unito. E ha rinunciato finanche a percorrere pochi metri per raggiungere il suo studio ottagonale nel giardino, dove per numerosi decenni ha pensato e elaborato i suoi preziosi libri. «Sento la fatica degli anni — ci confessa Steiner — e molti dei miei amici non ci sono più. Però i ricordi mi mantengono vivo. E nell’album dei miei momenti felici, l’Italia occupa un posto di primo piano. Non potrò mai  

George Steiner, l’intervista postuma. “L’Europa è un sogno che resta vivo”

di Nuccio Ordine

Il grande critico George Steiner è morto il 3 febbraio 2020 nella sua casa di Cambridge. Questa intervista venne rilasciata dallo stesso Steiner a Nuccio Ordine il 21 gennaio 2014 (e poi in parte rivista successivamente) con l’intesa che sarebbe stata pubblicata solo dopo la sua scomparsa.

Qual è il segreto più importante che vuoi svelare in questa intervista postuma?
«Posso dirti che per 36 anni ho indirizzato a una interlocutrice (il suo nome deve restare ancora segreto) centinaia di lettere che rappresentano il mio “diario”, in cui ho raccontato la parte più rappresentativa della mia vita e gli avvenimenti più significativi che hanno marcato la mia quotidianità. In questa corrispondenza ho parlato degli incontri che ho fatto, dei viaggi, dei libri che ho letto e scritto, delle conferenze e anche di episodi semplici e banali. Si tratta di un “diario condiviso” con la mia destinataria, in cui è possibile ritrovare anche i miei sentimenti più intimi e le mie riflessioni estetiche e politiche. Saranno conservate a Cambridge, in un archivio del Churchill College con altri carteggi e documenti che testimoniano le tappe di una vita, forse troppo lunga. Queste lettere-diario, in particolare, saranno sigillate e potranno essere consultate solo dopo il 2050, cioè dopo la morte di mia moglie e (forse) dei miei figli. Saranno rese pubbliche, insomma, solo quando molte delle persone a me vicine non ci saranno più. Qualcuno le leggerà dopo tanto tempo?  

Emanuele Severino. L’ordine dell’essere e l’incerto destino

di Andrea Tagliapietra

Emanuele Severino aveva una voce profonda e potente, dotata di una musicalità ipnotica, che sapeva ammaliare gli ascoltatori. Parlava adagio, ma non troppo lentamente, e le pause erano scandite da un particolare modo di far schioccare le labbra e il palato che, una volta udito, non era facile da dimenticare. Questi intervalli servivano a segnare il ritmo, a far prendere fiato e a riorganizzare le idee a chi fin lì era giunto. Non certo a rivelare un’esitazione del pensiero che sembrava fluire nelle sue parole con continuità e consecutività inesorabili. Il ricordo di Severino inizia dalla voce, perché è certo la voce quella che ci viene affidata da chi scompare e, anche da morto, continua a parlarci, nelle circostanze intenzionali della memoria, come in quelle intermittenze pensose e involontarie della vita quotidiana in cui non siamo mai soltanto noi stessi, ma il teatro silenzioso delle voci altrui. Soprattutto delle voci di chi non è più, come si suol dire, contravvenendo così, nelle espressioni del linguaggio comune, al più ostinato degli asserti severiniani, quello che avverte nell’affermazione del non essere di un essente lo stesso effetto di una stecca nell’esecuzione di una partitura musicale.

Alla voce è legato un nitido ricordo degli anni veneziani, quando chi scrive era fra gli studenti del corso di filosofia teoretica. Corsi che Severino teneva all’Università di Ca’ Foscari da quando era stato costretto a lasciare, nel 1969, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di  

Scardinare l’ovvio.In ricordo di Emanuele Severino

di Cristina Coccimiglio

Filosofo e pensatore audace, le cui parole di misurato oratore sono state sempre frutto di una ricerca incessante, di una messa in questione radicale del presente e di uno strenuo confronto con la tradizione e con la storia della metafisica. Artefice di una provocazione filosofica in grado di disturbare le sensibilità del postmodernismo. Ma non solo. «Affamato disperatamente di verità», ha guardato negli occhi il mito della morte di Dio non riducendola a mero relativismo e ha discusso il dominio del divenire, della temporalità e della storicità dell’esperienza umana. Questo è stato Emanuele Severino.

I suoi poderosi lavori gli sono valsi, per motivi diversi, gli apprezzamenti di Heidegger, cui inviò da giovanissimo la propria tesi di laurea, ma anche l’esilio dalla Cattolica di Milano, seguito al processo davanti alla Congregazione per la dottrina della fede e le critiche dal mondo della scienza. Proprio di quest’ultima più tardi disse che è una forma potente di fede capace più della fede di trasformare il mondo. Aveva iniziato a 16 anni scrivendo “Pensieri per un’Antifilosofia” e ci lascia a 91 anni con la sensazione di aver dato vita a una ricca produzione e a un pensiero che non è stato messo fino in fondo alla prova, non ancora del tutto scoperto e metabolizzato in quella singolare specificità che ne fa un unicum nel panorama filosofico italiano. Nel tentativo di restituirne un ricordo limpido, tornano le parole che egli ha personalmente  

E’ morto il filosofo Emanuele Severino. La sua ultima intervista

di Monica Mondo

Il filosofo Emanuele Severino è scomparso nella sua casa di Brescia il 17 gennaio 2020, alle soglie dei 91 anni (era nato il 26 febbraio 1929), ma l’annuncio è stato dato solo a esequie avvenute. Laureato in filosofia all’Università di Pavia nel 1950 con una tesi su Heidegger e la metafisica, dal 1954 al 1969 ha insegnato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I libri pubblicati in quegli anni suscitarono vivaci discussioni in ambito accademico e nella Chiesa, fino a che il suo sistema filosofico fu definito ufficialmente incompatibile con il cristianesimo. Lasciata l’università Cattolica, passò a Ca’ Foscari di Venezia, dove fu tra i fondatori della Facoltà di Lettere e Filosofia. L’ultimo suo incarico fu all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Tra le sue opere principali, La struttura originaria (1958), L’essenza del nichilismo (1972), Tèchne (1979) e Heidegger e la metafisica (1994). Pensatore originale e tra i più autorevoli del Novecento italiano, ha incontrato grandi apprezzamenti e suscitato dibattiti nella comunità intellettuale, ma ha anche trovato scarsa considerazione da parte degli ambienti filosofici più lontani dalla sua impostazione metafisica. Il nucleo del suo pensiero risiede nel ritorno alla posizione di Parmenide, con l’affermazione che il divenire non esiste, le cose non nascono dal nulla né ritornano nel nulla, sono invece eterne, anche se abbiamo l’impressione fallace che scompaiano. Questa sua convinzione, argomentata in molte opere lungo i decenni, gli faceva considerare l’intera storia recente della filosofia  

La pena infinita della Prof.Dell’Aria a Palermo:il Miur non può cancellare la sanzione

di Roberto Ciccarelli

La professoressa Rosa Maria Dell’Aria sospesa per due settimane a Palermo con l’accusa di non aver vigilato sui contenuti del lavoro dei suoi studenti che hanno paragonato i decreti sicurezza di Salvini alle leggi razziali dovrà attendere la presa di servizio del nuovo provveditore Stefano Suraniti per ottenere giustizia. Dovrebbe mancare ancora poco ma la macchia resta, pur non avendo la docente violato in nessun modo le sue funzioni, mentre i suoi studenti hanno esercitato il loro diritto di opinione. Sta di fatto che la neo-ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina non può intervenire direttamente perché la materia è di competenza del provveditore. A questa singolare, ma oggi legale, conclusione è arrivata ieri l’interrogazione parlamentare presentata da Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana. «Nessun ministro ha la facoltà di sanzionare un dipendente pubblico né di revocare la sanzione comminata da un dirigente – ha detto Azzolina – Ho avviato un approfondimento su quanto accaduto per capire per quali motivi non si sia risolta questa questione per eliminare una sanzione disciplinare apparsa non ragionevole e sproporzionata. – ha concluso la ministra – Il provvedimento rientra nelle competenze dell’Ufficio scolastico regionale, in particolare attiene all’ Ufficio per i procedimenti disciplinari».

Il non caso è scoppiato a seguito di un tweet inviato da un militante dell’estrema destra al ministero allora guidato da Bussetti. Questo ha portato alla sanzione della reputazione e della professionalità della docente. La vicenda è stata ricostruita in questi termini da  

Porpore dissidenti

di Raniero La Valle

Come a un attentatore avventizio e maldestro la bomba allestita dal cardinale Sarah per intimidire Francesco e impedirgli di fare il papa mentre deve trarre le conclusioni del Sinodo per l’Amazzonia,gli è scoppiata tra le mani.
Nella miscela esplosiva si era fatto mettere incautamente l’ex papa Benedetto e ne sarebbe venuto un bel botto se egli non avesse ritirato il suo avallo e la sua firma al libro perentorio del cardinale.
Il tema era scottante: c’era dentro tutta la mitologia del celibato sacerdotale costruita (ma non sempre e non ovunque praticata) nella Chiesa cattolica, c’era la spallata da dare a un pontificato obbediente al Vangelo e perciò inviso al potere, c’era da sdoganare la risorsa dell’ex papa per farne la bandiera della crociata controriformista, rovinandogli la più geniale delle sue innovazioni, quella del papa in quiescenza; ci hanno provato, e quello che ne è venuto fuori è stata invece la disperazione delle porpore dissidenti, che pur con tutte le complicità dei poteri idolatrici mondani, si mostrano non come la falange agguerrita della riscossa cattolica, ma come l’improbabile armata che confusamente lotta contro le sue stesse e comuni dottrine: il primato di Pietro, l’eucarestia come fons et culmen della vita della Chiesa, il sacerdozio che nella sua essenza, non nelle sue mutevoli discipline, ne costituisce il ministero che la Chiesa tutta offre al mondo amato da Dio.
E in realtà sarebbe stato paradossale che si  

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