Comunità di Bose, intervista a Mons.Bettazzi, l’ultimo vescovo del Vaticano II

di Alex Corlazzoli

Il vescovo emerito di Ivrea, storico leader di Pax Christi: “Le difficoltà con gli emeriti ci sono sempre state. Lo dissero anche a me di allontanarmi da Ivrea. Ma nel caso di padre Bianchi sapevo che erano d’accordo con il nuovo priore per vivere ancora insieme, così come ha insistito la comunità”

“Non riesco a darmi una ragione di quello che sta accadendo alla comunità di Bose. Enzo Bianchi fa bene a chiedere al Vaticano di conoscere le prove delle loro mancanze e di potersi difendere da false accuse”. A parlare è monsignor Luigi Bettazzi, 96 anni, vescovo emerito di Ivrea e amico della comunità. E’ l’unico vescovo cattolico italiano oggi vivente che ha preso parte al Concilio Vaticano II ed è stato fondamentale nella nascita e nella crescita della comunità. Nel 1968 è stato nominato presidente nazionale di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, e nel 1978 ne è diventato presidente internazionale, fino al 1985 vincendo per i suoi meriti il Premio Internazionale dell’Unesco per l’Educazione alla Pace. Oggi vive ad Albiano di Ivrea, a pochi chilometri da Bose, che fino a qualche anno fa frequentava abitualmente.

Monsignor Bettazzi, cosa sta accadendo alla comunità di Bose?

Io credo che abbia ragione Enzo a chiedere al Vaticano le ragioni di una simile scelta. Le difficoltà con gli emeriti ci sono sempre state. Anche a me dissero che sarebbe stato meglio che mi allontanassi  

In ricordo di Peppe Valarioti, vittima di ‘ndrangheta

di Antonio Lavorato

L’11 giugno 1980, 40 anni fa, perdeva la vita per mano ‘ndranghetista Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del Pci di Rosarno. Aveva 30 anni ed era un professore: non solo di italiano a scuola, ma anche di riscatto sociale, dignità e lotta alle mafie. Lezioni che faremmo bene a ricordare.

Era la notte dell’11 giugno 1980 quando, ad opera della ‘ndrangheta, veniva ucciso Peppe Valarioti, segretario della sezione del Partito Comunista Italiano a Rosarno. Sono trascorsi quarant’anni.

Durante quella notte, Peppe è con i suoi compagni in un ristorante di Nicotera, nel Vibonese, per festeggiare la vittoria alle elezioni amministrative. Finita la cena esce dal locale e viene colpito dalla lupara mafiosa. Sono momenti drammatici, si passa dalla felicità per una straordinaria vittoria elettorale alla tragedia raffigurata dalla sofferenza degli ultimi istanti di vita del segretario del partito. Si scappa velocemente verso l’ospedale di Polistena, ma purtroppo durante il tragitto Peppe muore tra le braccia del suo amico fraterno Peppino Lavorato.

Aveva 30 anni Valarioti ed era un professore che dava lezioni. Non solo di italiano a scuola, ma anche sul riscatto sociale per conquistare i diritti, visto che nei comizi elettorali, senza paura, gridava che i rosarnesi non dovevano piegarsi allo strapotere della ‘ndrangheta e visto che lo stesso appello alla ribellione lo lanciava anche contro i comitati d’affari, segno del perverso intreccio politico-affaristico-mafioso, che in Calabria dominavano e continuano a dettare legge.

La sua vita si  

Non c’è giustizia sociale senza giustizia fiscale

di Giulio Marcon

Secondo alcune anticipazioni di stampa, il governo vorrebbe utilizzare parte del Next Generation Fund per una riforma fiscale che avvantaggerebbe i benestanti, mentre la grande maggioranza degli italiani non avrebbe nulla. È il contrario di ciò che serve al paese nel post-pandemia: patrimoniale sulle grandi ricchezze, progressività delle imposte, lotta all’evasione.

Alla notizia del progetto di Next Generation Fund della Commissione Europea (per l’Italia, 80 miliardi di sussidi a fondo perduto e 90 miliardi di prestiti) hanno iniziato a circolare proposte su come usare questi soldi. Tra le idee più sbandierate in queste ore (come al solito, per motivi di propaganda) c’è il taglio delle tasse. Il governo – secondo Repubblica del 27 maggio – starebbe pensando alla riduzione delle aliquote da cinque a quattro, portando quella da 28 a 55mila euro dal 38 al 36% e quella da 55mila a 75mila sempre al 36% (dal 41%).

Il vantaggio sarebbe unicamente per il ceto medio benestante, mentre il ceto medio basso e quello disagiato non avrebbe nessun beneficio. Infatti il 77% degli italiani dichiara fino a 28mila euro. Il beneficio lo avrebbe il 20% degli italiani più benestanti con redditi netti mensili da 1.600 a 4.000 euro. In realtà fino a 2.400/2.500 euro al mese, il beneficio sarebbe abbastanza modesto (meno 2% di tasse), mentre il vantaggio maggiore (con un taglio del 5% delle tasse) lo avrebbe chi guadagna dai 2.600 ai 4.000 euro al mese.

La gran  

Tra le Regioni passaporti e macerie

di Marcello Madau

Confesso di aver pensato, solamente per un attimo fuggente, che un nucleo importante del dibattito che a più voci si è levato sul problema del ‘passaporto sanitario’ fosse uno degli effetti «collaterali» del coronavirus.

Un governatore sardo propone una Sardigna Covid-19 Free solo per turisti sani, accompagnati da un passaporto sanitario senza il quale non si potrà prendere il volo (presumo anche treno e nave). Il sindaco Sala ricorda con stile l’apporto milanese alle fortune del turismo sardo: non sappiamo se si riferisca alle iniziative alberghiere e petrolifere dei Moratti, del corregionale Nino Rovelli, alle seconde case usate prima dell’esplosione definitiva della pandemia. Da Torino, noblesse oblige, si privilegia un registro più storico: la Presidente del Museo Egizio Evelina Christillin (ex- ufficio stampa Fiat per diversi anni) vuole riesumare il passaporto della trisnonna, ricordando l’infausto regno sardo piemontese; il documento dovrebbe essere scaduto, e sarebbe comunque opportuno che non lo usasse il 28 aprile, alla festa regionale de ‘Sa Die de Sa Sardigna’, che ricorda la cacciata dei piemontesi dall’isola. Ha minacciato di andarsene in Romagna, e la mia solidarietà ai romagnoli è totale.

Ma non sono effetti collaterali del maligno virus. Si tratta di frutto preesistente al Covid 19: segno fausto perché la riemersione del normale pensiero e livello politico è indizio del calo della pandemia; infausto per la sua qualità, che si ritrova in una gara fra spiagge. Massimo Fini, anch’esso lombardo, partecipa a questo agone  

Il virus imprevisto, e la fine di un mondo

di Elettra Diana

All’inizio sembrava una cosa da poco, su cui scherzare, sparare il solito carico di razzismo italico, soprattutto, stavolta, contro i Cinesi che per primi ne erano stati infettati. Alla tv avevamo visto la città di Wuhan, della provincia dell’Hubei dove Covit19 si era manifestato con notevole violenza,ed era una città incredibilmente deserta in tutte le strade e i droni dal cielo ingiungevano autoritari ai rari passanti di andare subito a casa.
E a molti quel ruolo del drone era sembrata qualcosa di inverosimile oppure, bisogna dire, la conferma del regime autoritario che governa la Cina. Poi all’improvviso tutto è cambiato e, a cominciare dal nord del nostro Paese, da quella parte più ricca, moderna, orgogliosa del proprio operato in ordine all’economia, sulla salute pubblica, a tutto, un’intera generazione ha cominciato ad andarsene in silenzio, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Se ne sono andati senza le preghiere dei morti, senza gli addii laici, senza un fiore sulla tomba e senza gli affetti dell’ultima ora.
E spesso, per la confusone o l’incuria dei luoghi che li ospitavano o degli ospedali, molti sono morti senza un nome che ne conservasse l’ identità e le bare si sono ammonticchiate ovunque, in attesa di trovare posto nei cimiteri della regione.
L’incuria di chi doveva proteggere le fasce della popolazione più esposte al contagio ha favorito il contagio e un gran numero di anziani, lasciati esposti a tutto negli ospedali  

Chiesa italiana, pandemia, Papa Francesco: intervista al sociologo Franco Garelli

di Roberto Rosano

In questi giorni, si è risolta la clamorosa polemica tra la Conferenza episcopale italiana e il governo, seguita alle disposizioni contenute nel dpcm in vigore dal 4 maggio, che escludevano la possibilità di celebrare messe in presenza del popolo ed aprono ai funerali con un massimo di 15 persone. Nel bel mezzo della controversia, papa Francesco ha richiamato la CEI all’«obbedienza» delle disposizioni governative e alla «prudenza», sollevando l’indignazione della destra cattolica fieramente attestata su posizioni antigovernative. Una vicenda che riflette le divisioni e la complessità della realtà cattolica italiana.

Nel tentativo di far luce su questa complessità, ci siamo rivolti a Franco Garelli, uno dei massimi osservatori dello scenario religioso italiano. Nei suoi numerosi lavori, quasi tutti pubblicati con Il Mulino, ha scandagliato la vita della fede cattolica e i suoi urti di rimando sulla collettività: I giovani, il sesso, l’amore (2000), L’Italia cattolica nell’epoca del pluralismo (2006), Piccoli atei crescono (Davvero una generazione senza Dio?) (2016). Sempre per Il Mulino il suo ultimo studio, Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, in cui esplora sentimenti, attese e contraddizioni del credente italiano, insieme alla sua idea sempre più ondivaga e plurale della verità. Dalla sua analisi emerge un Paese indeciso nelle valutazioni morali, ma non del tutto stanco del sentimento religioso.

Professor Garelli, abbiamo assistito a un curioso disaccordo: la Cei che accusava il governo di non rispettare l’autonomia della Chiesa (contrasto rientrato  

Giovanni Falcone

di Tonio Dell’Olio

Giovanni Falcone che ci insegna la pazienza dei tempi lunghi per sconfiggere innanzitutto la smania del “tutto e subito” che, tradotto, significa “poco e approssimativo”. Perché per tentare di sconfiggere le mafie ci vuole studio e applicazione, dice Falcone. Esattamente il contrario del clamore che può muovere gli applausi e riempire i salotti della televisione ma, investigativamente parlando, è polvere e fumo. Giovanni Falcone significa l’intuizione delle indagini patrimoniali e la capacità di seguire il filo dei soldi, tracciare il loro cammino fino a scoprire i punti nevralgici di traffici e corruzione e la complicità di paradisi fiscali. Giovanni Falcone è il San Sebastiano colpito dalle frecce dei corvi animati da invidia, ignoranza o, peggio, complicità e connivenze. Ma lui tira dritto sapendo a cosa va incontro e, inflessibile, indaga anche il collega “ammazzasentenze” perché lo spirito di corpo è nemico della trasparenza. Giovanni Falcone è la grande intuizione di sporgersi oltre i confini per condividere conoscenze e risultati. Cooperare per sconfiggere una mafia globalizzata. Giovanni Falcone schiena dritta che sa convivere con la paura. E quando fa silenzio è solo per pensare meglio le parole da dire.

(www.mosaicodipace.it , 22 maggio 2020)

Nadia Urbinati e il populismo

di Matteo Mameli e Lorenzo Del Savio*

Nel suo ultimo libro, “Io, il popolo: come il populismo trasforma la democrazia” (Il Mulino, 2020), Nadia Urbinati analizza il populismo contemporaneo facendo astrazione dalle dinamiche socio-economiche che negli ultimi decenni lo hanno condotto al successo. Mai come oggi però l’intento di giudicare la bontà delle idee e dei sistemi politici senza tener conto del loro impatto contestuale sembra destinato a fallire.

Nel suo ultimo libro — Io, il popolo: come il populismo trasforma la democrazia (Il Mulino, 2020) — Nadia Urbinati afferma che il populismo è una patologia delle democrazie moderne. Secondo questa prospettiva, il populismo è democratico ma solo in forma degradata. Mentre il fascismo abolisce la democrazia, il populismo la sfigura. In cosa consiste questo sfiguramento? Urbinati insiste sulle differenze tra i movimenti popolari di protesta e contestazione (che usano la retorica populista ma non incarnano le forme del potere populista) e i movimenti populisti (che invece aspirano al governo e, talvolta, lo ottengono). Urbinati insiste anche sulla distinzione tra populismo e democrazia diretta e argomenta che i partiti populisti tendono inevitabilmente ad avere leader “forti” e, nonostante il dichiarato anti-elitismo, a generare nuove élite. L’opera pone l’accento su come le esigenze di produzione e mantenimento del potere di questi capipopolo creino dinamiche che mal si sposano con le istanze democratiche interne ai movimenti e, più in generale, col ruolo che l’uguaglianza legale ha nelle democrazie non sfigurate. Alla  

Tutto il potere al potere: Genova e il cratere del sisma

di Mario Di Vito

Il 24 agosto saranno quattro anni dal terremoto del Centro Italia ma nessuna ricostruzione è ricominciata nei 138 comuni del cratere. I cittadini ora sognano, sulle parole del premier, il Modello Genova. Forse anche il commissario Legnini. Ma è solo dal basso che si può guarire la ferita di fiducia.

Quando lo scorso 28 aprile a Genova è stato posato l’ultimo tratto d’acciaio del nuovo ponte (ex) Morandi, probabilmente buona parte degli italiani avrà pensato che, forse, vivere in un Paese normale è possibile. Sono serviti seicentoventi giorni per passare dalla tragedia al futuro, non pochissimi ma nemmeno troppi, in fondo. Ai confini della realtà, in un territorio montuoso a cavallo tra le Marche, l’Umbria, il Lazio e l’Abruzzo, il 24 agosto saranno ufficialmente quattro anni dal giorno in cui è cominciata una serie di scosse sismiche che ha ridisegnato la storia di decine di migliaia di persone e la geografia di almeno 138 comuni. Da allora, sostanzialmente, non è accaduto nulla: cinque decreti, varie norme inserite in altri decreti non esclusivi, cento ordinanze partorite dai commissari alla ricostruzione (quattro in quattro anni), altre ordinanze stilate e diffuse da ciascun comune coinvolto, accordi tra istituzioni e associazioni professionali. Una montagna di carta – il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, arrivò a stimare che, uno sopra l’altro, i documenti raggiungono circa il metro di altezza – che non ha contribuito in alcun modo a risolvere la situazione. Attualmente  

Democratizzare il lavoro: tre proposte a 50 anni dallo Statuto dei lavoratori

di Domenico Tambasco

Che differenza corre tra Selvina, giovane immigrata pakistana che in piena pandemia pulisce gli sterminati spazi di un supermercato esponendo sé – e i familiari che la attendono a casa – al rischio di contrarre il letale Covid 19 e il suo capo, Maurizio, che gestisce gli appalti e i servizi a distanza, al chiuso del suo comodo ufficio?

Chi rischia di più tra Massimiliano, dipendente di una società di servizi sanitari a contatto quotidiano con il personale e i pazienti di numerosi ospedali lombardi e Agostino, amministratore unico il quale, tra le quattro mura della sede sociale, non fa altro che lamentarsi del blocco dei licenziamenti decretato dal governo fino ad agosto?

La scontata risposta mette a nudo la falsità del lessico neoliberista, la cui brutale dottrina giustifica lo strapotere proprietario degli azionisti e degli amministratori in quanto “investitori di capitale”.

La realtà degli ultimi drammatici mesi ha evidenziato che non è proprio così.

Chi rischia davvero, chi nelle aziende ha messo e mette frequentemente a rischio la propria vita sono i lavoratori, veri e propri “investitori di lavoro”: uomini e donne che da alcuni mesi a questa parte, ancor più di prima, hanno messo a repentaglio l’incolumità loro e dei loro cari investendo il proprio capitale, ovvero la forza lavoro, nelle aziende per cui sono assunti.

Questa nuova consapevolezza e soprattutto questa diversa sintassi viene ripresa da un innovativo e importante manifesto internazionale (“Democratizing work”), pubblicato  

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