La politica dell’avvocato

di Paolo Pombeni

Eh, sì: il presidente Conte è un avvocato e non va al di là delle tecniche da controversie legali, cioè quelle di tirare tutto per le lunghe, vuoi nella speranza di sfinire i litiganti, vuoi in quella della prescrizione, vuoi nell’attesa che prima o poi qualcosa possa cambiare. L’abbiamo pensato in molti. Più autorevolmente di noi e prima di noi Giovanni Maria Flick sull’ Huffington Post.

Del resto Conte aveva esordito promettendo di essere l’avvocato del popolo: poi il popolo è scomparso ed è rimasto solo l’avvocato, anzi, visto come sta gestendo la vicenda TAV, il popolo è stato sostituito da Luigi Di Maio, ancor più che dal M5S (ma del resto, col nuovo statuto appena reso pubblico, le due entità si dovrebbero identificare).

Non è un passaggio di poco significato. Conte era sin dall’inizio una scelta dei Cinque Stelle, poiché da loro veniva l’indicazione, né il personaggio aveva dalla sua un curriculum tale da renderlo particolarmente adatto al compito a cui veniva chiamato. A lungo si è tentato di sottrarlo a quel legame iniziale, anche facendo leva sul suo orgoglio personale: con una alleanza governativa così anomala poteva esserci spazio per qualcuno che si assumesse seriamente il compito di fare il mediatore. Sembrò per un certo periodo che ci sperasse anche Mattarella. Tuttavia col passare del tempo sembra difficile attribuirgli la definizione che a suo tempo Bismarck applicò a sé stesso al Congresso di Berlino del 1878:  

L’ira di Dio

di Raniero La Valle

“Il papa immobile”, come lo qualificano i suoi critici “da sinistra”, ha dimostrato uno straordinario coraggio nel costruire l’evento che si è svolto in questi giorni a Roma su “La protezione dei minori nella Chiesa”. Lasciando stare Pietro, che come si sa era un pauroso, è difficile trovare tra i suoi predecessori un papa coraggioso come lui, se non forse Gregorio Magno e pochi altri. Egli ha avuto infatti il coraggio di ripensare a fondo la Chiesa, e di mostrarla con parole e gesti semplici come una Chiesa possibile. E forse qui c’è una chiave per intravedere un futuro che oggi ci appare ancora così velato e coperto.
Intanto c’è voluto un grande coraggio evangelico (“in sacris” si chiama parresìa)per mettere insieme patriarchi, cardinali, vescovi e religiosi di tutta la terra in una liturgia penitenziale ad accusare se stessi “come persone e come istituzione”, e indurli a passare da un “atteggiamento difensivo-reattivo a salvaguardia dell’Istituzione” a una ricerca sincera e decisa del bene della comunità “dando priorità alle vittime di abusi in tutti i sensi”. Così si sono visti i confessori che si confessano, i perdonatori che chiedono perdono, i ministri che impetrano per sé prima ancora che per i fedeli loro affidati: una cosa “affatto inusuale” nei Palazzi del “potere” terreno e celeste del Vaticano, dice con molto tatto Rosanna Virgili; diciamo pure mai accaduta prima.
C’è voluto coraggio a convocare non un Concilio  

Partiti, leader e mediazioni: tabù da superare

di Luca Tentoni

Le più recenti vicende politiche offrono spunti di riflessione su due discutibili opinioni che – per un certo periodo di tempo – hanno riscosso ampi consensi: l’idea che la democrazia possa fare a meno dei partiti; la negazione della mediazione, sia fra (e nei) soggetti politici, sia con i corpi sociali. Si è pensato, durante l’intera Seconda Repubblica ma soprattutto negli ultimi sei anni, che fosse sufficiente avere un potere “monocratico” (il leader, la Rete) per governare la complessità tipica delle democrazie contemporanee. Le quali, proprio perché complesse, hanno bisogno di più saperi, di un maggiore livello culturale e d’informazione dell’opinione pubblica, di un rapporto dialettico ma rispettoso delle differenze fra partiti, società e Stato. Il “direttismo”, invece, ha tagliato tutti i rami dell’albero: niente partiti, meglio i movimenti (“partito” è una parola sconveniente, ormai); niente élites di competenti (meglio il televoto o il voto delle piattaforme informatiche); niente organizzazione sul territorio (roba vecchia, meglio una app sul telefonino); niente compromessi (il programma è come il Vangelo: chi non lo osserva o lo discute è accusato di apostasia e rapidamente esiliato dai suoi compagni); niente comunicazioni e protocolli ufficiali (meglio un comizio su Facebook, dove non c’è neanche un giornalista che potrebbe rivolgere domande sgradite); niente limiti istituzionali (oggi si può chiedere la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato per contrasti sulla nomina di un ministro); poca etichetta nei rapporti con i paesi vicini (come nel  

E’ morto Adriano Ossicini, fondatore di Adista

della Redazione di Adista

Adista è in lutto per la morte avvenuta oggi a Roma, di Adriano Ossicini, tra i fondatori, nell’ottobre del 1967, della nostra testata.

Aveva 98 anni ed era ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli di Roma per le conseguenze di una caduta. Nato nel 1920, Adriano Ossicini, medico, allievo del professor Giovanni Borromeo, ed ex partigiano a Roma, durante l’occupazione nazista, il 16 ottobre 1943, nascose decine di ebrei, scampati alla retata nel ghetto in un reparto proprio dell’ospedale Fatebenefratelli, dove lavorava, inventandosi una malattia fittizia, il “morbo di K” (come le iniziali di due ufficiali nazisti, Kesselring e Kappler), che, altamente contagioso, teneva alla larga le ss. Divenne psichiatra nel 1944. Militante del Partito della Sinistra Cristiana che nel 1945 si scolse per entrare nel Pci, fu tra coloro che – contrariamente a dirigenti come Franco Rodano, non condivise la scelta comunista. Nel dopoguerra intraprese la carriera accademica, insegnando psicologia alla Sapienza di Roma. Alla fine del 1967 diede vita ad Adista, che doveva essere l’organo di informazione ponte nel dialogo tra la sinistra cristiana e i partiti di ispirazione marxista, specialmente il Pci. L’anno successivo, infatti, Ossicini venne eletto al Senato come indipendente nelle liste del Pci, per poi aderire alla Sinistra Indipendente, un progetto che portava avanti assieme e figure politiche del mondo laico come Ferruccio Parri (che divenne poi anche lui, assieme ad Ossicini, socio della cooperativa Adista che fu fondata nel 1979). In Parlamento Ossicini animò la  

La commedia degli equivoci intorno alle autonomie regionali

di Paolo Pombeni

Consentiteci di dirlo con franchezza: l’attuale dibattito/scontro sull’ampliamento delle autonomie da riconoscere ad alcune regioni è grottesco. Vediamo che si moltiplicano i difensori dello status quo e già questo è abbastanza strano, perché non ci ricordiamo pari vigore di interventi quando vennero introdotte le riforme costituzionali degli articoli 116 e 117 che consentono di assegnare alle Regioni a statuto ordinario, in presenza di certe condizioni, di allargare le loro competenze esclusive. Forse che si pensava che quanto si statuiva non sarebbe mai entrato in vigore? Beh, in quel caso si sbagliava di grosso.

La seconda stranezza, chiamiamola così per pudore, è denunciare che con queste riforme si porterebbe un vulnus mortale all’unità nazionale e soprattutto si impoverirebbe il Sud a favore dei “ricchi” del Nord. Il vertice dell’impudenza è stato in questo caso raggiunto dal segretario del PD siciliano, l’on. Faraone, che ha difeso questa tesi facendo parte di una regione che, godendo addirittura della stessa autonomia speciale, ne ha fatto strame sperperando in molti decenni una quantità enorme di denaro pubblico. Al di là di questo caso estremo, la tesi non regge per una serie di ragioni che cerchiamo di esaminare.

Il pilastro principale del ragionamento è che se passasse quanto richiedono Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna si arriverebbe ad uno stato in cui i cittadini non godrebbero più degli stessi diritti a prescindere dai loro luoghi di residenza. Ora questa è una palese sottovalutazione della  

L’Europa difende lo Stato di diritto per affossare il Welfare

di Alessandro Somma

Infrazione delle norme sullo Stato di diritto: la proposta della Commissione emendata dal Parlamento europeo si distingue per l’enfasi con cui invoca una gestione tecnocratica delle procedure destinate a individuare le violazioni dello Stato di diritto ma senza tutelare lo Stato sociale dalle ingerenze del mercato.

Alcuni mesi or sono la Commissione europea ha formulato una proposta di regolamento rivolto ai Paesi membri nei quali si adottano politiche che determinano una “carenza generalizzata riguardante lo Stato di diritto” [1]. Nel testo, appena approvato con emendamenti dal Parlamento europeo[2], si prevede che queste politiche siano sanzionate con la riduzione o la sospensione dei finanziamenti relativi a impegni esistenti, e con il divieto di assumere nuovi impegni.

La proposta definisce in apertura il concetto di Stato di diritto, che comprende in particolare il principio di legalità, il principio della certezza del diritto e il principio della separazione dei poteri, ovvero il divieto di arbitri del potere esecutivo ai danni dell’indipendenza delle corti e dell’uguaglianza davanti alla legge. Questo modo di intendere lo Stato di diritto compare in altri documenti della Commissione, dove si sottolinea il nesso con la promozione dei diritti fondamentali: “non può esistere rispetto dei diritti fondamentali senza rispetto dello Stato di diritto, e viceversa”[3].

È un’affermazione importate, da cui la Commissione non trae però tutte le conseguenze del caso, oltretutto con il sostanziale avallo del Parlamento: vediamo perché.

Il nesso tra Stato di diritto e garanzia dei  

In una parola/ Elitè, comunisti, capitalisti (e altro ancora)

di Alberto Leiss

Non leggo spesso – confesso – Alessandro Baricco, ma la discussione aperta dal suo articolo sulla Repubblica di venerdì scorso (E ora le élite si rimettano in gioco) merita attenzione. Magari andando a ridarsi un’occhiata a testi che non da ora trattano il tema, dalle teorie di Gaetano Mosca (importante per la cultura politica non solo italiana, e un conservatore di destra che firmò nel ’25 contro il fascismo), ai libri di Cristopher Lasch: non solo la famosa analisi sul narcisismo contemporaneo, ma anche studi come Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica o La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, entrambi riediti da Neri Pozza. Osservando la società americana decenni orsono, Lasch aveva già visto le dinamiche che hanno portato a Trump e a tutto il resto. Il suo campo di osservazione era però mirato a una parte ben delimitata delle élite : i democratici e la sinistra USA con il suo retroterra sociale e culturale.
Ecco che commetto l’errore elitario tipico (essendo un giornalista e possedendo – ahimè – più di 500 libri, la favola parla di me): bisogna agire e reagire, e invece mi trastullo con citazioni intellettuali…
Ma ciò che segnala l’autore di The Game – diciamo la verità – non è proprio una sorprendente scoperta. Che la “gente” abbia divorziato da partiti, istituzioni, corpi intermedi, autorità professionali varie lo osserviamo da almeno un trentennio (già negli anni  

Ai nastri di partenza

di Raniero La Valle

Lo sblocco della prigionia sul mare inflitta ai migranti salvati dalla Sea Watch (ma il loro calvario è solo all’inizio) almeno una buona notizia l’arreca: sarà per l’appello lanciato domenica all’Angelus da papa Francesco, sarà per l’offerta della Chiesa valdese, sarà per l’imprevista vampata umanitaria del premier Conte, in ogni caso una decina di naufraghi, uomini donne e bambini, passeranno oltre i porti chiusi di Salvini ed entreranno in Italia. La buona notizia è che il cuore di pietra, quando è troppo esposto alla pubblica visione, non regge: perfino i governanti se ne vergognano, italiani ed europei, e devono mostrare almeno un lembo del loro cuore di carne. Così una manciata di profughi, centellinati tra una decina di Paesi, entra ancora questa volta nel paradiso europeo.
Ma la cattiva notizia è che questo ennesimo caso d’eccezione non fa che confermare la regola dell’esclusione e del rifiuto, la regola dello scarto: i salvati e i sommersi, ma si potrebbe anche dire i predatori e i predati.
I primi, quelli che oggi sono forti, non si contentano più di chiudere porti e frontiere, di schierare cani ringhiosi e doganieri, tornano ad alzare muri e cortine. Ormai c’è un muro che corre per migliaia di chilometri non a dividere Est ed Ovest, ma a barricare il Nord contro il Sud, a cominciare dal muro col Messico, che Trump è pronto a costruirsi anche da solo, e che spacca  

L’offesa alla coscienza cattolica della legge sui migranti. I sindaci guidino la disobbedienza fino in fondo

di Vittorio Bellavite*

Quelli che vogliono i crocifissi nelle scuole e in tutti gli edifici pubblici, quelli che esibiscono il rosario ed il Vangelo nei comizi, sono gli stessi che brontolano contro papa Francesco perché parla di accoglienza nei confronti dei migranti, sono gli stessi che hanno dato uno schiaffo alla civiltà ed uno strappo alla nostra Costituzione con la legge “Sicurezza ed Immigrazione”.
Ma sta prendendo piede l’ipotesi della disobbedienza civile e dell’obiezione di coscienza di fronte agli effetti perversi della legge entrata in vigore come messaggio di “fraternità” alla vigilia di Natale. Tanti sindaci, consapevoli delle loro responsabilità, sono protagonisti di iniziative in questa direzione.
La strategia di alimentare e di creare paura verso i migranti e verso il “diverso” inizia a mostrare i suoi limiti. Molte realtà di base del mondo cattolico si stanno impegnando a favore di chi sarà penalizzato dalle nuove norme. E tutte le strutture della Chiesa, nessuna esclusa, a partire dai vescovi e dai preti, in nome dell’universalismo cristiano, devono mobilitarsi, il silenzio non è tollerabile. Il quotidiano cattolico ha iniziato a farlo.
La destra “cattolica” che parla sempre con passione di “valori non negoziabili” a difesa della vita (ma gli “altri” sarebbero a favore della morte?) dica se sia negoziabile o sopportabile l’offesa che questa legge fa al bene comune e al precetto evangelico di accogliere lo “straniero”. Facciamo questa domanda da quando abbiamo saputo che il ministro Salvini è  

Adottare una guerra

di Raniero La Valle

Con la “Giornata della pace” comincia martedì prossimo un anno di guerra. Quella che oggi ci funesta è la guerra che, andando oltre gli stessi conflitti già combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi, ha avuto inizio nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano. Guerra mondiale, dice il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una guerra sola. Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata dalle nostre religioni non convertite. Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse.
Ma le guerre non sono tutte qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar, per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia contro i curdi e contro la Siria,  

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