Ecumenismo: forma e sostanza

di Giovanni Sarubbi

«L’esperienza dell’incontro. Non mera cortesia, nessuna cosa puramente formale, ma incontro umano. E questo, tra protestanti e cattolici, è dire tutto…». Con queste parole papa Francesco ha sintetizzato il senso del suo ultimo viaggio ecumenico a Ginevra in occasione del 70° anniversario del CEC. Dopo un secolo dall’inizio del percorso ecumenico e delle annuali “Settimane di preghiera per l’unità dei cristiani”, siamo ancora alla fase dell’incontro umano. Nessun fidanzamento ufficiale e nessun matrimonio è in vista e neppure una qualche timida carezza. Questa la realtà di un percorso ecumenico che oramai riguarda solo gli addetti ai lavori, i vari responsabili per l’ecumenismo, molti dei quali vivono il loro incarico come un fatto formale. I pochi affezionati nelle varie Chiese vivono il loro ecumenismo con un senso di frustrazione e assistono, spesso con dolore, a vicende come quelle della cosiddetta intercomunione su cui in Germania si è avuta una ulteriore fase di arresto (v. Adista Notizie n. 22/18). Anche di tale questione ha parlato papa Francesco con i giornalisti durante il suo viaggio di ritorno da Ginevra. La sostanza è che l’intercomunione non si può fare, non la possono fare neppure le coppie miste cattolico-protestanti, che possono sposarsi e procreare ma non possono condividere la “mensa eucaristica”. E papa Francesco ha usato il Codice di Diritto Canonico, e la differenza tra “Chiesa particolare” e “Chiesa locale” lì contenuta, incomprensibile ai più, per giustificare questo divieto che è probabilmente il  

Non è l’Europa

di Raniero La Valle

C’è un appello ineludibile del missionario Alex Zanotelli a ricordarsi dell’Africa, ad aprire gli occhi sulla disperazione dell’Africa, a squarciare la cortina di silenzio che nasconde il dolore del continente che noi abbiamo depredato e che l’Europa vorrebbe ora trasformare in un immenso campo di detenzione in cui sigillare e stremare i suoi abitanti perché non si azzardino a passare il mare per venire a disturbare i sonni delle fratricide borghesie europee.
L’Europa ha consumato il suo proprio rinnegamento, ha proclamato a gran voce ciò che già era senza confessarlo: un tempio di cambiavalute chiuso alle genti e presidiato alle porte da guardiani armati e buttafuori governativi.
Questo è stato alla fine il risultato dell’iniziativa brutale di Salvini, fino al paradosso che mentre egli chiedeva la redistribuzione in Europa dei migranti arrivati in Italia, nella sua stessa logica, in nome della sua stessa cultura egoistica del “verboten” e dello scarto, è stato chiesto all’Italia di riprendersi i profughi che dall’Italia erano riusciti a passare in Germania o in altri Paesi. È la perenne lezione della violenza: quando si usa violenza c’è sempre una violenza più forte e più incisiva che prevale.
L’Europa, chiamata a pronunziarsi sulla rivoluzione migratoria dalla forte iniziativa italiana, ha scelto, senza se e senza ma, la controrivoluzione, da Macron a Seehofer a Salvini ai Paesi di Visegrad. Frontiere chiuse e avviso ai naviganti di lasciar perdere in mare i naufraghi  

Le alternative di EuroMemorandum

di Sara Farolfi

Il valzer dello spread tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi – il costo aggiuntivo che ha l’Italia per finanziare il proprio debito pubblico – suona come la colonna sonora dei primi passi del governo di Giuseppe Conte, incerto su come prendere le misure del confronto con l’Europa e la finanza sul terreno della politica economica.

Nel frattempo la musica in Europa, e non solo in Europa sta cambiando ritmo, più rallentato: ristagna il commercio globale con l’annunciarsi di dazi e contro dazi, le attività di intermediazione bancaria declinano e la globalizzazione sembra scemare, spostandosi verso un nuovo centro in Asia. L’asse tra Stati e Europa per la prima volta vacilla, con le politiche di Donald Trump

aumentando l’incertezza mondiale. Nel vuoto politico che sta emergendo il potere di multinazionali, finanza e agenzie di rating – che ne proteggono gli investimenti – si rafforza ulteriormente.

In questo deprimente balletto, per l’Italia si annuncia una prova molto dura a breve. Già nella riunione del consiglio direttivo della Bce prevista a Riga il 14 giugno, o al più tardi in quella successiva del 26 giugno, potrebbe essere ufficializzata la fine del ‘quantitative easing’ (Qe), la politica di espansione monetaria messa in campo da Mario Draghi nel 2015. Dallo scorso dicembre, e fino alla fine del settembre prossimo, era già stato ridotto. Ma a quanto pare la “coda” non si prolungherà nel 2019, come sembrava, e il termine ultimo  

L’insuccesso degli altri

di Vitaliano Della Sala

Nei prossimi mesi converrà tenere d’occhio l’europeismo/antieuropeismo del neo presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dei suoi ministri, e visto che non ci è dato prevedere il futuro, forse sarà interessante, anche per loro, ripartire dal passato, quello remoto, quello dei miti, la cui forza sta proprio nella inafferrabilità, nella capacità di assumere tutte le forme. Il mito racconta che Europa fu una principessa, figlia di Agenore, re della terra di Canaan, rapita un giorno sulla riva del mare da un toro di straordinaria bellezza. Quel toro, che era Zeus, il padre degli dei, inguaribile sciupafemmine e specialista in trasformazioni, la portò aggrappata alle sue corna fino a Creta. L’ipotesi più suggestiva sull’etimologia del nome lo riconduce al semitico Ereb, occidente, che si riferirebbe al passaggio della civiltà da oriente ad occidente. Insomma l’Europa ha mosso i suoi primi passi in Grecia. Perciò il suo “fallimento” di qualche anno fa ha assunto un valore simbolico fortissimo. Sconfitta, è stata anche umiliata, secondo un’antica consuetudine mirabilmente riassunta nella celebre frase attribuita a Brenno, capo dei Galli Sènoni che nel 390 a.C. invasero Roma. «Guai ai vinti», pare abbia detto in quell’occasione, di fronte alle rimostranze dei cittadini romani che si erano accorti che i pesi della bilancia sulla quale si stava pesando l’oro del riscatto erano truccati. La spada che Brenno sguaina e pone sul piatto della bilancia con l’arroganza del vincitore, è la stessa che l’asse franco-tedesco  

In Europa costruire ponti, non sabotare

di Monica Frassoni

Qualche giorno fa, in occasione di un evento dei Verdi europei ad Anversa in cui si sono trovati 300 ecologisti da 25 paesi e in cui l’umore era molto positivo dopo ottimi risultati alcune importanti elezioni, una collega svedese, dopo avermi chiesto del dibattito italiano, mi ha detto molto seccamente che i toni e il modo in cui le forze politiche che hanno vinto le elezioni in Italia stanno organizzando la loro futura presenza in Europa non motiva per niente il resto dei partners, lei compresa, ad avere un atteggiamento benevolo. E in effetti, non c’è molta benevolenza in giro. Anzi: media e politica altrui ci conoscono come paese bellissimo e importante, ma ultra-indebitato, afflitto da problemi atavici come mafia e corruzione, dal sistema politico a dir poco ballerino, ignorano per lo più che siamo un contributore netto al bilancio UE e la seconda potenza industriale d’Europa. Non c’è da sorprendersi se l’arrivo del governo degli “Italians first” sia accolto con diffidenza e preoccupazione, ma anche con un “cavoli loro, in fondo”…

D’altra parte, in Italia, l’ostilità rispetto all’UE e a tutto ciò che essa rappresenta si è estesa a una velocità sconcertante, spinta dalla storia ripetuta ossessivamente a reti unificate che UE e migranti sono la causa di tutti mali, storia raccontata anche dal PD di Renzi che toglie la bandiera della UE e di Minniti, che dichiara che l’arrivo di qualche migliaio di persone sulle nostre  

Le ultime volontà di Marchionne

di Vincenzo Comito

Accontentati gli investitori internazionali, Marchionne ha presentato un nuovo piano per il gruppo che vede sempre più marginalizzato il ruolo direzionale di Torino e spostare altre produzioni e know how all’estero a cominciare dalla Magneti Martelli.

Il piano che Marchionne, con grande squillare di trombe, ha presentato nel cosiddetto Investor Day non è solo un documento sulle strategie del gruppo FCA, esso rappresenta anche un bilancio dei risultati ottenuti in questi anni alla guida di una delle più controverse case dell’auto.

Shakespeare mette in bocca a Marcantonio, nel “Giulio Cesare”, la frase “…il male che gli uomini fanno vive dopo di loro, il bene viene spesso sepolto con le loro ossa…”. Per non essere accusati di qualche colpa, quindi, ricorderemo oltre alle cattive, anche le cose buone che Marchionne ha fatto.

Ovviamente al manager va riconosciuto il merito di avere salvato un gruppo che era al collasso. Ma avrebbe anche potuto farlo in maniera molto diversa, evitando di trasformare i lavoratori in paria; tra l’altro, ha così anche contribuito a creare quel clima che aprirà la strada alle truppe di Renzi, con il Jobs act e dintorni.L’incontro con la Chrysler è poi stato un evento fortuito che Marchionne ha saputo trasformare in un successo. Un merito, i cui vantaggi sono andati solo agli azionisti, è stato quello di aver “spacchettato” il gruppo, con la creazione di tre realtà distinte, Ferrari, CHN e FCA, contribuendo a far  

Lib-pop: un governo neoliberista più che populista

di Mario Pianta

In Italia sta per nascere un governo con un’alleanza senza precedenti tra il Movimento Cinque Stelle (33% dei voti alle elezioni del marzo 2018, 36% dei seggi alla Camera) e la Lega (17% dei voti, 20% dei seggi). L’immagine che prevale è quella di un ‘populismo all’italiana’ arrivato al potere. Ma si tratta di grande equivoco. La Lega è già stata al governo per nove anni con Silvio Berlusconi e ha votato tutte le politiche neoliberali che hanno favorito la finanza, le imprese e il modello di integrazione europea che ora critica. I Cinque Stelle sono pronti a scendere a compromessi su qualsiasi cosa con chiunque – Washington, Bruxelles, imprese, finanza, militari – pur di avere il loro turno al potere, sapendo che il loro grande consenso è nel migliore dei casi temporaneo. Il risultato è che – retorica a parte – il programma di governo è dominato da politiche neoliberali a favore dei ricchi e delle imprese, con una verniciata di populismo: dure misure contro i migranti e piccole mance ai più poveri. Potremmo chiamarla ‘politica lib-pop’, il nuovo esperimento politico di casa nostra.

L’egemonia politica della Lega

Il vincitore di questa fase politica è il capo della Lega, Matteo Salvini, che ha trasformato la Lega Nord da partito ‘separatista’ del Nord in un partito nazionalista e reazionario sul modello del Front National francese. Ha quadruplicato i voti della Lega (nel 2013 erano il 4%); in molte  

Un Dio non di regime

di Raniero La Valle

Una nostra lettera dell’8 maggio scorso, nella quale esprimevamo un dolente giudizio sul fatto che elezioni dai risultati sgraditi fossero mandate al macero della democrazia, come “elezioni rottamate”, dagli uni perché ne erano usciti sconfitti, dagli altri perché non abbastanza vincitori, ha provocato tre critiche.
Una di queste ci ha allarmato perché pur in modo assai amichevole poneva una sorta di “non expedit” (non si deve fare). Scriveva infatti Vincenzo Grimaldi di vedere “il rischio di un nuovo collateralismo. Penso che ‘abbiamo già dato’. Che ne dite?”. Insomma: non vi occupate di politica, perché voi siete “Chiesa” (sia pure di tutti e specialmente dei poveri) e la religione non si può giocare in queste cose: la lettera infatti era mandata a nome del sito “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”.
Su questo conviene spendere qualche parola. E’ evidente che tale critica è un residuo di una situazione del passato, quando c’era una relazione organica tra la Chiesa gerarchica (considerata tout court come “la Chiesa”) e il potere, quando i cattolici erano costretti per obbedienza di fede all’unità politica nel partito cattolico (il collateralismo) e un micidiale maritainismo (dal filosofo tomista novecentesco Jacques Maritain, amico di Montini) cercava di salvare il salvabile della laicità introducendo la schizofrenica distinzione tra quanto il fedele facesse “in quanto cattolico” (ligio ai dettati pontifici) e quanto facesse “in quanto cittadino” (libero nelle materie non considerate “miste”). E questa era la  

Pagato il riscatto per Moro

di Raniero La Valle

Infine, dopo 40 anni, è stato pagato il riscatto per Moro. Tale è il significato della celebrazione ecclesiale avvenuta a San Gregorio al Celio nel quarantesimo anniversario della sua morte cruenta: quel riscatto di cui Moro quando era Presidente del Consiglio, aveva preservato la legittimità nella legislazione del Paese, e che invece era stato impedito quando si trattava di riscattare la sua vita dalle mani delle Brigate Rosse. E non solo era stato impedito il riscatto (Paolo VI aveva fatto raccogliere 10 miliardi), ma era stata considerata preferibile la sua morte, in base alla sentenza di Caifa, ripetuta in quei giorni nelle stanze della Segreteria di Stato di Sua Santità: “perché l’Italia non cada in braccio ai comunisti, è meglio che muoia un uomo solo piuttosto che tutta la nazione perisca”. È ciò che risulta dalla testimonianza del vescovo mons. Luigi Bettazzi, che ha presieduto l’eucarestia a San Gregorio, che don Innocenzo Gargano ha ricordato durante l’omelia. Certo, era una parola della Curia, non della Chiesa (il “ministro degli esteri” vaticano che lo disse a Bettazzi era allora il cardinale Villot, non ancora segretario di Stato), e tuttavia è il lampo di verità che illumina tutto il buio (i cosiddetti “misteri”) del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, e che dice, non per via di deduzione politica o storica, ma a viva voce e a chiare lettere, che l’intero sistema di opinione e di potere, interno ed  

Cinquant’anni fa il maggio francese

di Giulia Guazzaloca

Cinquant’anni fa la Francia tornava ad essere teatro della «rivoluzione»; non c’erano i sanculotti, gli anti-borbonici, i «banchetti» operai, ma Parigi era di nuovo invasa da migliaia di manifestanti al grido di «liberazione» e «contestazione». Liberazione dall’autorità e dalle gerarchie all’interno della famiglia, dell’università e dei luoghi di lavoro; contestazione dei partiti tradizionali e delle strutture della democrazia rappresentativa, delle discriminazioni legate alla razza, al sesso, alla classe sociale, degli stili di vita imposti dalla nuova società dei consumi. Quel maggio a Parigi costituì l’apice e il simbolo della ribellione giovanile; probabilmente senza il «maggio francese» il Sessantotto e l’immagine che ne è giunta fino a noi non sarebbero stati gli stessi. Fu a Parigi infatti che il movimento di contestazione studentesca apparve più simile ad una vera e propria «rivoluzione»: i giovani divennero il detonatore del malcontento della società tutta, scioperi, cortei, occupazioni e barricate arrivarono a paralizzare il paese e a far vacillare il sistema della Quinta Repubblica.

Tutto era partito da Nanterre, l’ateneo alle porte di Parigi, già scosso da incidenti e proteste nell’autunno precedente, dove nacque il «movimento del 22 marzo» guidato da Daniel Cohn-Bendit. La miccia che fece esplodere l’incendio fu la proposta del governo gollista di introdurre meccanismi di selezione per l’accesso all’università; ma fu solo una miccia, quasi casuale, perché già dal 1967 gli studenti erano in fermento in gran parte d’Europa e quelli americani avevano dato vita a movimenti per  

Visitatori

  • 516443 visite totali
  • 28 visite odierne
  • 2 attualmente connessi