Il Papa lancia le “primarie” per la scelta del suo Vicario

di Alberto Bobbio

Papa Francesco apre un altro fronte di novità e chiede le “primarie” per trovare il successore del cardinale Agostino Vallini come suo vicario della diocesi di Roma. Venerdì 10 marzo nel pomeriggio Bergoglio ha convocato a sorpresa i 36 parroci prefetti della diocesi di Roma, di cui il Papa è vescovo, e ha chiesto a loro di indicare per iscritto i problemi e le esigenze della diocesi e il profilo del nuovo vicario. Ma non è si fermato qui. Ha chiesto anche nomi a chi vorrà farlo e che la consultazione sia allargata non solo ai sacerdoti, ma anche ai fedeli laici.

La Sala Stampa della Santa Sede, annunciando l’incontro poche ore prima ,mentre il Papa tornava dagli esercizi spirituali ad Ariccia, aveva sottolineato che l’incontro era da considerarsi “normale prassi della vita della Chiesa”. In realtà si tratta di una clamorosa novità, perché mai prima d’ora nella diocesi del Papa si era tenuta una consultazione di tal genere. Le lettere dovranno pervenire al Papa entro il 12 aprile, mercoledì santo. Bergoglio dunque avvia un altro processo che non mancherà di suscitare malumori tra i conservatori e riapre il dossier sulle consultazioni per le nomine dei vescovi, che è sempre stata una questione all’ordine del giorno della Congregazione dei vescovi. Sulla procedure si discute da sempre. Di solito una consultazione viene avviata dal nunzio apostolico, che poi invia un rapporto in Vaticano. Recentemente la consultazione è stata annunciata  

Chiesa, le trame dei cardinali nemici della riforma di Francesco

di Francesco Peloso

Che progressi sono stati compiuti nella riforma della Chiesa durante il pontificato di papa Francesco? E quali sono gli aspetti giuridici, organizzativi e legislativi del suo operato? Bergoglio ha fatto una puntigliosa analisi della situazione il 22 dicembre 2016, ricevendo la Curia romana per i consueti auguri di Natale, occasione spesso scelta dai pontefici per delineare il loro programma di governo.

ITALOCENTRISMO NEL MIRINO. Francesco insiste nel dire che i cambiamenti veri non sono poi così circoscrivibili in termini formali – la misericordia, lo stare in mezzo al popolo, l’ascolto di tutti, l’apertura al mondo, e in fondo anche la sinodalità, cioè la capacità dei vescovi di decidere insieme -, ma sa bene che serve anche una nuova struttura istituzionale; e anzi su questo aspetto ha raccolto, in conclave, i voti trasversali di liberal e conservatori uniti dalla volontà di buttare all’aria l’italocentrismo ormai asfittico della Curia bisognosa di una ricostruzione.

Dall’elenco fatto da Bergoglio è emerso un enorme cantiere aperto: dicasteri accorpati e scomparsi, una sorta di super riorganizzazione delle finanze ancora in corso, l’iper semplificazione dei processi di nullità matrimoniale, l’istituzione di un dicastero per la tutela dell’infanzia accompagnato dalla possibilità giuridica di procedere contro il vescovo che ha insabbiato un abuso, la commissione per il diaconato femminile, quella per la riorganizzazione della sanità cattolica dopo la pioggia di scandali degli ultimi anni, l’allontanamento di molti funzionari, alcuni poco noti, però situati nei gangli nevralgici del  

Vaticano e gay, una storia di paure. Intervista a Krzysztof Charamsa*

di Ludovica Eugenio

Partiamo da un dato di cronaca. In questi giorni ricorrono trent’anni dalla lettera di Ratzinger, prefetto della CDF, ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Ratzinger vi faceva affermazioni gravissime, ribadendo l’immoralità del comportamento omosessuale, in sé “disordinato”. È cambiato qualcosa da allora?

Questo documento della CDF dovrebbe chiamarsi “Lettera su come disprezzare e rifiutare la cura pastorale delle persone omosessuali e offenderle con stereotipi pseudo-scientifici sul loro conto”. Dire che tratta della “cura pastorale” è una falsità. La Chiesa vuole evitare a tutti costi la cura pastorale degli omosessuali. La prevede solo per gli eterosessuali (ritenuti sani), tra i quali si fanno rientrare anche i casi di chi non rispetta la norma dell’eterosessualità, considerati patologici,come le persone omosessuali.

Sostanzialmente non è cambiato nulla nella posizione della Chiesa; i documenti successivi della CDF hanno solo esasperato ciò che questa lettera imponeva (riprendendo anche il documento Persona humana, n. 8, del 1975).

Il principale problema è che la Chiesa, pur avendo ammesso il termine “persona omosessuale” in realtà non ha mai trattato gli omosessuali come persone definite dall’orientamento sessuale nella loro natura o essenza personale. Nel caso delle persone eterosessuali ciò è scontato: sono sempre percepite come tali, mentre per gli omosessuali si ammette solo un “comportamento omosessuale”, disordinatamente deciso dall’individuo. Insomma, un’attività ritenuta disordinata, ma mai confrontata seriamente con la questione di un sano orientamento sessuale che  

Les cathos de droite se déchirent sur l’immigration

di Cécile Chambraud

La question de l’identité et de la nation donne lieu à une vive bataille idéologique. Deux livres en témoignent

Deux livres à paraître le 12 janvier, soutenus l’un par l’hebdomadaire La Vie (Groupe Le Monde), l’autre par Valeurs actuelles, mettent au jour les divisions des catholiques et les crispations que peuvent susciter chez certains d’entre eux les propos du pape François sur les migrants. Dans le premier, le blogueur Erwan Le Morhedec dépeint la porosité entre certains milieux catholiques et les réseaux identitaires issus de l’extrême droite. Dans le second, Laurent Dandrieu, rédacteur en chef de Valeurs actuelles, accuse le pape de demander à ses ouailles de consentir à » l’islamisation de l’Europe « . Deux positions diamétralement opposées, qui illustrent les clivages au sein de l’électorat catholique.

D’ordinaire, les catholiques n’aiment pas étaler leurs désaccords sur la place publique. Mais, en ce début d’année, dans deux livres à paraître le 12 janvier, un journaliste et un influent blogueur catholiques, chacun défendu par un hebdomadaire, sont à l’origine d’une controverse qui pourrait compliquer les repères des candidats à l’élection présidentielle désireux de s’attirer les votes de cet électorat si convoité depuis la primaire de la droite. Pour la première fois, ils exposent au grand jour les crispations que causent à certains catholiques les prises de position du pape François sur les réfugiés.

Le sujet de la dispute porte sur l’immigration, sur l’identité, sur le lien entre la foi  

“Globalizzazione finita? No. Ma è ora che i più forti aiutino gli emarginati”.Intervista ad Amartya Sen

di Massimo Franco

«Non credo che nel mondo di oggi sia in corso uno scontro tra globalizzazione e antiglobalizzazione. Se pensiamo al movimento no global che si presentò prima al G8 di Genova nel 2001, poi in altre città, era il massimo della globalità. No, lo scontro è tra diversi modelli di sviluppo e di globalizzazione…». Amartya Sen parla lentamente, e non smentisce la sua attenzione di una vita ai temi sociali: quelli che lo hanno fatto definire «La Madre Teresa degli economisti», sebbene non gradisca il paragone con la mitica suorina dei diseredati di Calcutta. L’ economista-filosofo indiano, premio Nobel per l’ Economia nel 1997, docente a Harvard, parla di Sud e di Nord dell’ Italia e del mondo, di Donald Trump, del tumore che lo colpì da ragazzo. E di immortalità. Il suo nome, Amartya, in bengalese significa «immortale».
E lui, agnostico di 83 anni, ammette che gli piacerebbe un’ immortalità «che non significa essere ricordato, ma, come dice Woody Allen, significa non morire…». Sorride, ironico. L’ intervista col Corriere avviene di fronte a oltre trecento persone, nell’ aula magna della Facoltà di Architettura a Roma Tre, per i dieci anni della Fondazione con il Sud. E saltando dal Cinquecento al presente, disegna un mondo nel quale rimbalzano luoghi comuni che si sforza di smentire.

Professor Sen, condivide il cliché di un Sud del mondo in crisi, e di un Nord costretto a aiutarlo ma riluttante a  

Dopo il referendum, da dove ripartire

di Giuseppe Amari

La vittoria del NO ha sventato uno dei più insidiosi attacchi alla democrazia del Paese e quanto più si rifletterà, come si dovrà, su tutta la vicenda, tanto più emergerà con evidenza questa verità.

L’inusitata ed inquietante concentrazione di poteri nazionali ed internazionali, le loro spudorate interferenze ( peraltro sollecitate da un Presidente del Consiglio senza dignità ) su una materia come la Costituzione soggetta a consultazione referendaria, nel silenzio delle massime cariche dello Stato, ha certificato, ancora una volta, la ben nota subalternità dello Stato al Big business e la dipendenza estera del Paese.

Un’altra clamorosa e recente prova di dipendenza, subito rimossa, è stata la sentenza della Corte di Strasburgo che ha condannato ben quattro nostri governi, presieduti da Berlusconi, Prodi, Monti e Letta per violazione dei diritti umani ed ostacolo alla giustizia del proprio paese, con l’imposizione del segreto di Stato, per il rapimento (extraordinary rendition) di Abu Omar, chiedendo altresì, la Corte, quali provvedimenti si intendessero prendere per evitare il ripetersi di tali situazioni. Non so se e quale sia stata la risposta, ma l’unica sarebbe un sussulto di dignità nazionale (dovendo escludere altre guerre di indipendenza), e di coraggio per sopportare la verità, a cui fece appello una volta Tina Anselmi..

Una certificazione data dalle numerose imposizioni del segreto di Stato, che, al contrario di quanto previsto dalla legge, sono state verosimilmente effettuate per tutelarne la “dipendenza”. E non è mai inutile ricordare  

I licenziamenti della Volkswagen e il futuro tedesco

di Vincenzo Comito

Solo a un lettore dei giornali un po’ frettoloso il recente annuncio della casa dell’auto tedesca relativo al licenziamento di 30.000 addetti, di cui 23.000 in Germania, nonché al taglio dei costi annuali per 3,7 miliardi, può essere sembrato come collegato soltanto al recente scandalo delle emissioni. In realtà, la notizia dei licenziamenti, che viene comunque con la parallela assunzione di 9.000 nuovi addetti nei settori nuovi, va messa soprattutto in relazione alle grandi e veloci trasformazioni in atto nel mercato e nelle tecnologie del settore. I produttori tedeschi, nonostante la loro forza finanziaria e di mercato, nonché i lavoratori dello stesso e di altri paesi, rischiano di perdere parecchi colpi rispetto al nuovo che avanza implacabile.

Si profilano degli sviluppi che mettono in causa non solo le case tedesche (nonché lo stesso modello di sviluppo teutonico), ma anche quelle di tutto il mondo, mentre essi pongono in prospettiva dei punti interrogativi sui livelli generali di occupazione nel settore.

Tali minacce derivano dalla crisi delle tecnologie diesel, a sua volta da collegare, tra l’altro, al varo delle nuove norme antinquinamento dei principali paesi, dallo sviluppo dell’auto elettrica e di quella senza guidatore – processi che stanno accelerando –, dall’ingresso nel settore, in relazione all’affermarsi delle nuove tecnologie, di inediti e potenti protagonisti, statunitensi e cinesi in particolare, provenienti dall’economia numerica, da Google ad Apple, da Baidu a Tencent, infine dai mutamenti nelle preferenze dei consumatori.

L’auto senza pilota

 

Cei, volge al termine l’era Bagnasco

di Luca Kocci

Volge al termine l’era del cardinal Bagnasco alla guida della Conferenza episcopale italiana. Si è aperta ieri l’ultima riunione del Consiglio episcopale permanente (una sorta di consiglio dei ministri) presieduto dall’arcivescovo di Genova. A maggio l’Assemblea generale dei vescovi eleggerà i tre nomi fra i quali papa Francesco individuerà il nuovo presidente.

Forse anche per questo la prolusione di Bagnasco è stata breve e ha toccato pochi temi. A cominciare dalla povertà. «Dall’inizio della crisi – ha detto il presidente della Cei –, le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila, oggi sono 4milioni e 600mila». Una crisi economica che pesa soprattutto «sui giovani e sul Meridione» e contro la quale è necessario attuare delle misure strutturali: il «Reddito d’inclusione (Rei)», il «Piano nazionale contro la povertà» e quei «provvedimenti a favore della famiglia che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire».

Eppure la politica si occupa di altro, ad esempio di fine vita». Che il dibattito sia incentrato su questo se n’è accorto forse solo Bagnasco, ma del resto quello dei temi etici (unioni omosessuali, gender, testamento biologico, ecc.) è stato il filo rosso che ha segnato il suo decennio alla guida della Cei. E anche nel suo quasi commiato – l’ultima prolusione di Bagnasco sarà all’assemblea di maggio – non poteva mancare. «La discussione politica – ha sottolineato – verte su  

Guccini racconta Auschwitz

di Marco Di Porto

“Avevo letto due libri, uno di Primo Levi, e Il flagello della svastica di Lord Russel. Il testo mi uscì di getto, lo scrissi su un quadernino. Allora non avevo ancora nessuna reale intenzione di fare il cantautore. Mio padre era stato in campo di concentramento, come internato militare, ma non mi aveva mai raccontato niente. Forse anche per questo scrissi quella canzone.”
La canzone è la famosa ‘Auschwitz’, anche conosciuta come ‘Canzone del bambino del vento’, e a parlarne è il cantautore Francesco Guccini, durante la presentazione del film documentario Son morto che ero bambino – Francesco Guccini va ad Auschwitz, avvenuta ieri in anteprima nazionale alla Camera.
Realizzato da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, il documentario racconta il viaggio della Memoria di Guccini con la classe II B dell’Istituto Comprensivo Salvo D’Acquisto di Gaggio Montano, in provincia di Bologna. Insieme ai ragazzi, ad alcuni insegnanti e al vescovo di Bologna Monsignor Matteo Maria Zuppi, Guccini è andato per la prima volta nella sua vita in quel luogo di morte che aveva cantato cinquant’anni fa. Contribuendo, all’epoca, a diffondere una prima consapevolezza dell’orrore della Shoah.
“Abbiamo preso il treno, insieme ai ragazzi e ai professori, e siamo partiti per questo viaggio lunghissimo, faticoso. Abbiamo mangiato qualche panino. Io fumo e mi scocciava di non poter fumare, stavo scomodo, dovevo dormire su una brandina, ma poi mi dicevo: come ti permetti di pensare  

Referendum e movimenti sociali

di Donatella Della Porta

I risultati del referendum costituzionale italiano del 4 dicembre 2016 confermano la capacità della società civile e dei movimenti di appropriarsi degli istituti di democrazia diretta per portare avanti obiettivi di progresso. La straordinaria vittoria del ‘no’ (quasi 20 punti percentuali di vantaggio rispetto al ‘sì’), e l’inattesa elevata partecipazione al voto non sarebbero state possibili senza la mobilitazione dal basso di migliaia di persone e di organizzazioni sociali. Questo è solo un esempio delle opportunità aperte dai referendum visti come strumento di una ‘politica dal basso’ che si sono tenuti durante questi anni di crisi.

La grande recessione che ha colpito l’Europa nel 2008 può essere vista come un punto di svolta, che ha innescato non solo trasformazioni socio-economiche, ma anche cambiamenti politici. Nei paesi più colpiti dalla crisi finanziaria, in particolare la ‘periferia’ dell’Europa, ondate di proteste hanno messo in discussione le politiche di austerità adottate dai governi nazionali sotto la pressione delle istituzioni europee e della finanza – l’Unione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo monetario internazionale in particolare. Queste ondate di protesta – spesso definite come il movimento ‘Occupy’ o degli ‘indignados’ – hanno reso visibile la crisi di legittimità provocata dalla palese mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni politiche verso le sofferenze dei cittadini. Le proteste hanno preso forme diverse nei diversi paesi, influenzate dagli sviluppi specifici e dalle caratteristiche della crisi finanziaria, oltre che dalle opportunità politiche nazionali  

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