Un Dio non di regime

di Raniero La Valle

Una nostra lettera dell’8 maggio scorso, nella quale esprimevamo un dolente giudizio sul fatto che elezioni dai risultati sgraditi fossero mandate al macero della democrazia, come “elezioni rottamate”, dagli uni perché ne erano usciti sconfitti, dagli altri perché non abbastanza vincitori, ha provocato tre critiche.
Una di queste ci ha allarmato perché pur in modo assai amichevole poneva una sorta di “non expedit” (non si deve fare). Scriveva infatti Vincenzo Grimaldi di vedere “il rischio di un nuovo collateralismo. Penso che ‘abbiamo già dato’. Che ne dite?”. Insomma: non vi occupate di politica, perché voi siete “Chiesa” (sia pure di tutti e specialmente dei poveri) e la religione non si può giocare in queste cose: la lettera infatti era mandata a nome del sito “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”.
Su questo conviene spendere qualche parola. E’ evidente che tale critica è un residuo di una situazione del passato, quando c’era una relazione organica tra la Chiesa gerarchica (considerata tout court come “la Chiesa”) e il potere, quando i cattolici erano costretti per obbedienza di fede all’unità politica nel partito cattolico (il collateralismo) e un micidiale maritainismo (dal filosofo tomista novecentesco Jacques Maritain, amico di Montini) cercava di salvare il salvabile della laicità introducendo la schizofrenica distinzione tra quanto il fedele facesse “in quanto cattolico” (ligio ai dettati pontifici) e quanto facesse “in quanto cittadino” (libero nelle materie non considerate “miste”). E questa era la  

Pagato il riscatto per Moro

di Raniero La Valle

Infine, dopo 40 anni, è stato pagato il riscatto per Moro. Tale è il significato della celebrazione ecclesiale avvenuta a San Gregorio al Celio nel quarantesimo anniversario della sua morte cruenta: quel riscatto di cui Moro quando era Presidente del Consiglio, aveva preservato la legittimità nella legislazione del Paese, e che invece era stato impedito quando si trattava di riscattare la sua vita dalle mani delle Brigate Rosse. E non solo era stato impedito il riscatto (Paolo VI aveva fatto raccogliere 10 miliardi), ma era stata considerata preferibile la sua morte, in base alla sentenza di Caifa, ripetuta in quei giorni nelle stanze della Segreteria di Stato di Sua Santità: “perché l’Italia non cada in braccio ai comunisti, è meglio che muoia un uomo solo piuttosto che tutta la nazione perisca”. È ciò che risulta dalla testimonianza del vescovo mons. Luigi Bettazzi, che ha presieduto l’eucarestia a San Gregorio, che don Innocenzo Gargano ha ricordato durante l’omelia. Certo, era una parola della Curia, non della Chiesa (il “ministro degli esteri” vaticano che lo disse a Bettazzi era allora il cardinale Villot, non ancora segretario di Stato), e tuttavia è il lampo di verità che illumina tutto il buio (i cosiddetti “misteri”) del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, e che dice, non per via di deduzione politica o storica, ma a viva voce e a chiare lettere, che l’intero sistema di opinione e di potere, interno ed  

Cinquant’anni fa il maggio francese

di Giulia Guazzaloca

Cinquant’anni fa la Francia tornava ad essere teatro della «rivoluzione»; non c’erano i sanculotti, gli anti-borbonici, i «banchetti» operai, ma Parigi era di nuovo invasa da migliaia di manifestanti al grido di «liberazione» e «contestazione». Liberazione dall’autorità e dalle gerarchie all’interno della famiglia, dell’università e dei luoghi di lavoro; contestazione dei partiti tradizionali e delle strutture della democrazia rappresentativa, delle discriminazioni legate alla razza, al sesso, alla classe sociale, degli stili di vita imposti dalla nuova società dei consumi. Quel maggio a Parigi costituì l’apice e il simbolo della ribellione giovanile; probabilmente senza il «maggio francese» il Sessantotto e l’immagine che ne è giunta fino a noi non sarebbero stati gli stessi. Fu a Parigi infatti che il movimento di contestazione studentesca apparve più simile ad una vera e propria «rivoluzione»: i giovani divennero il detonatore del malcontento della società tutta, scioperi, cortei, occupazioni e barricate arrivarono a paralizzare il paese e a far vacillare il sistema della Quinta Repubblica.

Tutto era partito da Nanterre, l’ateneo alle porte di Parigi, già scosso da incidenti e proteste nell’autunno precedente, dove nacque il «movimento del 22 marzo» guidato da Daniel Cohn-Bendit. La miccia che fece esplodere l’incendio fu la proposta del governo gollista di introdurre meccanismi di selezione per l’accesso all’università; ma fu solo una miccia, quasi casuale, perché già dal 1967 gli studenti erano in fermento in gran parte d’Europa e quelli americani avevano dato vita a movimenti per  

Più debito per uscire dalla crisi

di Andrea Baranes

Il problema dell’Italia è il debito pubblico. Non è nemmeno un argomento su cui discutere, ma un assunto evidente. Posto che il debito pubblico è eccessivo e ci strangola, ragioniamo pure di quali siano le strategie più efficaci per ridurlo il più velocemente possibile. Ma è davvero così, o è forse necessario fare un passo indietro?

Più che l’ammontare del debito pubblico, il faro che guida ogni scelta di politica economica è il rapporto tra debito e PIL. Cerchiamo di capire perché con un esempio semplificato. Ho un debito di 20.000 euro. E’ tanto o poco? Dipende. Se sono disoccupato e nullatenente, è enorme. Se guadagno un milione di euro l’anno, sono spiccioli o poco più. In altre parole, il valore di un debito va riportato a quanto si guadagna. L’esempio è forse fuorviante, anzi troppo spesso si sente dire che uno Stato dovrebbe comportarsi “come un buon padre di famiglia”, mentre la contabilità e gli obiettivi di una famiglia, un’impresa e una nazione sono completamente diversi. L’idea è comunque di misurare il debito in rapporto alla ricchezza prodotta per capirne la sostenibilità.

Anche qui sono però necessarie alcune precisazioni, soprattutto considerando quanto il rapporto debito/PIL definisca le politiche europee e italiane. Se dobbiamo accettare l’austerità, se il mantra degli ultimi anni è che “non ci sono i soldi”, se dobbiamo tagliare su servizi pubblici, pensioni o sanità, il problema è uno solo: dobbiamo ridurre il rapporto debito/PIL,  

La volontà di riscatto alimento e sostanza della Resistenza

di Enzo Collotti

A distanza di quasi settanta anni è legittimo chiedersi in questo venticinque aprile se e in quale misura l’attuale classe dirigente è consapevole dell’eredità lasciata dalla Resistenza.

È chiaro che le generazioni che hanno vissuto la Resistenza oggi sono in gran parte scomparse, ne sopravvive una minoranza, ma il problema non è la loro sopravvivenza fisica bensì la sopravvivenza e la tenuta di quelli che chiamavamo i valori della Resistenza anche tra il passare delle generazioni. Non si tratta di accarezzare con nostalgia quei valori, ma di verificare se nel corpo vivo della società e della classe dirigente sono tuttora vivi e operanti o se sono andati smarriti e dispersi nell’oblio delle grandi trasformazioni che il tempo, la quotidianità e la tecnica hanno impresso alla nostra società. Non ci interessano i richiami rituali o retorici, ma l’espressione viva di quello che eravamo soliti chiamare lo spirito della Resistenza. Vale a dire non soltanto un certo tipo di omaggio e rispetto per le istituzioni, ma anche e soprattutto un costume di vita e comportamenti dei singoli che sono il presupposto di una vera comunità.

Se pensiamo alle speranze e alle ambizioni che ci avevano accompagnati negli anni della Resistenza, oggi ne avvertiamo la distanza, ma anche il senso di vuoto che il loro affievolirsi, se non la scomparsa del tutto, produce nello spirito pubblico. La scuola che dovrebbe essere una delle fonti della formazione, se non la fonte per  

Perchè (proprio) oggi è la festa della liberazione

Oggi è il 25 aprile, giorno di festa nazionale in cui si celebra l’anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo per ricordare quel momento storico in cui le truppe alleate anglo-americane, con il fondamentale contributo della Resistenza partigiana riuscirono ad allontanare dal nostro Paese le forze di occupazione naziste e a rovesciare il governo fascista della Repubblica Sociale italiana, mettendo fine a venti anni di dittatura e cinque di guerra. E’ una data fondamentale nella storia della Repubblica italiana e ha un doppio significato simbolico: la vittoria militare degli alleati nella seconda guerra mondiale e la vittoria della Resistenza militare e politica dei partigiani nella guerra civile contro il fascismo.

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) – con sede a Milano e presieduto tra gli altri dal settimo presidente della Repubblica, Sandro Pertini – esortarono il popolo italiano dei territori del nord-Italia ancora occupati a insorgere contro le forze nazifasciste. L’invito era quello di assaltare i presidi nazifascisti del Nord e imporre la resa ancora prima dell’arrivo delle forze alleate al grido di “arrendersi o perire”. In quei giorni poi, il CLNAI emanò alcuni decreti legislativi assumendo il potere “in nome del popolo italiano” e condannando a morte Benito Mussolini e tutti i gerarchi fascisti.

Entro il primo maggio tutte le principali città dell’Italia settentrionale furono liberate: Bologna il 21, Genova il 23 e Venezia il 28 aprile. la data del  

La vocazione per l’umanità

di Giovanni Avena

Sono contento ed emozionato di aprire i lavori di celebrazione di questo cinquantesimo anniversario di Adista. Contento per il percorso sin qui fatto, che è sorprendente di per sé – un giornale che vive per 50 anni pressoché solo grazie alle sue forze è già un evento da celebrare – ma che sorprende ancora di più se si considera la posizione del tutto originale, nel panorama editoriale, all’interno della comunità cristiana, nell’agone politico che Adista ha assunto e che ha coerentemente difeso in tutto questo tempo.

Ma sono anche emozionato perché la storia di Adista corrisponde in larga parte alla mia storia personale. Ho conosciuto Adista negli anni ’70, quando lessi una cronaca che riferiva dell’attività della Comunità di Base che era attiva all’interno della mia parrocchia, a corso Calatafimi, a Palermo. Ero un parroco che si era già fortemente esposto con la Curia palermitana e con l’arcivescovo, il card. Pappalardo, ai tempi del referendum abrogativo della legge sul divorzio, allorché io e altri preti palermitani ci schierammo apertamente a sostegno delle ragioni del “no”. In quegli anni ero poi voluto entrare dentro l’ospedale psichiatrico che si trovava accanto alla mia parrocchia. Quei malati erano miei parrocchiani ed io avvertii l’esigenza di incontrarli e di capire cosa la parrocchia e la comunità cristiana potesse fare per loro. Trovai all’interno dell’ospedale condizioni terribili. Iniziai subito con la mia comunità una lunga battaglia per denunciare l’esistenza di un luogo dove  

Riorientare lo sguardo: di lato

di Grazia Naletto

Una società profondamente diseguale, divisa e impoverita, individualista e atomizzata che pensa di vivere in un paese in pieno declino economico e sociale; la sfiducia ormai radicata nella istituzioni e nella classe politica, ma anche nei cosiddetti “corpi intermedi”; la semplificazione e la polarizzazione del dibattito pubblico: sono ciò che, con una nettezza superiore a quella attesa, riflette l’esito del voto del 4 marzo, spaccando a metà l’Italia in modo molto più articolato di quanto non emerga dalle mappe bicolore elettorali.

La visione ottimistica di un’Italia uscita dalla crisi proposta dal Governo uscente non ha convinto neanche gli elettori del suo principale partito di riferimento. Le scelte economiche e sociali adottate negli ultimi cinque anni hanno approfondito e moltiplicato le distanze e le diseguaglianze a tal punto che siamo costretti a festeggiare una partecipazione al voto del 73%, seppure non abbia fermato la sua tendenza decrescente. Eppure, il 27% di coloro che hanno scelto di non votare, se potesse contare, rappresenterebbe il secondo partito del paese.

Almeno una parte di questo 27%, insieme al voto liquido che fluttua rapidamente da un partito a un altro (il 40% di consenso al rottamatore Renzi risale solo a quattro anni fa), lasciano aperti degli spazi all’azione politica che voglia interpretare e praticare da sinistra la forte domanda di cambiamento presente nel Belpaese.

La campagna elettorale è stata giocata tutta o quasi sul posizionamento dei tre maggiori partiti in materia di lavoro  

Terza Repubblica? Un interrogativo per la sinistra

di Claudio Gnesutta

Non vi è alcun dubbio che abbia ragione Mario Pianta nell’individuare nella paura e nella povertà i fattori che hanno condizionato i risultati di queste elezioni. Così come non dovrebbe esserci dubbio che paura e povertà non nascono dal nulla; che segnali in questo senso non sono mancati, anche nelle analisi ospitate da Sbilanciamoci!. Se di sorpresa si vuole parlare, essa ha riguardato la dimensione e la diffusione del fenomeno, il fatto che oltre la metà degli elettori ha dato fiducia ai progetti politici del Movimento 5 Stelle e della Lega, modificando profondamente la scena politica.

Sull’emergere di questa maggioranza sociale è necessario soffermarsi per un’interpretazione politico-sociale, anche se questo pone in secondo piano le preoccupazioni politicistiche – pur non indifferenti per il breve periodo – delle possibili/impossibili alleanze parlamentari per il governo del paese. Il concentrarsi su quest’ultimo aspetto impedirebbe di comprendere il messaggio più rilevante che si può trarre da queste elezioni: la sfiducia conclamata nella classe politica di sinistra a essere garante di un futuro accettabile. Impedirebbe di comprendere come lo smottamento della sinistra politica sia il frutto del suo lungo ottimismo che il rispetto delle regole di mercato fosse sufficiente, alla lunga, a estendere il benessere a tutti i cittadini. Un’attesa che non è si realizzata, che non poteva realizzarsi, e che la maggioranza degli elettori ha alla fine rifiutato con determinazione.

Non so se sia fondato sostenere che il 4 marzo abbia avuto  

Le macerie della sinistra

di Giulio Marcon

Alle elezioni del 4 marzo il 60% degli operai ha votato per la Lega e i Cinque Stelle, così come le zone del paese –tra tutte il Sud– che vivono condizioni di povertà, esclusione e disagio sociale. Il 90% di chi ha lasciato il Pd, si è rivolto ai Cinque Stelle e non a Liberi e Uguali. Le elezioni del 4 marzo ci consegnano una maggioranza: anti-establishment.

Un paese, assediato dalla povertà e dalla paura – come ricorda Mario Pianta – ha scelto il cambiamento, che non è stato rappresentato dalla sinistra ma dalla Lega populista e da una nebulosa ambigua come i Cinque Stelle che mescolano messaggi di destra e di sinistra, di radicale innovazione e di rincorsa rancorosa dell’Italietta strapaese, di partecipazione dal basso e manipolazione dall’alto.
Il Mezzogiorno è da anni abbandonato a sé stesso e si è vendicato. Idem i giovani, e così gli operai. In un paese dove non ci sono più corpi intermedi capaci di avere antenne nella società e produrre consenso elettorale (e sociale) significativo – mentre i partiti sono comitati elettorali senza radici (partiti senza società direbbe Diamanti) – tutto diventa complicato.
Alla intermediazione politica e sociale delle forze organizzate – come ha ricordato Nadia Urbinati – si sostituisce la non meno manipolatoria relazione diretta (simulacro della partecipazione) prodotta dal web e dai social e dalle incursioni televisive: la democrazia del gradimento e dei like. Il confronto