1 giugno 2010, Globalizzazione ed Europa

Una democrazia mondiale per la vita e la madre terra

di Evo Morales Ayma

Sono qui per condividere le conclusioni della Prima Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra, realizzata dal 20 al 22 aprile a Cochabamba, in Bolivia. Ho convocato questa Conferenza perché a Copenhagen non si è dato ascolto né si è prestato attenzione alla voce dei popoli del mondo e neppure sono stati rispettati i procedimenti su cui gli Stati avevano raggiunto un consenso.

A questa Conferenza hanno partecipato 35.352 persone, di cui 9.254 delegati stranieri, in rappresentanza di movimenti e organizzazioni sociali di 140 Paesi dei cinque continenti. E abbiamo contato sulla presenza di delegazioni di 56 governi.

I dibattiti all’interno della Conferenza sono stati organizzati in 17 Gruppi di Lavoro. Il documento intitolato “Accordo dei Popoli” adottato dalla Prima Conferenza è un riassunto delle conclusioni di questi 17 Gruppi di Lavoro. Tra tutti questi documenti voglio sottolineare il progetto di Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra.

Come Stato Plurinazionale della Bolivia abbiamo presentato formalmente queste conclusioni, lo scorso 26 aprile, al processo di negoziazione della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, insieme ad una proposta tecnica.

Il governo dello Stato Plurinazionale della Bolivia ha convocato questa Conferenza perché i Paesi cosiddetti sviluppati non hanno adempiuto al loro obbligo di adottare impegni sostanziali di riduzione di emissioni di gas ad effetto serra alla Conferenza di Copenhagen sul Cambiamento Climatico dello scorso anno.

Se questi Paesi avessero rispettato il Protocollo di Kyoto e si fossero accordati per ridurre sostanzialmente le proprie emissioni all’interno delle proprie frontiere, la Conferenza di Cochabamba non si sarebbe resa necessaria.

La forza dell’unità

Personalmente, sono convinto che l’unico modo di garantire un risultato positivo a Cancún sia quello di poter contare sull’ampia partecipazione dei popoli del mondo e sulla più ferrea unità dei Paesi del G77+Cina.

Nel G77+Cina sono presenti 130 Paesi in via di sviluppo, che sono i meno responsabili del cambiamento climatico e che, tuttavia, sono quelli maggiormente colpiti dal grave impatto del riscaldamento globale. Rappresentiamo i due terzi dei Paesi che integrano le Nazioni Unite, abbracciando circa l’80% della popolazione mondiale. Nelle nostre mani risiede la possibilità di salvare il futuro dell’umanità e del pianeta terra e di far ascoltare e rispettare la voce dei nostri popoli.

Per questo sono venuto qui a condividere le conclusioni con il G77+Cina!

Tutti sappiamo che esiste tra di noi una grande diversità di posizioni politiche, economiche e culturali. Questa è la nostra forza. La diversità nell’unità. So che esistono differenti criteri nel nostro gruppo, ma so anche che, quando ci mettiamo d’accordo, non c’è forza che ci fermi, che ci trattenga. Questa è la forza dell’unità delle sardine di fronte agli squali. È quanto è successo all’ultima riunione sul cambiamento climatico, a Bonn, dal 9 all’11 aprile: abbiamo impiegato del tempo a metterci d’accordo, ma, una volta raggiunto il consenso all’interno del G77+Cina, il resto dei Paesi sviluppati ha dovuto adeguarsi.

Voglio cominciare evidenziando i punti di incontro, di convergenza, tra il G77+Cina e la Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra.

Il primo punto di incontro è la necessità di preservare e far rispettare il Protocollo di Kyoto. Vale a dire, che i Paesi sviluppati assumano impegni sostanziali di riduzione di emissioni di gas ad effetto serra nel quadro del Protocollo di Kyoto.

Nel G77+Cina nessuno sta proponendo di liquidare o diluire il Protocollo di Kyoto. Tutti coincidiamo sul fatto che i Paesi industrializzati, che hanno la responsabilità storica delle emissioni di gas ad effetto serra, debbano onorare i loro impegni ed obblighi nel quadro dei trattati internazionali sul cambiamento climatico.

La Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra esige dai Paesi sviluppati la riduzione di un 50% delle loro emissioni di gas ad effetto serra, all’interno delle loro frontiere, rispetto ai livelli del 1990, per la seconda fase del Protocollo di Kyoto.

Attualmente, le offerte di riduzione delle emissioni dei Paesi sviluppati presentano, nel migliore dei casi, appena un taglio del 2% rispetto ai livelli del 1990.

Alla Conferenza di Cochabamba nessuno ha proposto di sostituire la metodologia del Protocollo di Kyoto con impegni volontari di riduzione di emissioni che non siano in rapporto a una meta mondiale e in cui non sia possibile confrontare gli sforzi di questo o di quel Paese sviluppato.

L’Accordo dei popoli afferma: “Gli Stati Uniti, unico Paese industrializzato a non aver aderito al Protocollo di Kyoto, deve procedere a ratificarlo impegnandosi a compiere gli obiettivi di riduzione delle emissioni in tutto il suo apparato economico”.

Il secondo elemento di convergenza tra la Conferenza Mondiale dei Popoli e il G77+Cina è dato dalla necessità che questa riduzione di emissioni da parte dei Paesi sviluppati sia la più profonda possibile, per stabilizzare l’incre-mento della temperatura, per quanto è possibile, a un livello tra un grado e un grado e mezzo centigrado.

Qui tutti i Paesi in via di sviluppo sanno che un aumento maggiore della temperatura avrebbe conseguenze gravi per le zone costiere, per i ghiacciai e per l’Africa, oltre che per l’approvvigionamento di alimenti. Tutti qui nel G77+ Cina siamo decisi ad evitare che un solo Stato insulare venga sommerso dalle acque.

Debiti da saldare

Un terzo punto di incontro tra il G77 e la Conferenza è dato dal tema del debito climatico che i Paesi sviluppati hanno contratto con i Paesi in via di sviluppo. Nella Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico si è discusso molto di questo concetto, individuandone diverse componenti.

Una prima componente è la restituzione dello spazio at-mosferico che è stato occupato dai Paesi sviluppati con le loro emissioni di gas ad effetto serra, a scapito dei Paesi in via di sviluppo. I Paesi sviluppati devono decolonizzare l’atmosfera per rendere possibile un’equa distribuzione dello spazio atmosferico tra tutti i Paesi, in base alla loro popolazione.

Una seconda componente è il debito con i migranti per cause climatiche che già ammontano a 50 milioni nel mondo e che nel 2050 potrebbero raggiungere una cifra tra i 200 milioni e il miliardo. Per onorare questo debito, i Paesi sviluppati, responsabili del cambiamento climatico, devono aprire le loro frontiere per ricevere i migranti. È assolutamente inaccettabile una legge migratoria come quella del-l’Arizona o come la Direttiva Ritorno dell’Unione Europea.

Una terza componente è il debito con la nostra Madre Terra, perché sono stati colpiti non solo gli esseri umani e i Paesi in via di sviluppo, ma anche la natura. Per onorare questo debito, la Prima Conferenza Mondiale dei Popoli considera fondamentale discutere qui, nell’ambito delle Nazioni Unite, una proposta di Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra che stabilisca gli obblighi di tutti gli esseri umani nei confronti della natura e che riconosca i limiti che devono essere posti all’attività umana per preservare il pianeta Terra.

Alcuni dei diritti della natura che vi vengono riconosciuti sono: il suo diritto alla vita e all’esistenza; il diritto alla rigenerazione della sua biocapacità e al mantenimento dei suoi cicli e dei suoi processi vitali liberi da manipolazioni da parte dell’uomo; il suo diritto ad essere libera dalla contaminazione e dall’inquinamento, dai rifiuti tossici e radioattivi; il suo diritto a non essere alterata geneticamente e modificata nella sua struttura né ad essere minacciata nella sua integrità o nel suo funzionamento vitale.

Speriamo che questa proposta di Dichiarazione dei Diritti della Madre Terra si inizi a discutere e ad analizzare nell’ambito dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

In ultimo c’è la componente economica del debito climatico dei Paesi industrializzati nei confronti dei Paesi in via di sviluppo, che comprende l’aspetto dell’adattamento e quello dello sviluppo.

Riguardo al tema del finanziamento, la Conferenza Mondiale dei Popoli ha considerato come per il cambiamento climatico si debba destinare una quantità di fondi analoga a quella delle spese militari e di sicurezza.

La somma di 10 miliardi di dollari offerta dai Paesi sviluppati rappresenta meno dell’1% di tutto quello che essi spendono per la Difesa. Non è possibile che per la guerra e la morte si destinino risorse 120 volte superiori a quelle necessarie per la difesa della vita e della nostra Madre Terra.

I Paesi sviluppati devono impegnarsi ad un nuovo finanziamento annuale, aggiuntivo rispetto all’Aiuto Ufficiale allo Sviluppo e di carattere pubblico per affrontare il cambiamento climatico nei Paesi in via di sviluppo. Questo finanziamento deve essere diretto, senza condizioni e rispettoso della sovranità nazionale. (…).

La Prima Conferenza Mondiale dei Popoli propone la creazione di un meccanismo multilaterale e multidisciplinare per il trasferimento di tecnologie. Queste tecnologie devono essere utili, pulite e socialmente adeguate (…) e libere dai di-ritti di proprietà intellettuale, in particolare dai brevetti, che devono passare dal monopolio privato al dominio pubblico.

E le emissioni aumentano

La Prima Conferenza ha constatato che i Paesi sviluppati hanno incrementato le loro emissioni di un 11,2% nel periodo compreso tra il 1990 e il 2007, e ciò malgrado il loro proposito di coadiuvare la riduzione con meccanismi di mercato. (…).

La recente crisi finanziaria ha dimostrato come il mercato sia incapace di regolare il sistema finanziario e come sarebbe una totale irresponsabilità lasciare nelle sue mani la cura e la protezione della stessa esistenza umana e della nostra Madre Terra.

In questa linea, la Conferenza ha considerato inammissibile che nei negoziati in corso si vogliano creare nuovi meccanismi che amplino e promuovano il mercato del carbonio.

(…) Rispetto al tema dell’agricoltura, anch’esso ampiamente dibattuto, si è adottato il concetto di sovranità alimentare, che va oltre quello della sicurezza alimentare, implicando non solo il diritto all’alimentazione, ma anche il di-ritto dei popoli a controllare sementi, terre, acqua e tecnologia per una produzione di alimenti in armonia con la Madre Terra e a servizio di tutta la comunità, non solo dei segmenti più ricchi della popolazione. (…).

Nei negoziati e nell’applicazione degli accordi sul cambiamento climatico è necessario garantire pienamente i diritti dei Popoli indigeni.

La Conferenza ha anche proposto un nuovo tema da discutere nei negoziati sul cambiamento climatico e in maniera più ampia qui nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: la creazione di un Tribunale di Giustizia Climatica e Ambientale per giudicare i Paesi sviluppati che vengano meno ai loro impegni e sanzionare gli Stati e le imprese che compromettano i cicli vitali della Madre Terra.

Tra i nostri popoli c’è molta preoccupazione per il fatto che gli accordi internazionali che sottoscriviamo rimangono lettera morta. Per questo c’è interesse a creare meccanismi vincolanti che garantiscano il rispetto di tali accordi e siano in grado di giudicare e sanzionare le violazioni dei Trattati Internazionali in materia ambientale e climatica.

Un’altra proposta ha a che vedere con la necessità di convocare un Referendum Climatico perché la popolazione mondiale possa decidere cosa fare riguardo a un tema di tale importanza com’è il cambiamento climatico.

O il capitalismo o la vita

La Conferenza di Cochabamba ci ha messo di fronte alla sfida di iniziare ad immaginare e a promuovere una democrazia mondiale, in cui i temi più importanti per l’umanità vengano decisi da tutti i popoli. Per portare avanti tutte queste proposte, la Conferenza ha deciso di avviare la costruzione di un Movimento Mondiale dei Popoli per la Madre Terra.

La Conferenza di Cochabamba si è soffermata ad analizzare il tema dello sviluppo e del genere di sviluppo che vogliamo.

Questi i principali punti di consenso:

Non può esserci uno sviluppo infinito in un pianeta finito.

Il modello di sviluppo che vogliamo non è quello dei cosiddetti Paesi sviluppati, perché è insostenibile e impraticabile in un pianeta finito e dalle risorse naturali limitate.

Affinché i Paesi in via di sviluppo rispondano alle necessità delle proprie popolazioni senza danneggiare il pianeta  Terra, è essenziale che i Paesi sviluppati riducano i propri livelli di consumo e di spreco.

Per raggiungere uno sviluppo in armonia con la natura è necessario realizzare allo stesso tempo l’armonia tra gli esseri umani attraverso un’equa distribuzione della ricchezza.

La Prima Conferenza Mondiale dei Popoli ha proposto che nei negoziati sul cambiamento climatico si analizzino le cause strutturali del riscaldamento globale e si avanzino proposte alternative di carattere sistemico.

Per la Prima Conferenza Mondiale dei Popoli, la causa di fondo della crisi climatica è il sistema capitalista. Quello che stiamo vivendo non è solo una crisi climatica, una crisi energetica, una crisi alimentare, una crisi finanziaria… ma anche una crisi sistemica del capitalismo che sta conducendo alla distruzione dell’umanità e della natura. Se la causa è sistemica, la soluzione deve essere anch’essa sistemica. Per questo, nella Conferenza dei Popoli si è discusso a fondo del tema delle alternative per il vivir bien in armonia con la natura.

Per concludere, la Conferenza ha considerato che per costruire un futuro bisogna apprendere dal passato, che continua ad essere presente tra di noi, attraverso la presenza dei popoli indigeni che in tutto il mondo hanno preservato forme di vita in armonia con la natura.

Stimati ambasciatori del G77+Cina, credo che il modo migliore di rafforzare la nostra unità e la nostra azione nei negoziati sia quello di promuovere il consenso tra di noi e di discutere in maniera franca e sincera i nostri diversi criteri e le nostre diverse posizioni.

Su questa strada è fondamentale che non si ripetano situazioni come quelle di Copenhagen dell’anno passato. Dobbiamo far rispettare l’accordo fissato nel Piano d’Azio-ne di Bali e difeso dal G77+Cina, che cioè i negoziati sul cambiamento continuino attraverso le due corsie dell’“A-zione di Cooperazione a lungo termine” e del “Protocollo di Kyoto”.

Nella nostra unità sta la forza per garantire che questi negoziati siano ampiamente partecipativi e trasparenti, che si rispetti l’uguaglianza di diritti di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, grandi e piccole, e si ascolti e si rispetti la voce dei nostri popoli.

Nell’unità dei Paesi in via di sviluppo sta la forza per forgiare un nuovo mondo basato sull’armonia tra gli esseri umani e con la nostra Madre Terra.

Signori ambasciatori e ambasciatrici, la risposta al riscaldamento globale è quella della democrazia mondiale per la vita e la Madre Terra. Facciamo in modo di essere puliti e attivi oggi per l’umanità piuttosto che tossici e reattivi domani contro la natura. Pertanto, stimati ambasciatori, abbiamo solo due cammini, salvare il capitalismo o salvare la vita e la Madre Terra.

(Articolo tratto da “Adista documenti” n.47 del 5 giugno 2010)

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