7 aprile 2012, Cultura - Globalizzazione ed Europa

Tamburi di guerra

il giorno dopo...di José Arregi

Sono molte le guerre terribili di cui conosciamo l’inizio ma non la fine. Che disgrazia! Ora se ne annuncia un’altra, una guerra ancora, che può essere atroce quanto altre o la più atroce di tutte. Già si sentono rulli di tamburo da Tel Aviv a Teheran, da Teheran a Tel Aviv. Washington la dà per inevitabile. E Roma tace.

Può succedere la prossima primavera, quando negli antichi campi della Persia spunta di nuovo la vita e la luna si nasconde, o la prossima estate, quando si leva il sole e le ombre dell’Iran si disperdono. Di questa guerra che viene – a meno che non stiano mentendo semplicemente per impaurire l’Iran e farlo “ravvedere”, e speriamo che stavolta ci mentano -, di questa guerra più che probabile voglio parlare in questa mattina di inverno, piena di silenzio e di pace nell’umile Arroa (località dei Paesi Baschi, ndt).

I grandi poteri già da tempo vanno facendo calcoli, perché nessuna guerra si intraprende prima di aver fatto bene tutti i conti, se può essere vinta o no. I grandi poteri sono in questo caso “il grande potere”, al singolare, sebbene abbia un nome plurale e ben solenne: gli Stati Uniti d’America. E tutto dipende da quanto interessi agli Usa aiutare o sostenere il suo alleato Israele. Le cifre del calcolo sono molto semplici, sebbene la previsione del risultato sia diabolicamente complessa: è più pericoloso lasciare che l’Iran fabbrichi la sua bomba atomica o cercare di impedirglielo attaccando le sue installazioni nucleari? Stati Uniti e Israele possono vincere sull’Iran? Possono guadagnare più di quello che perdono, per molto che sia?

Cioè, il calcolo più egoista e più freddo possibile. Se pensi di vincere, fai la guerra. Se pensi di perdere, negozi la pace nei termini migliori che puoi. Questo è tutto. Così si son fatte tutte le guerre e quasi tutte le paci nella desolante storia di questa umanità che non riesce ad essere quello che vuole essere, quello che vorrebbe essere ma non può. Già lo aveva detto Gesù, quel gran rivoluzionario pacifista ebreo di Nazareth: «Qual è il re che, partendo per muovere guerra a un altro re, non si sieda prima a esaminare se con diecimila uomini può affrontare colui che gli viene contro con ventimila? Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda un’ambasciata e chiede di trattare la pace» (Luca 14,31-32). Ma Gesù non lo diceva come parabola egoistica, al contrario, come parabola della piena generosità: «Amica, amico, non ti obbligo a niente. Che non ti inganni il suo primo impulso, perché può rovinarti nel tuo impegno impossibile. Non metterti a seguire il mio Vangelo e a staccarti da tutto, se prima il mio Vangelo non ti libera e non ti riempie di pace. Il Vangelo è una buona novella che esige tutto, perché libera da tutto».

Dopo, la Chiesa istituzionale ha travisato anche questo. Nel III secolo, però, il sacerdote teologo romano Ippolito, che ebbe gravi conflitti con i vescovi di Roma ed è venerato come santo, insegnava che servire nell’esercito è deprecabile quanto la prostituzione o il traffico di schiavi. E ci sono stati giovani, come Giulio e Massimiliano, che hanno preferito farsi uccidere piuttosto che arruolarsi nella legione imperiale. Ma nella misura in cui la Chiesa si è andata alleando con i grandi poteri, o nella misura in cui essa stessa è andata diventando un grande potere, ha costruito la teoria della guerra giusta. E la casistica si è imposta sul principio profetico, e l’interesse dei grandi ha finito con il prevalere sulla difesa degli ultimi, che sono solitamente la maggioranza. La teologia scolastica medievale ha stabilito le condizioni di una guerra giusta, che il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica continua ad adottare tale e quale: che sia per evitare un male maggiore della stessa guerra, che la guerra sia l’ultima risorsa e… che abbia probabilità di vittoria. “Probabilità di vittoria”. Questo è, in ultima istanza, il primo criterio, e il decisivo. Guai ai vinti! Essi non decidono mai la giustizia. Non giudicano mai la storia. E Roma tace.

E qui stiamo. Gli Stati Uniti e Israele inizieranno questa nuova guerra solo se pensano di vincerla. E sarà dichiarata giusta solo se servirà agli interessi di quelli che vinceranno. Alcuni sostengono anche, per esempio, che la guerra è la soluzione delle grandi crisi economiche, come quella che stiamo soffrendo (chi l’ha cominciata?). Non si rendono conto che – o se ne rendono conto, ma non importa loro – che le guerre le vincono solo alcuni (alcuni settori industriali, o alcuni regimi in pericolo, per esempio il regime di Ahmadinejad, ma anche quello di Netanyahu e quello di Obama). La maggioranza perde sempre le guerre, perché i suoi interessi ne escono sempre sconfitti. E i morti da una parte e dall’altra? Cosa diranno i morti, se veramente ci importa dei morti?

Dicono israeliani e americani, dicono anche gli europei e perfino gli arabi dicono, mentre Roma tace, che non si può tollerare un Iran con la bomba nucleare. Ma un Israele con bomba nucleare sì, si può tollerare. E tutti quelli che già l’hanno la bomba li tollerano, perché non c’è più rimedio. Calcolano, e i conti non gli tornano: sarebbe troppo pericoloso fare la guerra a chi possiede armi nucleari. Nessuno avrebbe attaccato l’Iraq né l’Afghanistan se essi avessero posseduto bombe atomiche. Se l’Iran la possedesse, nessuno l’attaccherebbe. Tanto meno l’attaccherebbe se temesse che i missili iraniani Shaab 3 distruggerebbero Tel Aviv uccidendo migliaia di isrtaeliani. Ne consegue che la ragione di Israele per attaccare l’Iran è giustamente l’argomento dell’Iran per costruire la bomba nucleare e missili potenti. La ragione la dà il potere. Chi ha la bomba ha il diritto. E non ci vengano a dire che una bomba nelle mani di un Paese democratico è accettabile, mentre non lo è nelle mani di una dittatura. Dipende da chi decide sulla democrazia. Di quale democrazia ci parlano a questo punto il signor Netanyahu e lo stesso signor Obama, per Nobel della Pace che sia? Non gli crediamo. Vogliono potere. I loro interessi sono la loro legge.

Sia chiaro che non ho la minima simpatia per il fanatico e bellicista presidente iraniano Ahmadinejad. Porta il suo Paese alla rovina. Un Paese ammirevole, dalla storia, cultura, lingua, letteratura ammirevoli. Una delle più antiche civiltà del mondo. Lì ha scritto Zoroastro, tremila anni fa, ammirevoli versi di pace. Lì è nato e ha regnato Ciro, il liberatore di tutti i popoli vinti dell’epoca, Israele fra gli altri, prigioniero di Babilonia. A lui si deve il “cilindro di Ciro” (un blocco cilindrico di argilla che contiene un’iscrizione in accadico cuneiforme con il quale Ciro il Grande legittima la propria conquista di Babilonia e cerca di guadagnarsi il favore dei suoi nuovi sudditi, ndt) che alcuni considerano la Prima Dichiarazione dei Diritti Umani e che si può vedere al British Museum (come è arrivato là?). Ciro il persiano, che il profeta Isaia chiama «unto», «Messia» o «Cristo» di Dio, perché Dio è di tutti, tutti siamo in Dio.

Che non venga la guerra. Che non ne vengano più. Che scompaiano le ingiustizie, ma senza guerra. Che nessuno dichiari giusta la sua guerra perché ha il potere di imporre i suoi interessi. Che nessuno menta in nome della giustizia. Che venga la pace ai nostri cuori. Il cuore non mente. Le cime innevate, il cielo argentato, il prato solitario, la mattina silenziosa… Non mentono in questo giorno d’inverno: la pace, non la guerra, è la madre di tutte le cose.

(Adista Contesti, n.8 del 2012, articolo tratto dal quotidiano della provincia basca di Bizkaia Deia (12 febbraio 2012). Titolo originale: “La guerra que viene”)

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