10 novembre 2019, Cultura - Globalizzazione ed Europa

Sul Sinodo per l’Amazzonia

di Vittorio Bellavite

Uno svolgimento positivo

Dopo aver letto il documento finale, altri interventi ed avendo notizie dirette, mi sono convinto che questo è stato un vero Sinodo, piuttosto differente da altri che nel passato si sono dimostrati piuttosto inutili e senza conseguenze. È certo che esso è stato preceduto da una consultazione di base vastissima, si parla di circa novantamila partecipanti agli incontri preparatori. I vescovi sono arrivati a Roma sentendosi portatori di un’autorità venuta da un particolare consenso dal basso. Dall’esterno dell’aula collaboravano altri soggetti, esperti, teologi, tra questi Amerindia, che suggerivano, preparavano interventi ed emendamenti. I circoli minori hanno funzionato preparando un’infinità di emendamenti ai testi elaborati dalla Commissione centrale. La libertà di discussione è stata ampia, papa Francesco sembra che abbia collaborato al meglio. I vescovi provenienti dalle diocesi amazzoniche si sono trovati molto in sintonia tra di loro pur provenendo da territori molto diversi, come testimonia Mauro Castagnaro, giornalista che ha seguito tutto il Sinodo e che appartiene al movimento per la riforma della Chiesa. Il documento finale, a volte farraginoso, con ripetizioni e, al solito, troppo lungo (120 paragrafi), ha però sostanzialmente confermato il testo elaborato precedentemente, il c.d. Instrumentum Laboris che era decisamente avanzato (non a caso aveva ricevuto la contestazione aspra da parte della destra); dopo averlo letto mi ero detto che il sinodo era già fatto! Facendo considerazioni di carattere generale come si può non constatare che questa assemblea, espressione di valori che interessano l’intera umanità, si alza ben al di sopra di un infinito numero di incontri e di dibattiti internazionali, densi soprattutto di interessi e di propaganda? Come si può non constatare la distanza coi traffici e gli imbrogli nella gestione del denaro che proprio in questi giorni coinvolgono ancora il Vaticano?

La situazione

Nella prima parte del testo si fa un’analisi della situazione, che è molto complessa, differenziata, plurietnica. Si parla delle migrazioni interne verso le città e di quelle che arrivano in Amazzonia dall’esterno (i profughi dal Venezuela, per esempio), della difficile condizione delle donne, dei giovani coinvolti spesso in modelli di vita giunti da fuori, soprattutto dell’irrompere ormai da tanto tempo degli interessi predatori che tendono a distruggere e a rapinare (agrobusiness, multinazionali per le materie prime), delle offese all’ambiente che interessano tutta l’umanità, della mala gestione del potere, delle tante diffuse povertà. Si parla poi della cultura coloniale che è stata però seguita e si è poi intrecciata con la presenza dei missionari che dall’Europa hanno cercato di evangelizzare; di essi si ricordano i tanti martiri. Complessivamente il testo si fa portavoce delle tante periferie esistenziali dell’Amazzonia, facendosi eco del magistero di papa Francesco.

Per una Chiesa indigena

Detto ciò, il documento si impegna a fondo per una Chiesa indigena, con i suoi valori, lingue, cosmovisioni, rapporto con l’ambiente e con la Pachamama (la Madre Terra). Mi piace trascrivere il passaggio centrale del testo su questo punto: “Tale comprensione della vita si caratterizza per la connessione e l’armonia di relazioni tra l’acqua, il territorio e la natura, la vita comunitaria e la cultura, Dio e le diverse forze spirituali. Per esse, “buen vivir” significa comprendere la centralità del carattere relazionale trascendente degli esseri umani e della creazione, e suppone un “buen hacer” (ben fare). Questa concezione generale si manifesta nel modo di organizzarsi che parte dalla famiglia e dalla comunità, e che abbraccia un uso responsabile di tutti i beni della creazione”. Quindi la teologia deve essere «indigena», deve avere un “rostro” (faccia) amazzonico, deve raccogliere «i semi della Parola» che sono contenuti nella cultura antica dei popoli, densa di religiosità, deve differenziarsi dai modelli di vita occidentali. Ciò non significa però una chiusura identitaria, l’inculturazione del Vangelo deve comprendere il dialogo ecumenico, interreligioso ed interculturale e ciò differenzia molto questa sensibilità di Chiesa dalle confessioni pentecostali che crescono continuamente in America latina ed anche in Amazzonia. Non significa neanche l’abbandono o la sottovalutazione delle diffuse forme della religiosità popolare. Si danno indicazioni su interventi nell’educazione, nella sanità (i farmaci tradizionali), si ipotizza una “rete di comunicazione ecclesiale panamazzonica”.

Contro il neocolonialismo

Il documento continua con analisi e giudizi sulla situazione ambientale e sociale. Da una parte c’è una forte denuncia (par. 70) del modello “distruttivo ed estrattivista imperante” con parole molto pesanti contro il neocolonialismo, dall’altra si fa proprio, fino in fondo, il percorso che porta a uno sviluppo sostenibile che permetta di salvare la “casa comùn”, si parla di economia circolare, si propone la creazione di un “Fondo mondiale per coprire parte dei costi delle comunità presenti in Amazzonia che promuovono il loro sviluppo integrale ed autosostenibile”. Ed inoltre si propone l’istituzione di un “Observatorio Socio Pastoral Amazónico” e anche un Ufficio a Roma per l’Amazzonia presso il Dicastero dello sviluppo umano integrale, che collabori con le altre strutture di Chiesa già esistenti, la REPAM (Rete Ecclesiale Panamazzonica), il CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano), la CLAR (Conferenza Latinoamericana dei religiosi), la Caritas, le Università cattoliche. Questo ufficio romano non sarà organo di controllo che intralci buone iniziative? Nel paragrafo 82 poi si parla esplicitamente di “peccato ecologico” che è “un’azione od omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente”. È un peccato contro le future generazioni. Di seguito si propone di creare ministeri speciali per la cura della casa comune e l’ecologia integrale a livello parrocchiale ed in ogni giurisdizione ecclesiastica e per tutelare il territorio, le acque e promuovere la Laudato Si’.

Sulle donne si resta fermi

La parte finale del testo è stata la più combattuta. Sulla presenza delle donne si era partiti male. Ancora una volta una presenza esigua (35 non votanti su 184 membri votanti) nonostante le ragionate e pacate assemblee presinodali svoltesi a Roma nei giorni precedenti l’inizio da parte di organizzazioni internazionali di donne come “Voices of the Faith” che chiedevano che potessero votare almeno le rappresentanti dell’organizzazione mondiale delle religiose per rompere il meccanismo di esclusione, che invece è stato ancora una volta praticato. Però, da sicure informazioni che ho avuto, i padri sinodali, a sorpresa, si sono impegnati molto perché il ruolo delle donne fosse formalmente riconosciuto prendendo atto di quello che tutti sanno, cioè che almeno due terzi delle attività delle comunità parrocchiali in Amazzonia sono gestite da donne, dai battesimi, ai matrimoni, alle esequie. Particolarmente attive le poche suore presenti. Dopo aver detto che “la Madre Terra ha un volto femminile” e oltre a tante belle parole di riconoscimento del loro ruolo e di auspicio per loro ruoli decisionali i risultati sono negativi soprattutto, a quanto si può facilmente intuire, per le resistenze della Curia romana. Il diaconato consacrato non è passato. Papa Francesco si è impegnato a riconvocare la vecchia Commissione sul problema che non aveva concluso niente, integrandola. Il testo prevede che le donne possano ricevere i ministeri del Lettorato e dell’Accolitato (ma a cosa servono se già ora sono soprattutto le donne a spiegare il Vangelo?) e che sia istituito il ministero “della donna dirigente della comunità”. È qualcosa di ambiguo. Perché deve essere solo di genere? Che autorità ecclesiale conferisce? Che cosa dà in più rispetto a quello che c’è già ora in modo non codificato? Mi sembra una invenzione per venire incontro alla pressione dei padri ma senza intervenire sul vero problema, quello dei ministeri femminili, che sempre più frequentemente viene auspicato siano estesi fino al presbiterato. In un altro punto del testo (paragrafo 96) si dice che “il vescovo può affidare, con un mandato a tempo, a causa della scarsità del clero, l’esercizio della cura pastorale della comunità a una persona non investita del carattere sacerdotale che sia membro della comunità stessa”. In questo caso non si fa una questione di genere. Mi pare che ci sia una certa confusione in queste proposte. Necessitano di una maggiore riflessione e specificazione.

Sì ai viri probati

Invece la proposta dei viri probati è passata ma per pochissimo ed è stata quella su cui si sono soffermati tutti i media trascurando il messaggio sociale e politico del Sinodo. Il quorum necessario per l’approvazione era quello dei due terzi del Sinodo, cioè 124 voti. La proposta è stata approvata con 128 voti e 41 contrari. Ciò significa che non avrà vita facile se i vescovi che l’hanno proposta non si impegneranno a fondo. Essa prevede che il vir probatus debba seguire un corso di formazione, debba prima essere ordinato diacono e che sia espressione della comunità in cui vive; per fortuna non è previsto che sia anziano. Inoltre, naturalmente, deve essere l’“autorità competente” a dare il nulla osta. A logica questo benestare dovrebbe essere del vescovo (appunto “autorità competente”) ma l’espressione ambigua potrebbe essere usata dalla Curia, fortemente ostile, per cercare di frenare, dopo che avrà cercato di premere per un no di papa Francesco, che però, allo stato attuale delle cose, è ben difficile che non dia il via libera.

Le altre proposte

Ci sono altre proposte concrete uscite dal Sinodo, dall’istituzione di una Università Cattolica Amazzonica, a un Organismo Ecclesiale Regionale Postsinodale che promuova la solidarietà tra le Chiese e che segua l’attuazione delle decisioni del Sinodo fino a un Fondo che supporti l’Evangelizzazione. Si ipotizza la riduzione delle aree delle circoscrizioni ecclesiastiche, si auspica che le agenzie internazionali di cooperazione cattolica appoggino di più, oltre ai progetti sociali, le attività di evangelizzazione. La linea portante che percorre queste proposte è quella di praticare la sinodalità che è un’altra delle idee forza del documento conclusivo. Probabilmente l’esperienza del Sinodo, che è stato dialogante e arricchente, a quanto molti hanno affermato, ha facilitato la riflessione su forme nuove di collaborazione tra le diverse realtà ecclesiali che sono ora abbastanza separate tra di loro, anche per motivi oggettivi (si pensi alle distanze ed alle grandi diversità di realtà socioculturali). Molte discussioni ha richiesto la proposta di un rito amazzonico per adottare la liturgia alla sensibilità, alla cultura, e alla religiosità proprie dei popoli indigeni. Con 29 voti contrari è passata l’idea di una Commissione per studiare, sulla base degli usi e dei costumi dei popoli ancestrali un rito che esprima il patrimonio liturgico, teologico e spirituale amazzonico. Alcuni avrebbero voluto che fossero allentati solo i rigidi vincoli attuali in modo che ogni realtà fosse libera di esprimersi più liberamente nella liturgia, a partire dalle tante diversità dei tanti popoli/comunità che a centinaia sono presenti in Amazzonia.

Quale bilancio?

La REPAM, in un suo testo, si dice preoccupata soprattutto della fase postsinodale. Essa dice “Es tiempo de cambiar”, ma si rende conto delle possibili resistenze per i cambiamenti all’interno della Chiesa. Il Concilio Vaticano II, terminata la fase profondamente riformatrice, fu congelato. Non deve succedere con questo Sinodo. I padri sinodali sono coscienti di quanto esso abbia un significato ed una importanza che va ben aldilà della Chiesa amazzonica e che, in questa fase con i conservatori all’attacco, l’accusa di attentare alla dottrina e a tanto altro ha finalità generali di contestazione del pontificato. Soprattutto il Sinodo Amazzonico ha importanza per quello della Chiesa tedesca che inizierà il primo dicembre. Comunque resta il fatto che la linea di questo sinodo, ben più di quella di tanti altri episcopati, condivide il magistero di Francesco sulla pace, l’ambiente, le disuguaglianze e che ragiona in termini di ecologia integrale.

(“Noi siamo Chiesa”, 28 ottobre 2019)

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