26 luglio 2014, Globalizzazione ed Europa

Roma-Berlino, la trappola antropologica

di Gian Enrico Rusconi

Prepariamoci ad una possibile turbolenza tra Germania e Italia. Ci sono tutte le premesse. Ma la peggiore sarebbe quella di attingere al collaudato armamentario dei reciproci giudizi e pregiudizi. Magari con la retorica della «memoria storica» – quella lunga, più che centenaria (per rimanere soltanto alla storia dei nostri Stati nazionali) o a quella più recente della costruzione europea.
La cosa peggiore è ricorrere all’antropologia da strapazzo, camuffata da «psicologia dei popoli», che parla genericamente «degli italiani» e «dei tedeschi». E’ tempo di cambiare stile e modo di argomentare. Scambio di ragioni, senza malcelati sospetti, senza risentite accuse di reciproci inadempimenti.

Domenica scorsa, su questo giornale, abbiamo criticato un noto giornalista tedesco per l’infelice titolo di un suo commento «Il tradimento dell’Italia» (Faz). Era basato sull’assunto che «l’Italia riceve aiuti immediati contro vaghe promesse, e la Germania ha motivo di sentirsi raggirata». E’ forse questo ciò che teme il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, con il suo commento ironico al discorso di Matteo Renzi?
Ma tre giorni fa, su un altro grande quotidiano tedesco (SZ), è uscito un articolo significativamente di segno opposto: «Renaissance dell’Italia». Ecco l’altra faccia del tedesco – in benevola attesa per le straordinarie risorse latenti dell’Italia.
Adesso però tutti aspettiamo i fatti. Fatalmente tutto sembra legato al fenomeno Renzi. Non tanto e non solo alla sua persona ma al mutamento politico che sta promuovendo.

Per contrasto – quasi per provocazione – voglio ricordare qui l’esperienza di Mario Monti, oggi rimossa e disapprovata. Contiene quasi tutti gli ingredienti di altre esperienze storiche tra governo italiano e governo tedesco: iniziale simpatetica convergenza di intenti con la Germania, adesione alle sue posizioni virtualmente egemoniche, poi graduale affermazione di prospettive e propositi diversi se non alternativi, che portano i tedeschi a sospettare una fraudolenta rottura italiana degli accordi presi.
Monti, il premier inizialmente salutato con entusiasmo e gratificato in Germania dall’epiteto di «tedesco» (in sottile antagonismo con «l’italiano» Mario Draghi) portava in sé l’anomalia istituzionale del governo «tecnico», sotto la forma del «governo del Presidente». Ma essa era stata accolta con assoluta benevolenza in Germania perché il programma enunciato e in parte realizzato era in sintonia con la linea tedesca. Quando Monti però ha tentato di modificare la rotta, chiedendo alla Germania «maggiore elasticità» in tema di patto fiscale, di stabilità finanziaria e riforma bancaria, ha subito incontrato l’ostilità tedesca.

Trascuro qui la catastrofica scelta politica interna di Monti – di cui per altro i tedeschi non avevano percezione. Mi limito a constatare che contro di lui è scattata la sindrome tedesca della slealtà, l’accusa della incapacità congenita degli italiani di mantenere i patti. Una presunta lettura antropologica ha preso il posto dell’analisi politica. Non c’è stata nessuna seria analisi se la politica di Monti, al di là del suo stile tecnocratico e della sua «strana maggioranza», fosse quella più adatta per un’Italia economicamente stremata. La crescente alienazione della popolazione dalla politica (che alle elezioni si tradurrà in cifre elevatissime di astensione), il fenomeno in crescita esponenziale del grillismo, la persistenza del berlusconismo e quindi il flop elettorale di Monti, vengono letti in Germania come conferma della cronica instabilità italiana. Quindi come antropologica inaffidabilità degli italiani. Non come segni di colossali problemi oggettivi da affrontare con un nuovo approccio razionale ed economico.

Poi inatteso arriva il fenomeno Renzi – l’altra faccia della «sorprendente Italia». Ma non è un miracolo all’italiana, bensì una scelta arrischiata a suo modo razionale. Ricomincia il gioco. Angela Merkel sfoggia la sua benevola simpatia per il giovane premier italiano che dichiara la Germania non un nemico da battere ma un modello da imitare. Ma la cautela politica è d’obbligo e la cancelliera è maestra in questo. Nessuno sa ancora come andrà a finire.
Per noi rimane un punto importante: smettiamola con gli stereotipi su italiani e tedeschi. E’ ora che le classi politiche invece di baloccarsi con i luoghi comuni reciproci, imparino a conoscersi e a parlarsi più seriamente.

(“La Stampa”, 5 luglio 2014)

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