6 luglio 2014, Globalizzazione ed Europa - In evidenza

Rifondiamo dal basso quest’Europa delle élite

di Ulrich Beck

L’Europa è un moving target ; l’Europa come tale non esiste. C’è soltanto un processo di europeizzazione. Gli stranieri diventano indigeni, nascono nuove istituzioni politiche, altre mutano. Le elezioni europee lo hanno di nuovo dimostrato, in modo sorprendente. Sono stati soprattutto i socialdemocratici a tentare di democratizzare le elezioni europee con l’indicazione di candidati di punta per la carica di presidente della Commissione europea. In questo modo questa carica ottiene una ben diversa legittimazione e rilevanza. Ciò incontra l’opposizione nel Consiglio dei capi di governo eletti democraticamente, il cui spazio di negoziazione viene in tal modo limitato. Non solo: le loro scelte in materia di presidenza della Commissione si rivelano non trasparenti e non democratiche. Perciò, assistiamo a un conflitto tra due democrazie — cioè tra la democrazia a livello europeo e la democrazia a livello nazionale. È in gioco il potere del Parlamento europeo e dei capi di governo. Nessuno lo aveva messo in conto. Ora questo balzo in avanti nella democratizzazione deve essere completato. Per la nomina alla presidenza della Commissione europea non c’è alternativa al candidato eletto Jean-Claude Juncker. Se i capi di governo proponessero qualcun altro che non è stato eletto, sarebbe un attentato alla democrazia in Europa.
Se così fosse, in futuro quasi nessuno andrebbe più a votare. E questo significa anche che il Consiglio europeo, compresa Angela Merkel, deve depotenziarsi parecchio. Più precisamente, deve depotenziarsi appunto con l’elezione di Juncker. Questa spinta verso la democratizzazione, che equivale a un passo in avanti verso l’europeizzazione, non era stata prevista. È questa la sorpresa di queste elezioni. Benché l’esito del voto sia stato interpretato da molti come un successo degli antieuropei, si è improvvisamente aperta una finestra per un significativo “di più” di democrazia nell’Unione Europea. Hegel la chiamava “astuzia della ragione”.
Tuttavia, per molti l’Unione Europea rimane pur sempre un progetto elitario. Abbiamo, sì, cittadini nazionali, nati e socializzati come tali. Ma non abbiamo cittadini europei. L’Europa esiste soltanto sulla carta, in parte nell’esperienza di singoli gruppi. L’Europa dall’alto non basta, dobbiamo creare un’Europa dal basso, un’Europa dei cittadini.
La crescita del gruppo degli euroscettici e degli euroantagonisti nel Parlamento europeo impone di procedere in questa direzione. Il grande gruppo dei partiti amici dell’Europa deve continuamente porsi la domanda — da intendere come un monito e una sfida permanente: Come dobbiamo rapportarci ai cittadini? Come possiamo fare in modo che il singolo individuo comprenda cosa significa per lui l’Europa e si accorga che la sua posizione migliora grazie alla partecipazione al processo europeo? Quello che i cittadini chiedono è più libertà, più sicurezza sociale, più democrazia concreta: non solo gli Stati Uniti d’Europa, ma anche le città unite d’Europa.
In conseguenza della crisi dell’euro ci sono diverse classi di europei — i privilegiati dei Paesi donatori, in particolare i tedeschi, e i cittadini di seconda classe dei Paesi in declino del Sud. Il potere nell’Unione Europea è suddiviso in modo corrispondente. La Germania domina. Questa dinamica è stata determinante nel provocare la disillusione nei confronti dell’Ue. Anche in Francia. E senza la Francia l’Europa crolla. È una grande preoccupazione. L’idea d’Europa è sempre stata quella di equilibrare gli squilibri di potere e di consentire a ciascuno la medesima opportunità di partecipazione. Il compito più importante dei prossimi anni sarà quello di rinnovare in modo credibile questa visione.
Come si spiega la grande comprensione dell’Europa occidentale per Putin, che porta avanti una politica quasi sciovinistica? C’è un nuovo contrasto tra una concezione etnica della nazione e una cosmopolitica. Il pensiero territoriale, etnico ha una lunga tradizione. Si sente sfidato dall’europeizzazione. Per questo nella crisi dell’Ucraina la critica si rivolge contro l’Unione Europea, alla quale viene rimproverato di mettere in questione le aspirazioni territoriali della Russia. A ciò si aggiunge la paura di un conflitto militare e delle conseguenze economiche delle sanzioni contro la leadership moscovita. Alcuni temono che tali conseguenze — com’è accaduto con la crisi dell’euro — colpiscano proprio loro. E tutto questo si mescola in modo pericoloso.
Un’Europa che si concepisce come un progetto di pace non può difendersi militarmente dall’aggressione russa. Giusto. Ma ha altri mezzi. Nei contrasti geopolitici oggi non sono più in gioco in primo luogo aspirazioni territoriali, ma la partecipazione alle relazioni economiche internazionali e alle organizzazioni e istituzioni internazionali. È una necessità vitale a spingere le nazioni alla cooperazione e quindi al riconoscimento dei diritti degli altri nello stesso interesse nazionale. Perciò l’Europa e l’Occidente nel suo complesso possono benissimo colpire la Russia con le loro sanzioni. La concezione cosmopolitica delle nazioni può forse fallire a breve termine di fronte ai mezzi militari, ma a medio termine si dimostrerà più efficace dell’impiego delle armi. Nello stesso tempo assistiamo a un dibattito intellettuale sulla giusta forma di democrazia e di dominio statale, come un conflitto tra le due forme di modernità. Anche qui c’è bisogno dell’Europa come contromodello rispetto al dominio autoritario di Putin.
L’Unione Europea si trova dunque ad un bivio, sotto un duplice profilo. Da un lato, riguardo alla sua ulteriore evoluzione. Dall’altro, riguardo a come affronterà la sfida di questa forma autoritaria di modernità. Ciò dipenderà anche da come verranno ripartite tra i diversi Paesi e tra i singoli cittadini le conseguenze delle sanzioni economiche. La questione sarà se — come nella crisi dell’euro — ogni Paese dovrà
arrangiarsi per conto suo, oppure ci sarà una ripartizione degli oneri all’insegna della solidarietà europea, ad esempio nel caso in cui fossero a rischio i rifornimenti di gas dalla Russia. In questo caso Putin, contro le proprie aspettative, potrebbe addirittura provocare una più forte europeizzazione. Lo si può osservare anche nella reazione della Gran Bretagna, che di colpo, in conseguenza del conflitto con la Russia, realizza di avere in comune con l’Unione Europea ben più di quanto finora non si fosse voluto riconoscere.
Tuttavia, il tentativo britannico di minacciare la fuoriuscita dall’Unione Europea per impedire l’elezione di Juncker è molto ambivalente per il premier Cameron. Cosa significa, propriamente, “fuoriuscita dall’Unione Europea”? Questa domanda mira al tallone d’Achille degli antieuropei. Fuoriuscita non può certamente significare che la Gran Bretagna esce dal mercato europeo. Ciò comporterebbe un danno enorme per l’economia britannica. Dunque, si vuole continuare a godere dei vantaggi del mercato comune e possibilmente contribuire come membro associato alle decisioni di Bruxelles, senza però condividere le conseguenze democratiche. Questo conflitto deve essere risolto all’interno dell’Europa e in Gran Bretagna. Come professore a Londra ascolto le discussioni che vi si svolgono. Sono convinto che, se si votasse, alla fine una netta maggioranza degli inglesi sceglierebbe la permanenza nell’Unione Europea. Perché allora diventerebbe chiaro quanto fortemente la Gran Bretagna è legata al continente e trae profitto da ciò. Ma una fuoriuscita britannica dall’Unione Europea sarebbe anche un colpo per gli americani, che tramite i loro alleati speciali esercitano un’influenza sull’Ue. Una Gran Bretagna che non fosse più membro dell’Unione Europea perderebbe importanza per gli Stati Uniti.

(“La Repubblica”, 11 giugno 2014)
(tr.it. di Carlo Sandrelli)

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