27 novembre 2011, Cultura - Globalizzazione ed Europa

Religione, pluralismo e pace

incontro di religionidi Commissione Teologica Internazionale della Eatwot

Negli ultimi tempi, la società umana si è “mondializzata”, raggiungendo per la prima volta un notevole grado di unificazione a livello planetario, che abbraccia gran parte delle grandi società umane. E ogni società locale, per un processo di moltiplicazione di comunicazioni e di migrazioni, si è andata compenetrando con le altre, con la conseguente nascita di società internamente plurali, tanto in ambito culturale quanto in quello religioso. Mai prima d’ora gli esseri umani avevano avuto tante possibilità di convivere con diversità culturali che finora erano vissute a livello ancestrale isolate ciascuna nel proprio ambito esclusivo. Le società tradizionalmente mono-culturali e mono-religiose sono scomparse, irreversibilmente. Una nuova caratteristica dominante delle società umane attuali è quella della loro pluralità, culturale e religiosa.

Ma questa pluralità non si lascia sperimentare senza conflitto. Sono note le acute tensioni interculturali che si vivono in varie regioni del mondo, come è noto il cosiddetto “scontro di civiltà”, situazione di cui solo ultimamente siamo diventati coscienti a livello planetario, e di cui non si può ignorare la dimensione religiosa. I conflitti religiosi, le “guerre di religione”, sono di lunga data nella nostra storia umana. Ma oggi tutta la conflittualità interculturale e interreligiosa è vissuta non solo tra grandi blocchi di civiltà, ma anche all’interno della micro-convivenza sociale, nelle città, nei quartieri, nelle comunità, persino nelle famiglie.

D’altro lato, e forse in parte come effetto di questa lunga esperienza storica di conflittualità religiosa, grandi settori della società moderna si sono aperti a una nuova coscienza, di tipo pluralista, che diffida della possibilità che una cultura o una religione rivendichi per sé l’esistenza di alcuni valori unici, assoluti, validi e obbligatori per tutta l’umanità; una nuova mentalità che opta con convinzione per la pluralità, per la validità positiva ma relativa di tutte le realizzazioni culturali e religiose dell’umanità. Si può dire che, in qualche misura, questa nuova mentalità faccia già parte della coscienza umana mondiale, segnando una tendenza crescente e irreversibile. È un nuovo segno dei tempi, che pone fine a tutta un’epoca dell’umanità in cui era possibile che i popoli concepissero la globalità della realtà sulla base dei propri particolari valori, immaginati come unici, assoluti e universali.

LE RELIGIONI VENGONO DA UN MONDO SINGOLARE E TOTALIZZANTE

In effetti, le religioni che oggi conosciamo sono sorte e si sono consolidate in quell’epoca pre-pluralista che secondo noi sta finendo. Sono sorte in ambiti culturali diversi e, malgrado i grandi viaggiatori, le correnti migratorie e gli scambi che non hanno mai smesso di esistere (e che spiegano come di fatto le religioni siano per la maggior parte sincretiche, anche senza saperlo), per molto tempo, nel corso dei millenni, sono di fatto vissute isolate, coprendo in solitario tutto il loro mondo culturale regionale. Hanno elaborato il loro patrimonio simbolico a partire da un quadro epistemologico, a partire cioè da una forma di conoscenza, che permetteva di riconoscere alla propria verità locale i valori di assolutezza e di unicità, trasformandola quindi in una Verità universale, valida per tutto il mondo e per tutti i tempi. Alcune delle religioni si sono impegnate più in una ricerca dottrinale e anche dogmatica, ponendo spesso l’accento più sulla “spiegazione” teorica che sull’esperienza spirituale; altre si sono incamminate preferibilmente per i sentieri dell’esperienza mistica, in maniera più tollerante e senza preoccupazioni dogmatiche. Per quanto la spiritualità sia stata sempre presente, in realizzazioni molto diverse, converrebbe rivedere la sua presenza e riprenderla come asse centrale della religione, più in là delle spiegazioni teoriche dogmatizzanti, che sempre isolano, dividono e contrappongono.

Nel quadro di quella epistemologia proveniente dai tempi dell’isolamento delle religioni, le più dottrinali si sono trasformate in religioni totalizzanti, in sistemi di pensiero che costituivano la base unica, totale e indiscutibile di conoscenza, e a cui – secondo l’esigenza ufficiale – si doveva adesione cieca e indubitabile. Ancora oggi molti degli aderenti a queste religioni, e le società stesse che le abbracciano, vivono all’interno di un pensiero religiocentrico al di fuori del quale non possono dialogare con altre verità. Solo la loro religione è “la Verità” e a margine di essa non possono riconoscere l’esistenza di altre “verità”, al plurale.

Questa configurazione epistemologica ha condotto storicamente ai conflitti religiosi e culturali, rendendo molto difficili il dialogo religioso e l’adozione di una coscienza pluralista da parte delle religioni e dei loro membri più aperti. Fino ad oggi, non poche religioni diffidano dell’attuale situazione di pluralismo, temono il dialogo interreligioso, o lo considerano in fondo impraticabile, ammettendolo solo in forma ridotta, come un dialogo interculturale utile per la convivenza sociale, ma che non può toccare in nulla le loro convinzioni religiose. Queste difficoltà non si riscontrano solo tra le religioni, ma anche al loro stesso interno, tra correnti, famiglie spirituali e tendenze ideologiche diverse, tra maggioranze e minoranze… e in tutto ciò influiscono le questioni etniche e culturali, le egemonie politiche, gli interessi economici…

Queste difficoltà investono – in modo e in grado diversi – le principali religioni mondiali, e questa situazione di conflitti e di mancanza di dialogo religioso a livello mondiale si traduce molto negativamente in autoisolamento, rivalità e proselitismo, e, soprattutto, in mancanza di cooperazione per il Bene Comune dell’Umanità e del Pianeta, il che, certamente, in questa ora nuova di emergenza ecologica che attraversiamo in questo inizio del XXI secolo, mostra quanto sia drammatico che delle forze vive dell’Umanità come sono le religioni abdichino di fatto ai loro principali doveri verso di essa.

Per uscire da questa situazione, per diventare capaci di dialogare e di unire forze e missioni al servizio dell’Umanità e del Pianeta, le religioni hanno bisogno di affrontare questo problema epistemologico che le inabilita a dialogare e ad assumere la coscienza pluralista moderna. Finché non muoveranno questo passo, non potremo contare sulle religioni per quello che devono essere: fermento, incoraggiamento, spinta e guida nel progresso della co-scienza dell’umanità.

AMPLIANDO LA PROSPETTIVA EPISTEMOLOGICA DELLE RELIGIONI

Una forza singolare di speranza è rappresentata in questa situazione dai teologi e dalle teologhe e dalle tante persone religiose che da tempo cercano di aiutare a superare queste difficoltà, dialogando tra loro e anche dialogando all’interno di se stessi. Come membri dell’attuale società abbiamo fatto nostra, in modo quasi impercettibile per quanto faticoso e laborioso, la loro coscienza pluralista, frutto della prospettiva storica accumulata nel corso del tempo nelle loro esperienze positive e negative rispetto alle religioni.

Epistemologicamente, cioè in relazione alla forma di conoscenza, molte persone e comunità sono già riuscite a liberarsi dal religiocentrismo spontaneo in cui praticamente tutti noi siamo stati configurati dalle nostre rispettive religioni. Il mondo è vasto, e la storia viene da molto lontano, ma conosciamo sempre meglio le religioni, la loro comparsa, i loro meccanismi di funzionamento, il loro accesso alla verità e la loro gestione della stessa (la loro epistemologia), come pure i limiti conosciuti di cui possono soffrire.

Questa conoscenza sempre più estesa delle religioni permette a ciascuno di noi di porre la nostra in un contesto più ampio e più profondo: così contemplate, vediamo che le religioni sono risposte diverse al Mistero di fronte a cui si situa l’esistenza umana, che batte in ogni cuore umano e che lotta per essere accolto e venerato, espresso e coltivato.

La quasi infinita varietà di espressioni religiose (credenze, miti, riti, dottrine, espressioni mistiche…) che l’umanità ha prodotto nel corso della sua storia e che mai avevamo conosciuto in maniera così estesa e profonda come oggi ci sorprende e ci riempie al tempo stesso di un senso di annichilimento, di ammirazione riverente e di umile piccolezza. È una ricchezza inestimabile quella che abbiamo ricevuto in eredità, ed appartiene tutta intera a tutti gli esseri umani; è, cioè, a nostra disposizione, senza limiti. Le religioni, presenti e passate, sono tutte patrimonio indivisibile dell’Umanità: sono nostre, tue, mie, di ogni persona che viene al mondo, che ha il diritto di arricchirsi con la loro saggezza ancestrale e le loro risorse morali e spirituali.

La nostra identità religiosa, configurata dalla religione in cui siamo stati educati, viene così inquadrata e rafforzata con questo ampliamento della conoscenza religiosa reso possibile solo alla nostra generazione: dai nostri antenati ai nostri nonni, nessuno ha mai potuto sperimentare l’ampiezza della conoscenza religiosa di cui godiamo noi oggi. Siamo fortunati a poter conoscere e anche assaporare tutta questa ricchezza religiosa che ha configurato gli esseri umani, i loro popoli e le loro società, elevandoli al di sopra di se stessi verso la loro realizzazione più alta.

ABBIAMO SUPERATO L’ESCLUSIVISMO

Per millenni, con più o meno radicalità, le religioni hanno creduto in maggioranza di essere il centro del mondo e che la loro interpretazione fosse quella corretta, fosse la Verità, arrogandosi in non pochi casi il privilegio di esserne la realizzazione unica, “esclusivamente noi”. Non possiamo dimenticare il fatto evidente che durante molte epoche della storia questo “esclusivismo” (questo pensare che “esclu-sivamente noi abbiamo la verità”) sia servito per accreditarci come salvatori degli altri popoli, il che ha giustificato imposizioni religiose e, con esse, imposizioni anche culturali, linguistiche, politiche, oltre alla legittimazione di conquiste, sottomissioni, schiavitù, assoggettamento di culture… La “visione” religiosa di quei nostri predecessori, la loro visione o teologia esclusivista, è stata la respon-sabile di quelle condotte arroganti, egocentriche, sprezzanti e oppressive nei confronti degli altri. E non è stato l’errore solo di un’epoca, né di una corrente minoritaria, e neppure è stata un’opinione teologica laterale o secondaria, ma si è trattato di una dottrina proclamata solennemente, in modo sostenuto nel tempo, e per la quale si sono commesse delle vere atrocità.

Per quanto, purtroppo, in non pochi luoghi del mondo si perpetui ancora oggi questa visione, attualmente siamo molti a vedere chiaramente come quell’esclusivismo religioso sia stato un miraggio, un effetto ottico, un modo sbagliato di vedere. Ad esso prestavano fede le religioni, senza fare analizzare troppo l’influsso dei nostri interessi egoisti sulla gestazione delle nostre stesse visioni teologiche…

Oggi ci sembra di vedere con chiarezza il carattere limitato, condizionato e a volte inconsciamente malintenzionato delle nostre elaborazioni teoriche, anche in campo religioso. Il che esige da noi una maggiore vigilanza critica nella elaborazione della nostra visione teologica, e una decisa volontà di rivedere, a questa altezza della storia, tutte le dottrine e le visioni che comportano conseguenze negative, perché un albero buono non può produrre frutti cattivi: se da una visione teologica derivano conseguenze negative o immorali – come è stato ed è il caso dell’esclusivismo nella storia e nel presente -, questa dottrina o teologia deve essere riconsiderata e rivista.

ACCEDIAMO A UNA VISIONE PLURALISTA DELLE RELIGIONI

Riconosciamo che la causa principale di tutta questa trasformazione del nostro modo di vedere, di vivere e di sentire la religione radica nella stessa trasformazione della società umana, che ha ampliato la sua conoscenza, passando ad avere delle religioni un’esperienza molto più ampia e molto diversa da quella avuta dai nostri antenati. Siamo in un’altra epoca. L’essere umano conosce in un’altra maniera. Non possiamo essere religiosi nello stesso modo. Abbiamo avuto accesso a una coscienza planetaria, che, per la sua mondializzazione, rompe gli etnocentrismi e assume l’evidenza dell’illusorietà delle pretese o rivendicazioni particolari di privilegio, di superiorità o di assolutezza. Questo nuovo essere umano di oggi a cui ci riferiamo può essere religioso solo essendo pluralista, sebbene molte persone continuino ancora ad esserlo secondo gli antichi parametri tradizionali.

Siamo membri di questa società nuova, con questa epistemologia diversa, con questa cultura pluralista, e non possiamo vivere la nostra religiosità se non all’interno di questa epistemologia. Né noi, né i nostri contemporanei più coscienti – soprattutto i giovani -, possiamo pensare o condividere una visione teologica elaborata su parametri oltrepassati, che stanno diventando obsoleti. La nostra esperienza religiosa può esprimersi solo all’interno dei nostri modi di pensare, sulla base dell’epistemologia attuale – non di un’altra già scomparsa -, e all’interno della nostra nuova visione pluralista.

Oggi ci sembra ovvio che, in quanto risposte umane al Mistero dell’esistenza, tutte le religioni meritano una valutazione positiva per principio. No, le religioni non sono uguali, non dicono la stessa cosa; sono molto diverse e dicono cose molto diverse; ma globalmente tutte sono meraviglie da ammirare che il Mistero ha suscitato con la sua presenza nello spessore culturale concreto di ciascuno dei nostri popoli. Per principio, tutte le religioni meritano il massimo rispetto, la venerazione tremante di fronte al lampo della Divinità che in ciascuna di esse si riflette. Tutte sono cammini di verità, strumenti di Dio e al tempo stesso realizzazioni umane piene di ispirazione e di creatività. Crediamo, per principio, che dobbiamo concedere alle altre religioni, alle religioni degli altri, la stessa pretesa di legittimità, di dignità e di sincerità che riven-dichiamo per la nostra. Tutto ciò, tuttavia, non nega la realtà del fatto che, in quanto risposte umane, collocate in una cultura e in condizioni concrete, hanno anche dei limiti e possono essere utilizzate per fini che contraddicono la loro stessa natura.

Di più: non è solo alle religioni che concediamo in anticipo questa considerazione e questo rispetto, ma anche alla miscredenza, alla mancanza di religione, alle opzioni pluri-inter-spirituali, come pure alla spiritualità laica. Sono tutte ugualmente spirituali, degne e legittime, tutte realizzano e salvano l’esistenza umana.

È una visione pluralista, che accetta sinceramente, e con tutte le sue conseguenze, la biodiversità religiosa, la ierodiversità, in cui, come nella biodiversità naturale, nessuna forma esaurisce la realtà né detiene il monopolio della Vita. Nessuna religione, nessuna posizione religiosa o opzione spirituale ha il monopolio della relazione dell’essere umano con l’Assoluto; tutte lo cercano, e probabilmente tutte lo incontrano, a loro modo e misura, e nessuna lo esaurisce o lo monopolizza.

In un linguaggio teista diremmo che Dio, il Dio sempre maggiore, è più grande di quello che pensavamo… Lo avevamo trasformato nel “nostro Dio”, quello del nostro popolo, della nostra razza, della nostra cultura, dei nostri interessi, della nostra verità unica… Oggi, prima con sorpresa e poi con allegria, abbiamo scoperto che noi non siamo gli unici, né solo noi siamo il popolo eletto per salvare il resto dell’umanità… ma che tutti i popoli lo sono. Dio non ha abbandonato alcun popolo, né ha lasciato alcun settore dell’Umanità in situazione gravemente deficitaria di salvezza… Ci liberiamo così di un equivoco che ci ha fatto cadere in un complesso di superiorità, in una visione infantile e immatura, che solo oggi, a quest’altezza della storia, possiamo superare, con grande gioia.

SFIDE DEL PLURALISMO PER LE RELIGIONI

Ma sappiamo che non è facile cambiare visione, realizzare questa trasformazione della nostra mentalità, adottando la nuova coscienza planetaria e pluralista delle nostre società odierne. Molte persone, settori interi dell’Umanità, permangono nella vecchia coscienza, o tengono separato il proprio modo di conoscere: pluralista e planetario per le realtà quotidiane, e tradizionale ed esclusivista nella sfera religiosa. Da parte loro, le istituzioni religiose e le loro gerarchie, e quanti lavorano con esse, si sentono fortemente condizionati dagli interessi che ogni istituzione tiene, come conferma la sociologia. L’ufficialità religiosa non è un buon luogo per riflettere liberamente e sinceramente. Come probabilmente ha voluto dire anche Gesù, “solo la libertà ci farà liberi”: solo quando ci libereremo dalla paura del cambiamento, dal timore del nuovo, dai legami dell’obsoleto, dagli interessi istituzionali e anche economici… solo allora potremo riconoscere la verità, la nostra e l’altrui, tutta la Verità, alla quale l’Umanità cerca di accedere faticosamente per i molti cammini di Dio… Sono i membri di base delle diverse religioni, i liberi pensatori, il popolo credente a dover esigere dalle proprie gerarchie questa trasformazione, organizzando anche autonomamente, se fosse necessario, il dialogo e la cooperazione tra le religioni.

Sappiamo anche che influisce negativamente una certa “delusione” che può accompagnarci nell’abbandonare la visione tradizionale da cui proveniamo, in cui ci è stato insegnato – e per molto tempo lo abbiamo sinceramente pensato – che la nostra religione occupava il centro dello spettro religioso, o tutto il campo, perché le altre religioni non erano se non surrogati o partecipazioni della nostra… Molti, nelle diverse religioni, possono provare inizialmente delusione nel considerare che la propria religione è una religione particolare, forzata dai fatti a convivere, a inten-dersi e a collaborare con le altre religioni della storia… Ma chi guardi con minuziosa attenzione e con occhi nuovi potrà scoprire una nuova visione della realtà, molto diversa, più logica, meno elitaria, più giusta e fraterna. Il che non è deludente, ma entusiasmante.

La sfida principale radica nella trasformazione profonda di elementi fondamentali della nostra visione tradizionale che non si inquadrano più nella nuova coscienza planetaria, né risultano in sé intellegibili. Come abbiamo detto, le religioni hanno prodotto tutto il loro patrimonio simbolico nel tempo della precedente epistemologia, e portano questa impronta in tutte le loro elaborazioni: i loro simboli, i loro miti, i loro riti, la loro teologia… Di modo che, per adattarsi ad un credente in sintonia con la mentalità planetaria pluralista della nostra società, la maggior parte di questi elementi deve essere riformulata, persino ricreata, all’interno del quadro del nuovo paradigma epistemologico pluralista.

È necessario comprendere in modo nuovo realtà come la rivelazione, l’elezione, la missione, la salvezza, ecc.. Le religioni che ufficialmente sono ancora collocate nell’ambito dell’esclusivismo – o nella sua forma soave, il cosiddetto “inclusivismo”-, devono rileggere se stesse pluralisticamente, rielaborare la propria autocomprensione a partire da questa nuova prospettiva. E solo quando avranno realizzato questa autotrasformazione interna, questo “intra-dialogo” o dialogo con se stesse, solo allora saranno capaci di dialogare inter-religiosamente con le altre religioni, in condizione di intendere se stesse come religioni sorelle chiamate a collaborare nella stessa missione, non la loro missione, ma la missio Dei, la missione che Dio stesso voleva vederci realizzare nei confronti del Cosmo e della sua Umanità.

La nostra nuova “visione”, includendo in essa quello che tradizionalmente abbiamo chiamato “teologia”, dovrà essere una visione o teologia pluralista, in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi rami. È un compito tutto da svolgere, necessario affinché il grosso delle nostre popolazioni religiose cambi visione e possa adottare una posizione non esclusivista di fronte ai problemi dell’Umanità e del Pianeta, diversa dalla posizione tradizionale ancora attuale di rivalità e di divisione. Finora le religioni, in maggioranza, hanno diviso e ancora dividono l’umanità; abbiamo bisogno di una nuova visione, pluralista, che faccia sì che le religioni uniscano l’Umanità invece di dividerla, una visione che realizzi il miracolo di convertirle in collaboratrici entusiaste nella ricerca del Bene Comune Universale.

Come abbiamo già detto, con l’accesso a questa nuova tappa planetaria e pluralista, l’essere umano è cambiato, è diverso, intende se stesso in altro modo, conosce e pensa in altra maniera, e la sua stessa religiosità ancestrale è cambiata, e continua a trasformarsi: non saranno più possibili le religioni che non vogliano adattarsi a questa trasformazione, o quelle che preferiscano morire nella fedele ripetizione dei loro principi già superati, né quelle che vogliano continuare ad imporre il tipo di religione che esse sono state nei millenni passati. Solo quelle che abbiano abbastanza umiltà da accettare le esigenze di questa rinuncia continueranno ad essere utili all’essere umano e a sopravvivere.

Ciononostante, vi sono luoghi e regioni in cui queste posizioni pluraliste sono già fondamentalmente assimilate, almeno in modo pratico, e i problemi si situano piuttosto nella prospettiva della laicità, post-religiosa, nella ricerca di collaborazione non più tra le religioni ma tra tutti i gruppi e i movimenti umani, al di là della loro religione, in una prospettiva anche post-religiosa. È una situazione nuova che merita una sua riflessione, a parte.

(“Adista documenti”, n.2 del 2011)

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