11 agosto 2010, Globalizzazione ed Europa

Quei medici «colpevoli» di amare. Uccisi per ribadire il potere dell’odio

di Andrea Riccardi

Non è facile dire come si vedono gli «altri» dall’ Afghanistan profondo. Per il portavoce dei talebani, i medici occidentali trovati morti ieri sono «missionari cristiani». La prova sta nelle Bibbie in lingua dari che avrebbero trasportato. Ma il missionario, nell’ orizzonte tragico e semplificato dei fondamentalisti, diventa anche il collaboratore del crociato. Così i medici sono stati accusati di essere spie sotto le mentite spoglie dell’ aiuto umanitario, perché possedevano carte e navigatori Gps. Per questa colpa hanno meritato la morte assieme a due afghani che li accompagnavano. Un altro afghano, che era con loro, si sarebbe salvato, perché rivelatosi all’ ultimo momento musulmano. Una storia di crudeltà, violenza, forse ruberia, odio per lo straniero, controllo banditesco del territorio, su cui non sarà facile far luce. Ma una cosa è chiara: i talebani hanno voluto vedere in quei medici missionari e spie da condannare a morte, perché hanno aggredito il carattere integralmente islamico della popolazione afghana. È una tragica caricatura rispetto all’ identità vera di quei caduti. I talebani si sono rifiutati di vedere chi erano. Altrimenti sarebbero dovuti uscire da una visione del mondo in cui loro rappresentano il bene e lo difendono con tutti i mezzi contro gli agenti del male, gli occidentali. Non servono la globalizzazione e Internet a scalfire questa visione. Sembra che non servano nemmeno i contatti personali, né i viaggi fuori dal proprio Paese. Infatti questa visione è una difesa nei confronti di un mondo grande, democratico, inquietante, fatto di bene e di male, di gente diversa e di altra religione, libero e contraddittorio, qual è il nostro. È la scelta per un muro alto che separa, chiude gli occhi di fronte all’ altro e alla sua umanità. È la scelta di non parlare il linguaggio della «pietà» umana. Se quei talebani avessero ascoltato davvero i medici, avrebbero capito veramente chi erano. Avrebbero scoperto la loro passione per gli afghani, per la salute di un popolo che invece loro tengono in ostaggio. Avrebbero scoperto che questi «cristiani» sono impegnati con tanto rischio a curare i musulmani afghani. Anche questo è un fatto che suscita interrogativi. Meglio, allora, demonizzarli e ucciderli. Il sacrificio libera dai dubbi e soprattutto cementa una visione, fatta di odio a un mondo infedele e nemico. In realtà questi medici sono un volto grande e nobile dell’ Occidente. Sono persone che credono ancora di avere una missione nel mondo, fatto non così comune in Occidente. Sono persone che credono giusto rischiare la vita per aiutare altri, tanto da operare in aree poco sicure, lontano dai propri Paesi. Sono gente che, avendone i mezzi, sente un debito di solidarietà verso un popolo che versa in condizioni impossibili. «Siamo qui per aiutare le persone», avrebbero risposto a chi sconsigliava il viaggio attraverso un’ area pericolosa. Avevano fiducia nella popolazione, che curavano e conoscevano. Erano lì per aiutare. La salute e la vita anche di una persona valeva parecchio per loro. Tanto da motivare il rischio. Non erano avventurieri, ma appartenenti a una Ong (organizzazione non governativa) che conosce il Paese: «International Assistance Mission», un’ organizzazione cristiana che ha per scopo «servire il popolo dell’ Afghanistan». Lo sfondo ideale sembra quello umanitario cristiano: «la dipendenza da Dio», un principio, piuttosto generale e poco confessionale, scritto tra i valori fondanti. Questa Ong è stata in Afghanistan dal 1966 sotto tutti i governi. Il suo lavoro, specie in campo medico, è molto importante nel Paese, dove ha curato circa 250 mila malati. I suoi medici sono ben accolti dalla popolazione, spesso reclamati. Così le vittime erano state invitate dalle comunità del Nuristan. Per gli afghani quei medici non volevano rubare la fede tradizionale, ma garantire la loro salute. Il «linguaggio» delle cure e dei fatti è eloquente, supera le barriere linguistiche e religiose, crea un legame di simpatia tra chi aiuta e chi è aiutato. Forse proprio questo inquietava i talebani, disinteressati alla salute dei connazionali. È un episodio doloroso che si aggiunge ad altri, avvenuti a chi si trova a operare in aree difficili del mondo. Viene da chiedersi perché tanti di questi uomini e donne vengano dall’ Occidente. Le difficoltà non li fermano quando, senza farsi carico di chissà quale disegno di dominio (che viene loro attribuito), mettono a disposizione le loro risorse umane e professionali per gente meno fortunata. Sono uomini e donne che hanno scoperto una missione. Non è quella che i talebani denunciano. Ma esattamente l’ opposto.

(Articolo tratto dal “Corriere della sera” dell’ 8 agosto 2010, p.41)

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