24 novembre 2014, Globalizzazione ed Europa

Quale guerra allo Stato islamico?

di Raniero La Valle

Lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS, o come si dice lì, DAISH), è una novità di prima grandezza nel tormentato corso della storia che stiamo vivendo. Non è solo una delle tante irruzioni dell’estremismo islamico che ci hanno turbato in questi anni, non è un’organizzazione terroristica clandestina come quelle contro cui siamo in guerra ormai a partire dall’attentato alle Torri Gemelle. È tutto questo, ma la novità è che si è costituito in Stato, sotto il comando di un Califfo, ha un territorio, un popolo, un esercito. E in più, almeno a parole, coltiva un sogno di conquista che vede il Califfato estendersi fino a Roma, in Spagna, in Portogallo… Però, a differenza delle antiche conquiste islamiche, questa volta non si tratterebbe di far marciare gli eserciti fino a Vienna o all’Atlantico, ma di far nascere lo Stato islamico, uno Stato pseudoreligioso mondiale, dall’interno dei singoli Paesi, per proselitismo, per teste di ponte, per contagio di masse disorientate e disponibili a farsi ingaggiare sia in terre a popolazione islamica sia in terre di “infedeli”.

Il Califfato dell’Impero ottomano

Trattandosi di un sogno impossibile nessuno in Occidente lo prende sul serio, nessuno lo analizza, lo esamina, non se ne parla nemmeno. La stessa proclamazione del Califfato è stata considerata poco più che un folklore, ignorando che nella storia dell’Islam e del mondo il Califfato è stata una cosa molto seria: l’ultimo Califfato è stato un Impero esteso su tre continenti, Asia, Africa ed Europa, le cui province europee si chiamavano Rumelia, da Roma; era l’Impero ottomano che aveva per capitale Costantinopoli, che però veniva chiamata coi nomi dei quartieri in cui la città era divisa, Stambul, Pera, Galata ed Eyub, per non dire Costantinopoli, che era un nome “cristiano”; il sovrano di questo Impero era un Sultano, detto anche Kan o Padisha, che a norma della Costituzione riuniva nelle sue mani il potere politico sull’Impero e il Califfato supremo dell’Islam; come Califfo Supremo egli era il protettore della religione musulmana e il suo nome era invocato anche nelle moschee dei territori non soggetti al dominio turco nella preghiera del venerdì; e c’è voluta la rivoluzione dei Giovani Turchi nel 1908, l’esilio a Salonicco del Sultano Abdul Hamid colpevole di truci delitti, la sconfitta nella prima guerra mondiale e il sorgere della Turchia laica di Ataturk perché finalmente nel 1924, deposto l’ultimo Sultano, il Califfato fosse dichiarato estinto. Dunque il Califfato evoca grandi memorie che riproposte col traino di un successo politico e unite al mito della violenza e del potere, possono suscitare un grande ascendente sulle masse frustrate di un mondo arabo umiliato dall’Occidente e passato fin qui di sconfitta in sconfitta.

L’Occidente fa la cosa più stupida

E l’Occidente che fa? Fa la cosa più stupida, e decide di bombardarlo, di attaccare questo sogno sanguinoso dal cielo, di distruggere dall’alto lo Stato jihadista senza mettere i piedi per terra. Decide di scatenargli contro droni e missili, di martellarlo con i raid aerei, che come è noto non distinguono nella loro azione letale tra integralisti settari e musulmani comuni, tra estremisti e moderati, tra il petrolio che serve alla vita e quello che serve a finanziare le milizie e le stragi. Gli attacchi aerei non fermano le invasioni, né spossessano un potere del territorio su cui è insediato. Come ha detto un combattente dell’ISIS in un’intervista alla CNN – e perciò ora tutti gli americani lo sanno – “agli attacchi aerei eravamo preparati da qualche tempo, sappiamo che le nostre basi sono note perché ci controllano con radar e satelliti, e dunque ne abbiamo altre di riserva”. Anche il bombardamento delle installazioni petrolifere, per impedire il finanziamento dell’ISIS con la vendita del petrolio, secondo l’intervistato sarebbe inutile “perché abbiamo altre fonti di finanziamento”.
Al contrario i bombardamenti esercitano una potente azione propagandistica a favore dell’ISIS perché agli occhi delle masse arabe e musulmane lo fanno apparire come oggetto di un’aggressione, e quindi suscitano reazioni di solidarietà e di identificazione, spingendo molti musulmani nei più diversi Paesi a sposarne la causa.

Occorre un’operazione di terra

È chiaro invece che per neutralizzare il gravissimo pericolo rappresentato dallo Stato islamico jihadista, sempre più efferato nella sua lotta, non vi è altro modo che sottrargli il territorio su cui si è installato, restituirlo alla Siria e all’Iraq che hanno il diritto di restare integri, e mandare libero il popolo che è stato assoggettato al suo controllo. Ma questo si può fare solo con un’operazione mirata di una forza armata operante sul terreno, ma non nelle forme di una guerra.
Ma chi lo può fare, chi può mandare soldati di terra, chi può compiere una grande azione militare senza fare una guerra, senza usare armi di distruzione di massa, come sono quelle proprie di una guerra?
Non possono e non devono farlo singole Potenze, perché esse non sono mai disinteressate e, come ha detto il papa, troppe volte con la scusa di fermare l’aggressore “le Potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto guerre di conquista”.
In ogni caso, adesso le Potenze non lo vogliono fare, vogliono una vittoria a buon mercato. Gli Stati Uniti, almeno con Obama, sono terrorizzati di avere altri Vietnam, altri Iraq e altri Afghanistan, da cui i ragazzi americani tornano nelle bare, per di più sempre sconfitti. Inghilterra e Francia vogliono fare guerre in cui muoiano solo gli altri. La Germania ha sempre il fantasma delle guerre di Hitler, e mentre fa la parte della più ricca in Europa, non vuole spendere soldi neanche per far volare gli aerei: su 190 elicotteri ne funzionano solo 14 e su 239 aerei da combattimento possono andarne in missione solo un’ottantina sicché, come ha detto la ministra della Difesa, “non siamo in grado di adempiere agli obblighi che ci derivano dall’appartenenza alla NATO”. Quanto all’Italia, che ha ormai un governo maestro nell’arte dei diversivi, di fronte al problema di combattere l’ISIS ha pensato bene di mandare in zona delle armi usate perché ci combattano gli altri. Né migliore pensata ha fatto l’Europa come tale, sotto direzione italiana nel semestre che avrebbe dovuto segnare la sua rinascita, la sua nuova epifania politica: riguardo alla sfida di un preteso Stato islamico che minaccia l’Occidente e che taglia la testa a cittadini europei per mano di boia che parlano con accento inglese, l’Europa non ha niente da dire, pensa ad altro, magari all’art. 18 e al Senato entrambi da abolire in Italia.

Non resta che il ritorno al diritto

Sicché non resta che il ritorno al diritto. Lo abbiamo ignorato per 70 anni, ma forse è venuto il momento di una grande battaglia politica, come quelle che si facevano una volta nelle piazze, nei parlamenti, nelle fabbriche, nelle scuole, per dare attuazione al diritto alla pace che sta scritto nelle nostre Costituzioni e dal 1945 sta scritto nella Carta dell’ONU.
Questo diritto dice che non sono legittimi né la minaccia né l’uso della forza nelle relazioni internazionali, che se c’è una minaccia alla pace, una violazione della pace o un atto di aggressione il compito di mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale spetta al Consiglio di Sicurezza; e che se i mezzi pacifici non bastano, il Consiglio di Sicurezza può intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale: ogni azione, non ogni forma di guerra; e lo farà servendosi di forze armate messe a disposizione del Consiglio di Sicurezza dai Membri delle Nazioni Unite, unità militari che opereranno non sotto il comando dei singoli Membri, ma di un Comitato di Stato maggiore composto dai Capi di Stato maggiore dei cinque Stati membri permanenti del Consiglio, cioè americani, russi, inglesi, francesi e cinesi, chiamati nella loro diversità ad unirsi per fermare gli aggressori e assicurare al mondo la pace. È da qui che passa un nuovo ordine mondiale.
L’obiezione è che finora l’ONU si è ben guardata dal fare questo, e non sembra oggi avere la stoffa per farlo. Ma la politica serve appunto a far essere, nel rapporto pubblico tra le persone ed i popoli, quello che prima sembrava impossibile e non c’era.

La prima volta di Parolin all’ONU

Un impegnativo discorso in questa direzione ha fatto il 29 settembre il segretario di Stato di papa Francesco, cardinale Parolin, nel suo battesimo del fuoco dinnanzi all’Assemblea generale dell’ONU.
Egli ha lamentato che, contro la stessa ragione per cui è nata, l’attuale unione di Stati “rimane passiva di fronte alle violenze subite da popolazioni indifese”, mentre in Iraq e in Siria si riscontra un fenomeno completamente nuovo: l’esistenza di una organizzazione terroristica che minaccia tutti gli Stati, prefiggendosi la loro dissoluzione per sostituirli con un governo mondiale pseudo-religioso. “Anche oggi, ha detto il cardinale, vi sono individui che ritengono di esercitare il potere con la coercizione delle coscienze, perseguitando e uccidendo in nome di Dio. Nel mondo della comunicazione globale, questo nuovo fenomeno ha trovato proseliti in molti luoghi, ed è riuscito ad attrarre giovani di tutto il mondo, spesso disillusi da una indifferenza diffusa e dalla morte dei valori nelle società più opulente”. Tale sfida – ha detto il Cardinale Parolin – “richiede una più incisiva comprensione del diritto internazionale. Una delle caratteristiche del recente fenomeno terroristico è che esso ignora l’esistenza dello Stato e di conseguenza tutto l’ordine internazionale”. Esso “mina e respinge tutti i sistemi giuridici esistenti, tentando di imporre il proprio dominio sulle coscienze e il controllo completo delle persone. La natura globale di tale fenomeno, comporta che l’unico modo possibile di affrontare il terrorismo sia offerto dalla struttura del diritto internazionale. Questa realtà rende necessario il rinnovamento delle Nazioni Unite per promuovere e mantenere la pace”, “evitando il fuoco incrociato dei veti”; ed è necessaria “un’autentica volontà di applicare scrupolosamente le attuali procedure giuridiche, non trascurando le implicazioni degli attuali problemi”. Tra le implicazioni, a norma dello Statuto dell’ONU, c’è anche un “uso proporzionato” della forza senza precipitare nella guerra.
La Chiesa di papa Francesco è l’unica grande istituzione aperta sul mondo che dice oggi con chiarezza che cosa si debba fare, è l’unica che chiama in causa per un intervento diretto le Nazioni Unite, è l’unica che addita il diritto, nel quale è di moda non credere più, come la grande risorsa politica e laica per aggiustare la terra (“aggiustare” significa attuare lo ius) fermare la violenza, anche religiosa, e costruire la pace. E proprio questo è stato l’oggetto di un vertice convocato ai primi di ottobre dal papa in Vaticano con la partecipazione di tutti i Nunzi nei Paesi del Medio Oriente e i rappresentanti pontifici presso l’Unione Europea e l’ONU.

(“Rocca”, n.14/2014)

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