6 maggio 2011, Cultura - Globalizzazione ed Europa

Monsignor Romero e la verità

di Jon Sobrino

Il commento più profondo è di don Pedro Casaldáliga: «La nostra coerenza sarà la migliore forma di canonizzazione di “San Romero d’America, Pastore e Martire”».
Definiamo mons. Romero “pastore, profeta e martire”, e don Pedro Casaldáliga lo canta come “santo”, “San Romero d’America”. Sono parole insostituibili che lo definiscono con grande precisione. In questo intervento, tuttavia, mi concentrerò sul mons. Romero che «disse la verità» (…).
Voglio iniziare con le parole pronunciate molti anni fa da un contadino: «Mons. Romero disse la verità. Difese noi poveri. E per questo lo uccisero». Il contadino esordisce, se non con la cosa più importante, il suo amore martiriale per il popolo, certamente con quella che al momento doveva maggiormente sorprendere di Monsignore: «disse la verità», una cosa per nulla frequente nel Paese. E senza alcuna pretesa sistematica continua esponendo magistralmente il suo fine: «difendere il povero». E la conseguenza di ciò: «per questo lo uccisero».
All’origine di tutto, c’era la sua fede nel Dio di Gesù, che si andò dispiegando in maniera sempre più profonda nei suoi tre anni di ministero. E, accanto ad essa, la realtà del popolo salvadoregno, che aveva fatto irruzione in modo inoccultabile dall’inizio del suo ministero di arcivescovo. Monsignore si scontrò con la povertà del popolo, prodotto dell’ingiustizia. Si scontrò con la crudele repressione contro il popolo, che sarebbe sfociata in guerra. Si scontrò con la sua speranza di liberazione e con la sua decisione di lavorare, e anche di lottare, per essa. E lasciò che tutto ciò lo plasmasse e lo impregnasse interamente. (…).
In ogni caso, non si tratta di celebrare “qualunque verità”, ma quella che onora poveri e vittime. (…).

1. «MONSIGNOR ROMERO DISSE LA VERITÀ»

Con queste parole esordisce il contadino. E su ciò insisteremo, tanto per conoscere Romero quanto per aiutare a superare il deplorevole stato in cui versa la verità nel nostro mondo e nel nostro Paese, sui mezzi di comunicazione (silenzi, occultamento, tergiversazione, banalizzazione…), come nei discorsi della politica e dell’economia (ideologizzazione spuria, falsità…), e a volte nel discorso religioso ed ecclesiale (dogmatismo, silenzio, devozioni dolcificanti…). Qualcosa è migliorato nel Paese quanto a “libertà d’espressione”, ma non molto quanto a “volontà di verità”.

La lotta contro la menzogna

Per Monsignore dire la verità significò lottare contro la menzogna. E questo non per ragioni etiche generiche, ma perché la menzogna occulta l’assassinio. (…). Le parole sono forti, ma provengono dal Vangelo di Giovanni: il maligno è omicida e menzognero (Gv 8, 44).
Per i tre anni del suo ministero di arcivescovo, Monsignore visse in mezzo a molta ingiustizia prodotto dell’oppressione e a molti assassinii prodotto della repressione. Il Maligno si era impadronito del Paese attraverso persone e soprattutto attraverso strutture economiche, militari, paramilitari, politiche, mediatiche… Come l’idolo Moloch, esigeva vittime per sopravvivere. E così aveva denunciato Monsignore nella sua quarta lettera pastorale.
La grande vittima fu il popolo, che lui chiamava «il divino trafitto» ed Ellacuría «il popolo crocifisso». In tal modo esprimeva dolore, indignazione, tenerezza e urgenza di deporlo dalla croce. Ma ciò significava iniziare a dire la verità. Mons. Romero diventò “dicitore di verità”, espressione ricercata ma che può essere utile per evidenziare come Monsignore “disse” la verità e la disse “contro” la menzogna.
Il presupposto della sua lotta contro la menzogna fu che «nulla conta tanto quanto la vita umana. Soprattutto quella dei poveri e degli oppressi» (16/3/80). Per questo la verità di Monsignore girerà fondamentalmente intorno alla “vita”, con una “parzialità verso i poveri”, il popolo crocifisso. (…). Enumererò ora solo alcune cose che ne derivano, sperando che siano tenute in conto dalla Chiesa.

a) Monsignore disse la verità “pubblicamente” nelle sue omelie. Come chiedeva Gesù, disse la verità “dai tetti”, in cattedrale e attraverso la radio Ysax, che arrivava a migliaia di case, si dice anche alle caserme. La disse “vigorosamente”, poiché la menzogna era aberrante, e la disse “lungamente e ripetutamente” poiché la menzogna occultava l’entità della negazione della vita. (…).
b) Monsignore fu vescovo di tutti, ma in maniera diretta vescovo dei poveri e delle vittime. Per questa ragione, nel “dire la verità”, si convertì anche in figura del popolo. Lo fu in maniera evidente, perché parlava di fronte al popolo e perché era il popolo (…) il primo destinatario della sua parola. Ma fu popolare in un senso più preciso e specifico, che si dimentica con facilità. La realtà del popolo, sofferente e piena di speranza, ispirò la parola di Monsignore imprimendo ad essa una precisa direzione. (…).
Senza saperlo, i poveri e i contadini erano coautori delle sue omelie e delle sue lettere pastorali. «Facciamo questa omelia insieme, voi e io» (16/9/79). Chiamò il popolo suo maestro: «il vescovo ha sempre molto da imparare dal suo popolo» (9/9/79), e suo profeta: «sento che il popolo è il mio profeta” (8/7/79).
(…) Prima di scrivere nel 1979 la sua quarta lettera pastorale Misión de la Iglesia en medio de la crisis del país, tema scottante e delicato, inviò un questionario alle comunità chiedendo la loro opinione sul Paese e sulla Chiesa e su contenuti importanti della fede cristiana: «qual è il più grave peccato del Paese», «chi è per te Gesù Cristo», «che pensi della Conferenza episcopale, del nunzio, dell’arcivescovo»… E prese sul serio le risposte. Nell’omelia di quei giorni disse: “Voi e io abbiamo scritto la quarta lettera pastorale” (6/8/79). (…).
Monsignore fu “popolare” nel dire la verità e insisto sul fatto che Monsignore, quando parlava al popolo, teneva in conto e valorizzava la “ragione” del popolo, quello che pensa il popolo, che pensa anche quella che si è soliti definire “la gente semplice”, ragione che di solito non è molto considerata nelle campagne politiche né, spesso, nella pastorale e neppure nelle attività accademiche.
Per il suo rispetto della ragione del popolo, si preparava, per le omelie, con studi seri di teologia biblica, del Vaticano II, di Medellín e di Puebla, delle encicliche di Giovanni XXIII e di Paolo VI, di teologia, anche quella della liberazione, e della dottrina sociale della Chiesa. Non si accontentava di parole pie e anodine o di commenti biblici inoffensivi, che si trovano in grande quantità e non molestano nessuno. E, riguardo alla realtà del Paese, la esponeva e spiegava dopo analisi rigorose e consultazioni di economisti, analisti politici, esperti di religiosità, teologi, avvocati e membri del Socorro Jurídico.
(…) Non temeva che il popolo usasse la ragione, aveva paura, invece, di infantilizzare il popolo. (…).

c) Il suo modo di “dire la verità” lo spinse all’avanguardia rispetto a qualcosa che è stato poi accettato con favore e persino con entusiasmo dai difensori dei diritti umani. Mi riferisco alla “memoria storica”, che designa lo sforzo cosciente dei gruppi umani di connettersi al proprio passato, valorizzandolo e trattandolo con speciale rispetto (…).
Vorrei solo fare una riflessione per il presente. Monsignore, nelle sue omelie, menzionava quantitativamente tutti i nomi delle vittime della settimana, e delle stragi e dei massacri che avvenivano. E, allorché ne aveva notizia, indicava i carnefici, il corpo di sicurezza, militare o paramilitare a cui appartenevano, le precise circostanze di luogo e di tempo. E menzionava i familiari delle vittime, un punto per lui fondamentale: in che situazione di penuria si trovavano, l’obbligo di risarcirle. E quello su cui si pone l’accento ancora oggi, la condanna dell’impunità. (…).
E memoria storica era anche ricordare la bontà. (…). La memoria storica non è una cosa qualunque. Per quanto essa venga facilmente ignorata, continua ad essere fondamentale ricordare l’aberrazione, per piangerla ed emendarsi, e ricordare l’amore, per gioirne e per dargli seguito. Umanizza l’aria che respiriamo. Da qui Monsignore traeva la forza per portare avanti il compito di mantenere vive le vittime. (…).

d) (…) Monsignore fu sacramento di Gesù di Nazareth in tutto ciò che faceva e sentiva: compassione, denuncia dell’oppressione, speranza di liberazione, critica della manipolazione delle tradizioni religiose, preghiera, fede in un Dio-Padre… Ma ci concentreremo ora su un punto non molto considerato, che è importante per riflettere sul “dire la verità”.
I sinottici sono unanimi nell’affermare che la gente restava stupita dell’insegnamento di Gesù, «perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi» (Mt 8, 27; Mc 1, 22; Lc 4, 32). Ebbene, Monsignore disse la verità come la diceva Gesù: con autorità. Questa autorità non gli veniva, come non veniva a Gesù, dalla sua origine: «Da Nazareth può mai uscire qualcosa di buono?». E neppure dalla sua condizione di vescovo. (…). L’autorità gli veniva dalla sua autenticità e convinzione, che si esprimeva nella sua onestà nei confronti della realtà e nella sua coerenza tra il dire e il fare, e che traboccava nella sua prassi di giustizia e nell’amore per la gente; in definitiva, nella sua dedizione totale. (…). Parlando con autorità, Monsignore trionfava sulla menzogna e sugli impostori.

f) Infine, «con monsignor Romero Dio passò per El Salvador», secondo le note e forti parole di Ellacuría, che però non bisogna banalizzare, come se, una volta ascoltate, tutto fosse chiaro. A mio giudizio, questo passaggio di Dio tramite Monsignore è avvenuto in vari modi: sanando e consolando, espellendo demoni e infondendo speranza. E ciò nei confronti di persone e strutture… Il non credente potrà interpretarlo come il passaggio di ciò che intenderà come “dimensione ultima”: fraternità, giustizia, speranza, dono della vita, amore… Il credente potrà aggiungere un carattere che è importante in questa riflessione: «con le parole di monsignor Romero la parola di Dio passò per El Salvador». Ed è importante perché la Scrittura dice che «la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» (Eb 4, 12). Così fu il parlare di Monsignore. (…).
La conclusione è che il dire la verità di Monsignore non fu qualcosa che semplicemente avvenne. Una cosa ovvia essendo lui sacerdote e vescovo. Neppure fu solo un “non mentire”. Fu una lotta contro il Maligno menzognero, e una lotta perché in definitiva il Maligno è assassino. Dire la verità fu porre in parola pubblica e popolare la realtà di dolore e di speranza del popolo contro la parola taciuta e imborghesita. Parola mantenuta contro la parola dimenticata. Parola ragionata contro la parola imposta. Parola che fa affidamento sul popolo contro la parola autosufficiente che lo disprezza. Fu un dire la verità con autorità come Gesù di Nazareth contro il vuoto parlare degli scribi. (…). Come fa la Parola di Dio, «più tagliente di ogni spada a doppio taglio».

Smascherare l’occultamento

L’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, nella liturgia celebrata dagli anglicani nel XXX anniversario del martirio di Monsignore, ha detto che, quando Monsignore stava tornando da Puebla, un funzionario dell’aeroporto disse: «Lì cammina la verità». E passando per la dogana lo stesso Monsignore disse: «Nella mia valigia porto la verità». Lo racconta nel suo Diario. È evidente che non parlano così le figure pubbliche. L’esperienza mostra piuttosto che la verità, soprattutto la verità sociale, viene oppressa. (…).
Opprimere la verità – oggi si potrebbe usare la parola “occultamento” – è cosa grave. (…). Ed è la forma più abituale che adotta la menzogna.
L’occultamento non avviene per caso. Il processo per cui si giunge ad opprimere la verità può essere così descritto. In primo luogo, avvengono il saccheggio, il furto, l’ingiustizia, soprattutto al livello macrostrutturale di nazioni, potenze, continenti: è la violazione del settimo comandamento, non rubare. Quando viene richiesto per produrre il saccheggio e mantenerlo, avvengono assassinii, torture, massacri, invasioni, guerre: è la violazione del quinto comandamento, non uccidere. E per nascondere tutto ciò si opera l’occultamento della realtà, dei fatti, delle conseguenze e delle ragioni: è la violazione dell’ottavo comandamento, non mentire. Non credo che Monsignore concettualizzasse il processo con queste parole, ma, come è ben noto, denunciò vigorosamente la violazione dei tre comandamenti citati.
Monsignore denunciò la ricchezza. «Io denuncio, soprattutto, l’assolutizzazione della ricchezza, è questo il grande male di El Salvador: la ricchezza, la proprietà privata, come un assoluto intoccabile. E guai a toccare questo filo d’alta tensione! Si rimane bruciati» (12/8/79). È la violazione del settimo comandamento. E la ricchezza, prodotto del saccheggio, porta con sé la necessità della repressione: «chi la tocca si brucia». Le sue maggiori denunce furono contro la morte ingiusta e crudele. (…) «La violenza, l’assassinio, la tortura che fanno tanti morti, le espulsioni: questo è l’imperio dell’inferno” (1/7/79). È la violazione del quinto comandamento. E dietro queste due violazioni, l’occultamento dei fatti e dei loro responsabili: (…) «Sono molto manipolati i mezzi di comunicazione, molto manipolati» (18/2/79). «Distorcono la verità» (21/3/79). «Siamo in un mondo di menzogne in cui nessuno crede più a niente» (19/3/79). È la violazione dell’ottavo comandamento. Scandalo e occultamento sono correlati, e dall’entità dell’occultamento si può dedurre l’entità dello scandalo».
Dire la verità per Monsignore non fu una pacifica mostra di onestà, ma un trionfo sull’occultamento: la liberazione della verità oppressa. José Luis Sicre, esperto di Antico Testamento, ci disse anni fa che mons. Romero era stato uno dei sette o otto profeti della tradizione biblico-cristiana, inclusi Isaia, Geremia, Michea, Amos, Osea…

Dire la verità a partire dalla sofferenza

Infine, ricordiamo le parole di Theodor Adorno: «per dire tutta la verità bisogna lasciar parlare la sofferenza». Non credo che Monsignore conoscesse queste parole, ma certamente le rese effettive in maniera ammirevole. La sua forte volontà di far parlare la sofferenza del popolo salvadoregno gli permise di dire una grande verità, sugli esseri umani e su Dio, sul peccato e sulla grazia, sulla società e sulla Chiesa.
Il giorno prima del suo assassinio spiegò, sereno e commosso, come preparava l’omelia della domenica. «Chiedo al Signore durante la settimana, mentre vado raccogliendo il clamore del popolo e il dolore per tanto crimine, l’ignominia di tanta violenza, che mi dia la parola opportuna per consolare, per denunciare, per esortare al pentimento e, per quanto continui ad essere una voce che grida nel deserto, so che la Chiesa sta cercando di compiere la sua missione» (23/3/80). (…).

2. «DIFESE NOI POVERI»

Con queste parole lapidarie ha proseguito il contadino. E così fu. Monsignore difese i poveri in molti modi. (…). Arrivò a raccogliere i cadaveri che lasciava la repressione: «A me tocca andar raccogliendo cadaveri» (19/6/77). E, insieme alla difesa dei poveri, praticò il ministero della consolazione.
Era la sua opzione per i poveri, come la definisce Puebla: «Per il mero fatto di essere poveri, Dio li difende e li ama». Difendere non è solo “amare”, ma amare affinché i poveri non siano vittime di “nemici”. Questo di più di amore che c’è nel “difendere” i poveri non viene però tenuto solitamente in gran conto, poiché in tal modo si introducono nell’opzione quelli che sono “contrari”. Sorge il conflitto, e la Chiesa si oppone di solito a un’opzione per i poveri così intesa. (…).

a) Il “dire la verità” fece di Monsignore il “difensore del popolo”, advocatus. (…). Ma la sua fu una “difesa primordiale”, che va oltre ciò che convenzionalmente si intende per la difesa di un caso. Certamente difese le vittime, anche individualmente nella misura del possibile. (…). Tuttavia, il suo orizzonte non fu semplicemente “vincere un caso”, ma far sì che “vincesse la verità”.
(…) E per difendere i poveri pronunciò parole durissime contro oligarchi, militari, corpi di sicurezza, squadroni della morte, e contro il presidente Romero, l’ex maggiore Roberto D’Abuisson e, per quanto educatamente, contro il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter.
La verità è a favore dei poveri, che spesso hanno solo questa a loro favore. Per questo Monsignore voleva che vincesse la verità, che non restasse costretta e soffocata, quando non pervertita, solo nel compimento di leggi e norme, per giuste e necessarie che siano, ma che essa, se mi si concede la metafora, impregnasse tutta la realtà del Paese: che nella realtà sociale – arida e senza acqua viva – con la verità potesse crescere l’umano.

b) Pensando concretamente alla UCA, voglio porre l’accento anche sul fatto che mons. Romero insisteva sul principio del dire “tutta la verità”, nel senso che “tutte le verità” difendessero le vittime e portassero loro la vita. Al tempo di Monsignore la cosa più macabra era la repressione. Ma anche allora e soprattutto ora è macabro lo spettacolo della fame, dell’insicurezza, del dover abbandonare il Paese, della mancanza di dignità a cui sono sottoposti gli oppressi e la donna, dell’impunità con cui operano gli oppressori, della violenza del narcotraffico, dei sequestri, delle pandillas…
Non so che farebbe oggi Monsignore, ma penso che cercherebbe di affrontare tutti questi temi con la profondità, l’ampiezza e la frequenza con cui, nelle sue lettere pastorali, toccava i temi dell’ingiustizia e della violenza, dell’organizzazione del popolo, della coscienza politica e del dialogo. E promuoverebbe la teologia adeguata per condannare chiaramente l’idolatria, e per superare la banalità che sta permeando oggi la sfera religiosa. E certamente per promuovere un cristianesimo liberatore seguendo Gesù. (…).
Le scienze dell’economia devono difendere il povero, combattere la fame, ancor più quando è il prodotto di un sistema di generazione di ricchezza. L’oikos, la casa, è l’unità primaria della vita. Lo stesso si può dire dell’ingegneria e della sua capacità di produrre spazi vivibili e umani. La psicologia deve orientare la salute mentale; la medicina, la salute del corpo; la sociologia deve occuparsi di come vivere in una società divisa tra oppressori e oppressi; la politica, di come fare del potere qualcosa di umanizzante; la storia, di come viene letta in modo che ricordi e difenda le vittime più che i carnefici e indichi nuovi cammini a partire dall’esperienza umana accumulata; la filosofia, di come pensare all’essere umano perché sia umano: la teologia, di come pensare a Dio a favore della vita dei poveri… (…).

3. «E PER QUESTO LO UCCISERO»

Il fatto non necessita commenti. «Le tenebre odiano la luce», dice il vangelo di Giovanni. E Monsignore disse: «si uccide chi disturba». È la tragedia di questo mondo: dà la morte a chi dice la verità e difende le vittime. (…).
Ebbene, l’“ufficio” di Monsignore fu quello di prendersi cura degli impoveriti e delle vittime, e difenderli da oppressori e carnefici. Il suo “strumentario” furono le conoscenze bibliche e teologiche e la sua attività pastorale e ministeriale. (…). Monsignore portò a termine il suo ufficio con quella che potremmo chiamare devozione nel suo doppio versante: venerazione per i poveri e le vittime e fervore nella dedizione. È la professione come devozione.
La sua difesa di poveri e vittime fu la risposta alla domanda che a tutti noi è rivolta, da essi e da Dio: «Where you there when they crucified my Lord?», come cantavano gli schiavi neri nel Sud degli Stati Uniti. «Eravate lì quando hanno crocifisso il mio Signore, lì dove oggi crocifiggono i popoli?». La professione allora si converte in risposta a una chiamata che non si può non ascoltare. Ha la struttura di una vocazione. Ed è obbedienza a un’autorità che è inappellabile, “l’autorità di quelli che soffrono”. Nella difesa dei poveri e delle vittime non si obbedisce in definitiva a una legge universale, né si tratta di rispettare la Carta Magna delle Nazioni Unite e neppure la dottrina sociale della Chiesa. Si tratta di tutto ciò, ma la difesa delle vittime vive di un’altra linfa: ascoltarne i clamori, interiorizzarli e lasciarsene coinvolgere, di modo che non ci lascino in pace, ma che si debba reagire, vivere e ardere per loro. È l’esercizio della misericordia, affettiva ed effettiva, coerente fino alla fine, che può portare a donare la vita nell’impegno, lentamente o martirialmente. È la risposta alle domande dei due Ignazi, Loyola ed Ellacuría: «cosa faremo per deporli dalla croce». È la professione come vocazione.
Questa professione esige lucidità profetica, cosa evidente di fronte al male che bisogna sradicare. (…). Ma bisogna esercitarla non solo contro le idolatrie esterne, bensì anche contro i mali che possono nascere nell’esercizio stesso della difesa dei diritti umani. Ellacuría lo denunciò in manieraprogrammatica. «Il problema dei diritti umani è un problema non solo complesso, ma ambiguo poiché… tende ad essere utilizzato ideologicamente al servizio non dell’essere umano e dei suoi diritti, ma degli interessi di questo o quel gruppo». Ciò non dovrebbe meravigliare, poiché la hybris può deturpare qualsiasi cosa facciano gli esseri umani. E l’esperienza lo dimostra. Nel primo mondo, per esempio, si possono difendere, promuovere o tollerare, più o meno secondo i casi, i diritti individuali, politici e civili, ma non si suole anteporre a questi diritti quelli più primigeni delle maggioranze, dei popoli poveri, il loro diritto fondamentale alla vita e alla dignità. Altro esempio. Nella Chiesa si possono difendere, molte volte con onestà ed efficacia, i diritti delle vittime all’esterno di essa, ma non si rispettano i diritti delle donne e dei laici al suo interno, a volte per mancanza di libertà, che è un altro diritto fondamentale. Monsignore cercò di farlo. È la professione come prassi profetica, verso l’esterno e verso l’interno.
Per ultimo, l’utopia. È esperienza consolidata che chi difende le vittime non solo dà ma riceve. Non è una verità necessariamente filosofica, ma è, sì, una verità cristiana, quella che dal debole e piccolo viene la salvezza. E la storia lo conferma: molti sono venuti a salvare questi popoli crocifissi e si sono sentiti salvati da loro, sono venuti a difenderli dall’egoismo di altri – gli oppressori – e hanno trovato nelle vittime una difesa contro il proprio egoismo. Monsignor Romero lo vide con chiarezza e ringraziò il popolo per i beni che gli aveva concesso. «Il popolo è profeta, maestro». «Con esso non costa essere un buon pastore».
Dando la vita per i poveri e le vittime, essi ci danno la vita e ci difendono in modi meno visibili, ma più profondi: ci difendono dalla disumanizzazione. E, quando ciò avviene, quando gli esseri umani si accompagnano mutuamente, quando i piccoli portano qualcosa di decisivo alla salvezza di tutti, allora “il mondo giunge ad essere una casa”. È la professione come prassi di utopia.

(“Adista documenti”, n.33 del 23 aprile 2011)

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