8 ottobre 2011, Cultura - Globalizzazione ed Europa

Madri della rivoluzione

WORLD PEACE GONGdi Lucia Annunziata

Hanno vinto tre donne o, rispettivamente, il Presidente della Liberia, un’attivista dei diritti civili e una giornalista rivoluzionaria.

I premi alle donne anche quando sono importantissimi come il Nobel assegnato ieri alle tre protagoniste di cui parliamo, hanno sempre un sapore un po’ dolce-amaro. Dedicati con pompa magna all’altra metà del cielo dovrebbero essere in effetti più precisamente assegnati alle opere che alla identità sessuale. E mai come nel caso anche di questi Nobel ci ritroviamo a festeggiare tre donne africane i cui successi si innalzano molto più in alto della loro differenza.

Queste signore infatti hanno portato a termine in questi anni imprese con cui si sono misurati vanamente un numero enorme di uomini. Sarà anche perché ciascuna di loro ha raggiunto nella vita ben prima del Nobel un livello di scolarizzazione, educazione, e capacità di operare al di sopra di ogni mediocre convinzione, incluse quelle delle civiltà occidentali.

Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee, le due liberiane, si sono confrontate non tanto con la condizione femminile, ma con le devastazioni di una guerra civile come se ne ricordano poche, se si fa eccezione per quella del Ruanda. La Liberia fondata nel 1847 prende il suo nome dagli schiavi neri americani liberati, e la capitale si chiama Monrovia in onore del Presidente James Monroe. Gli americani Liberiani, come venivano chiamati, hanno dominato la politica del Paese, sempre aiutati dagli Stati Uniti in funzione del ruolo pro-occidentale che la Liberia ha giocato in Africa e alle Nazioni Unite nel secondo dopoguerra. Aiuti che non vennero meno neppure dopo un colpo di Stato nel 1980 che diede l’avvio a ben due guerre civili, la cui eredità è di 250 mila morti e l’85 per cento della popolazione sotto il livello di povertà. Qualcuno ricorderà i nomi di due signori di queste guerre: Samuel Doe, che si elesse presidente nel 1985 dopo aver fatto il golpe, e Charles Taylor che lanciò una offensiva contro Doe nel 1989 con l’aiuto del Burkina Faso e della Costa d’Avorio. Entrambi sono diventati il prototipo della violenza militare in Africa, dell’uso dei bambini in guerra, delle violenze ripetute sulle donne, e, non ultimo, grazie a molti film e a una campagna sostenuta da grandi star, del traffico illegale dei «diamanti insanguinati», usato dal regime per autofinanziarsi. La vicenda di Taylor finì per mano di un ulteriore gruppo ribelle che nel 2003 conquistò Monrovia e spedì (col sostanziale aiuto degli Usa) il dittatore in esilio, aprendo la strada alla ennesima missione di messa in sicurezza delle Nazioni Unite, sotto la cui egida avvennero le elezioni del 2005 in cui venne eletta la attuale Presidente e ora Premio Nobel. Dov’erano Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee mentre tutto questo accadeva e cosa hanno fatto per la Liberia? Solo dopo aver risposto a questa domanda possiamo davvero capire l’importanza del Premio svedese.

Ellen Sirleaf era dentro e fuori il suo Paese, spesso dentro e fuori un carcere, e negli Stati Uniti. Figlia del primo deputato nero di origini locali, adottata da una famiglia benestante, economista con numerose lauree inclusa quella di Harvard, alla John F. Kennedy School, ministro delle Finanze del suo Paese fino al golpe di Samuel Doe, poi fuggita a Washington dove lavora per la World Bank e più tardi in Africa per le Nazioni Unite. Nel frattempo sfidava inutilmente nel 1997 alle elezioni presidenziali Charles Taylor, e arrivava poi alla presidenza nel 2005 dopo la cacciata del dittatore. Probabilmente Sirleaf non sarebbe giunta così in alto se non ci fosse stata in Liberia un’attivista come la sua compagna di Nobel, Leymah Gbowee, una vera e propria Lisistrata nera di cui Aristofane sarebbe stato molto orgoglioso. Fu lei, 39 anni, assistente sociale, madre oggi di sei figli, a lanciare e sostenere nell’anno cruciale della fine della Guerra civile, il 2002, uno «sciopero del sesso» sostenuto dal suo gruppo delle «donne in bianco», musulmane e cristiane, che si scontrarono a più riprese con le varie bande di militari denunciando la pratica sistematica dello stupro. In un episodio famosissimo Leymah Gbowee affrontò un’assemblea di legislatori minacciando di spogliarsi nuda in pubblico, gesto di potente maledizione in West Africa.

Anche la terza donna del Nobel esercita un ruolo che va ben al di là di quello femminile: Tawakkul Karman dello Yemen ha 32 anni, tre figli ed è una giornalista che in uno dei Paesi più repressivi dell’Africa musulmana è diventata, con il suo velo rosa a fiori, l’ispirazione della protesta contro Ali Abdallah Saleh. Fondatrice dell’associazione «Giornaliste senza catene» è militante nel partito islamico e conservatore Al Islah, primo gruppo di opposizione. Arrestata a gennaio, poi rilasciata grazie alle manifestazioni a suo sostegno, ha già ottenuto il titolo di madre della rivoluzione. Il Nobel a lei è nei fatti il Nobel alle primavere arabe. Durante una delle manifestazioni a Sana’a disse queste parole: «Manterremo la dignità delle persone e il loro diritto ad abbattere ogni regime».

E’ un po’ la frase che il comitato del premio Nobel ha parafrasato nella motivazione della sua scelta. Ma va ricordato che questa moderna dichiarazione dei diritti universali può essere attribuita alle donne proprio perché oggi il loro ruolo femminile si è trasformato in metafora e pratica del bene generale.

(“La Stampa”, 8 ottobre 2011)

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