9 agosto 2014, Globalizzazione ed Europa

L’industrial compact non cambia la Ue

Industrial-Grade P-8 Lifter Robotdi Matteo Lucchese

Made in Italy/Le politiche industriali europee, promosse per bilanciare gli effetti recessivi del Fiscal compact, non affrontano il problema della competitività

Il 22 gennaio scorso la Commissione ha reso note le priorità in tema di politica industriale dell’Unione Europea da qui al 2020. Il documento, passato sotto l’enfatico nome di Industrial Compact, è stato promosso dagli ambienti industriali europei (in particolare da quelli tedeschi e italiani) al fine di rilanciare la crescita e bilanciare gli effetti recessivi del più noto Fiscal compact, simbolo dell’austerità europea. L’obiettivo è favorire il rilancio degli investimenti industriali, invertire il declino della manifattura e riportare il peso del settore industriale europeo al 20% del Pil entro il 2020, dal 16% attuale.
La strategia della Commissione, oltre ad auspicare il completamento dell’integrazione del mercato unico, punta a supportare investimenti in settori in rapida crescita e ad alto valore aggiunto, come quelli legati all’efficienza energetica, alle tecnologie verdi, alla transizione digitale. Gli strumenti di finanziamento per raggiungere questi obiettivi sono quelli previsti dal piano Horizon 2020 (che dovrebbe finanziare progetti di ricerca generici, ma che avrà un occhio di riguardo verso progetti di ricerca industriale), dai fondi a disposizione nel progetto Cosme, dai fondi strutturali e dai co-finanziamenti nazionali, con un impegno complessivo stimato dai più ottimisti in circa 150 miliardi di euro.
L’Industrial Compact si inserisce nel quadro degli interventi previsti dalla strategia Europa 2020, approvata nel 2010 dal Consiglio Europeo, con il compito di rafforzare il ruolo dell’Ue nel contesto competitivo globale. La traiettoria è quella tracciata dalla strategia di Lisbona, con la quale l’Unione sarebbe dovuta diventare, entro il 2010, «la più competitiva e dinamica economia basata sulla conoscenza al mondo, capace di una crescita economica sostenibile con maggiore e migliore occupazione e più coesione sociale». Anche in Europa 2020 sono previsti tre aggettivi a qualificare una crescita che si vuole «intelligente, sostenibile, solidale»; in realtà, gli strumenti previsti sono limitati, c’è uno scarso coordinamento delle risorse a livello centrale e nessuna prospettiva di confronto democratico sugli obiettivi e le finalità da porre al centro dell’agenda. Come per Lisbona 2010, punto dolente sono le risorse messe a disposizione, che appaiono ancora insufficienti a incidere significativamente sul percorso di rilancio dell’Unione (su questo, si veda il rapporto Euromemorandum 2014). Di buono c’è che all’interno di Europa 2020 la strategia di rilancio industriale dell’Unione Europea dovrebbe costituire una priorità: aspetto del tutto condivisibile, dopo anni di sbornia finanziaria e prevalenza dell’economia finanziaria su quella reale. Il fatto è che la strategia di rilancio industriale della Commissione appare debole, almeno su tre fronti, e in definitiva, poco ambiziosa.
L’Industrial Compact non dice nulla infatti sui differenziali di competitività fra i paesi europei che sono alla base della spaccatura tra centro e periferia d’Europa; men che meno si interroga sulla natura di quegli squilibri. Se si guardano i dati Eurostat, il peso dell’industria sul valore aggiunto negli ultimi dieci anni risulta stabile o in crescita per la Germania e per i paesi dell’Est Europa, mentre è in forte calo per Italia, Spagna, Grecia, e persino per la Francia. Nella strategia della Commissione, sembra prevalere una logica mercantilista, dove il modello di riferimento è quello tedesco, secondo modalità che si sono rivelate incompatibili con la sostenibilità del percorso di crescita di tutti i paesi dell’Unione.
Il documento non prende in considerazione il ruolo della domanda: il parallelo con il Fiscal compact è decisivo e il corto circuito in quel di Bruxelles lampante. Il mercato interno dei paesi europei è infatti stagnante e i margini di manovra dei singoli paese deboli. A Bruxelles sembra congelato il dossier sullo scorporo di alcune categorie di investimenti dal calcolo del deficit e, come il recente Def ha mostrato, la partita sembra giocarsi in uno scambio fra l’allentamento delle condizioni di rientro dal debito e la realizzazione di riforme strutturali. L’Europa dovrebbe invece promuovere forme di integrazione delle politiche macroeconomiche a livello centrale, compresa quella del cambio. Così come si dovrebbe pensare a dotare l’Ue di risorse aggiuntive a quelle previste, che possano fungere da sostegno alla domanda di beni e servizi.
Infine, il ricorso a politiche orizzontali, quelle che dovrebbero incidere sulla competitività generale del sistema economico, continua ad essere al centro dei documenti ufficiali, se è vero che molte parole sono spese sulla piena realizzazione del mercato unico europeo. La strategia proposta dalla Commissione rinuncia a qualsiasi valutazione strategica che vada oltre l’individuazione dei settori dove sarebbe giusto investire e innovare, sottostimando ancora una volta il ruolo che l’intervento pubblico può avere nel superare i problemi di coordinamento delle risorse nel processo di cambiamento strutturale. A pesare è il confronto con gli Stati Uniti, dove Obama promuove la creazione di poli della manifattura, centri di eccellenza tecnologica con una precisa specializzazione settoriale in cui governo, università e aziende private cooperano attivamente sul territorio.

(www.sbilanciamoci.info , n.328/2014)

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