3 aprile 2016, Cultura - Globalizzazione ed Europa - In evidenza

L’Europa e il fantasma di Colonia

di Bia Sarasini

Ci si ricorderà, della notte di fine anno 2015 a Colonia. Per la notizia clamorosa, balzata sui media internazionali dopo qualche giorno, che un migliaio di uomini identificati come “arabi, o nordafricani” avevano molestato, derubato, violentato decine di donne sulla piazza tra la stazione e la cattedrale della città renana. Per il montare delle reazioni e dei commenti, sfociato in un generale “giù le mani dalle nostre donne”, in quello che è stato interpretato subito dai media mainstream come una tappa centrale della “guerra di civiltà” in corso tra Occidente e l’Islam. Per la difficoltà ad appurare cosa sia realmente accaduto, quella notte, mentre si è cercato a lungo di accreditare che si trattasse di un attacco programmato, quasi una variante “sessuale” di un piano terroristico contro l’Europa. Per i cambiamenti reali che ne sono seguiti, prima di tutto in Germania, nelle politiche di accoglienza ai migranti. Se a Colonia si è manifestato un fantasma, si tratta di un fantasma potente. Si insinua nelle pieghe della vita quotidiana, accanto alle antiche paure di matrice coloniale e razzista del maschio nero invasore e stupratore, ne agita di inedite, fa leva sulla contemporanea paura delle donne occidentali di perdere la libertà di faticosa e recente conquista. Si tratta insomma di una vicenda che va vista per quello che è. Un capitolo centrale e per molti aspetti esemplare dello scontro in corso. Non tra civiltà o religioni, ma tra élites, organizzazioni, capitali, all’interno di un’Europa incapace di politiche che non siano l’ottusa ripetizione dei principi di stabilità, prigioniera dei calcoli elettorali dei singoli governi. Scontro che passa attraverso le diverse guerre in corso, il complesso intreccio di alleati e nemici, il necessario movimento di merci e denaro e il biblico spostamento di umani, a cui nessuno è in grado di trovare soluzioni. In questo quadro il controllo dell’esistenza e dei modi di vivere fa parte dell’assetto di potere da costruire o mantenere. Per questo le donne, o meglio le relazioni tra donne e uomini, si trovano al centro.

Le immagini

La foto di Aylan, il piccolo siriano che giace a faccia in giù sulla spiaggia, appena lambito dal mare, il tenero corpicino abbandonato nella morte come se dormisse, ha colpito il cuore di un popolo europeo che fino ad allora non aveva voluto capire cosa succedeva alle proprie frontiere. Icona del bambino, i nostri bambini, immagine di tutte le creature piccole che vegliamo nei loro lettini a proteggerne il respiro e la vita. Foto che ha mobilitato l’empatia, il riconoscimento della comune umanità, ha spinto a cercare risposte che non fossero il rifiuto e la paura. La foto è stata scattata la mattina del 2 settembre 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, da Nilufer Demir, giornalista dell’agenzia di stampa turca Dogan: «Appena ho visto il bimbo mi si è gelato il sangue. Non c’era nulla che potessi fare per lui. L’unica cosa che potevo fare era far sentire l’urlo del suo corpo che giaceva a terra» ha detto. E l’urlo è arrivato, fino ai più alti livelli. Il primo a pubblicare online, il 3 settembre, è il quotidiano britannico “The indipendent”, seguito dai media di tutto il mondo, con qualche discussione sull’opportunità di diffondere immagini “crude”. Angela Merkel, unica tra i capi di stato europei tutti spaventati dalle loro destre, il 6 settembre decide di aprire le frontiere ai richiedenti asili. «Possiamo farlo» dice, anche se poi corregge il tiro, e parla di misura dettata dall’emergenza.

Se l’immagine chiara e nitida di Aylan Kurdi racconta una storia altrettanto netta, senza possibilità di equivoci, lo stesso non si può dire della foto della piazza di Colonia nella Sylvesternacht 2015, che risulta confusa, sfocata, sporca. Tra foto e video disponibili, tutti ripresi da cellulari, quello che si vede davvero sono gruppi numerosi di uomini soli che sparano petardi, in un racconto che non corrisponde a quanto divulgato. Tra le due immagini, separate dal breve arco di tempo di una stagione, si muove un pendolo politico, emotivo, simbolico dall’oscillazione ampia – o corta, dipende dal punto di vista – e dalle conseguenze molto reali. Ancora una volta al centro c’è Angela Merkel.

Il 7 gennaio 2016, appena la vicenda di Colonia diventa un fatto pubblico e cresce via via il numero delle denunce di donne che sono state molestate, la cancelliera annuncia una revisione della legge sulle espulsioni degli stranieri, resa più severa nei confronti di stranieri o rifugiati che si macchino di reati, legge che è già all’esame del governo. Quanto quel bambino vorresti prenderlo in braccio, stringerlo, cullarlo, dargli la tua vita, metterlo nella tua vita, tanto quelle ombre sulla piazza di Colonia provocano, respingono: cosa ci fanno qui quegli uomini? Entrambe le immagini parlano di vita, di esistenza. Mentre una evoca la cura, la sollecitudine, l’amore, l’altra allude a fantasmi pericolosi: corpi sessuati, desiderio, sfrenatezza sessuale. Ancora un’immagine, questa volta disegnata, ne racchiude il senso: la copertina della Süddeutsche Zeitung, dove una mano nera abbranca il sesso di una donna dalle gambe bianche. La stessa Merkel, rendono esplicito alcuni fotomontaggi. Del resto è la sua politica di apertura ai migranti che è da mesi sotto attacco da parte degli oppositori.

I fatti

Non ci sono solo immagini, come è ovvio. Ma il primo fatto certo, dei fatti di Colonia, è che ancora oggi non è facile accertare cosa sia effettivamente successo. Di sicuro ci sono state denunce, si parla di 379 denunce, di cui il 40% per reati sessuali, tra cui due stupri. Sono 31 i fermati per aggressione e rapina, di cui 19 sono rifugiati. Ma ci sono anche uno statunitense e tre tedeschi. Le donne che hanno denunciato hanno raccontato molto vividamente lo spavento, la paura. Analoghi episodi sono stati denunciati in altre città della Germania, ma anche a Zurigo, in Finlandia, in Svezia, in Austria. Anche se perfino il ministro della giustizia tedesco Heiko Maas ha dichiarato di essere convinto che l’attacco sia stato organizzato, non ne risulta nessuna prova. Mentre è stato rimosso il capo della polizia, Wolfgang Albers, che non solo non era stato in grado di affrontare la piazza, ma la mattina del 1° gennaio aveva diffuso un comunicato ottimista sull’andamento della festa. Tra i fatti si può aggiungere ora anche l’andamento del carnevale di Colonia, atteso con molta preoccupazione e che ha visto un imponente spiegamento di polizia, con 2500 agenti su strada, seguito con insolita attenzione dai media internazionali. Si registra un aumento delle denunce per molestie, fatti che in passato non sarebbero stati resi pubblici, si presume sulla spinta dei fatti della notte di Capodanno. È stato denunciato uno stupro, a opera di un afgano di 17 anni. In ogni caso ha fatto il giro del mondo la molestia di cui è stata fatta oggetto la giornalista belga Esmeralda Labye davanti alle telecamere della tv Rtbf per cui lavora. I due molestatori, né arabi né nordafricani ma molto tedeschi e molto allegri, si sono poi autodenunciati presentandosi alla polizia.

Non toccare la donna bianca

Cosa si nasconde nel fumo dei petardi che rendono simile la piazza della stazione a un dopo partita di calcio? Sono due gli elementi chiave, che hanno provocato l’isteria mediatica. La grandezza dei numeri, e l’idea di un piano organizzato. Un corto circuito senza controllo, che ha dato il via libera alla proliferazione delle ipotesi e delle paure. Che sono diverse, tra donne e uomini. Tra femministe e non. Differenze che vanno analizzate puntualmente, per non essere intrappolati nell’isteria collettiva e nello stesso tempo non correre il rischio di sottovalutare, di pensare che si tratti di episodi secondari, rispetto alla portata dello scontro. È facile sgombrare il campo dalle paure maschili. Giù le mani dalle nostre donne. Fino all’ovvio: vi proteggiamo noi. Il fantasma di Colonia si rivela elementare e primordiale. Imbevuto di razzismo, fa leva sulla competizione e sul possesso. Il corpo delle donne come terreno di conquista, come bene da non cedere a nessun altro. Si chiude il cerchio. L’invasore straniero è un aggressore sessuale. Per di più per deliberato sfregio, questo il senso di un eventuale piano preordinato.

Più complessa la paura delle donne. Che non è solo la consueta paura di aggressione, in effetti per nulla insolita nell’esistenza femminile, anche la più emancipata. È piuttosto il timore di una minaccia reale alla perdita delle propria libertà. E di questo le donne hanno realmente paura. C’è un bel romanzo della scrittrice canadese Margareth Atwood che spiega bene questo sentimento. Si intitola Il racconto dell’ancella, si tratta di una distopia, ambientata in territorio nordamericano. Dopo una crisi nucleare, c’è un colpo di stato. E la prima misura del nuovo governo è chiudere i conti corrente di tutte le donne del paese. Che quando provano a prendere gli ultimi aerei per andarsene altrove si trovano senza denaro, senza mezzi. E si trovano alla mercé degli uomini che hanno preso tutto il potere, prigioniere di un sistema a base fondamentalista-puritana e sessuofobo, decisamente crudele e perverso. A parte lo sviluppo della storia, che vale la pena di leggere, è la semplice idea iniziale che colpisce: come sia facile togliere la libertà. Senza esagerare nel sovrapporre alla realtà un eccesso di narrazioni e di simboli, non c’è dubbio che quello che possiamo chiamare il fantasma di Colonia è un dispositivo che fa leva sull’intreccio tra paure quasi arcaiche, e contemporanei terrori. Il fantasma della minaccia sessuale dell’uomo nero non turba solo il possesso dell’uomo bianco, è percepito dalle donne occidentali come un rischio per sé, la propria vita libera, in un amalgama contemporaneo della consolidata costruzione razzista. A prescindere dall’essere donna di qualcuno. L’insieme è esplosivo. È quell’insieme che tutte le destre in Europa maneggiano senza alcuna cautela. E da cui la sinistra si tiene distante. Non solo per prudenza, ma per manifesta afasia.

Traditrici dell’Occidente

C’è una specie di coro, che si leva sempre più spesso, e che non è mancato neanche rispetto ai fatti di Colonia. Cosa hanno da dire le femministe? Perché le femministe non parlano? Un espediente per additarle a traditrici dei valori dell’Occidente, disposte perfino a sacrificare la loro libertà, pur di non muovere critiche ai migranti. Insomma, accuse simili a quelle rivolte ai pacifisti, come diceva uno che se ne intendeva, Hermann Göring, accuse utili per «trascinarsi dietro il popolo… Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese». Ma cosa dicono le femministe di così fastidioso? Quello che hanno detto, da subito, le femministe tedesche: Contro il razzismo, contro il sessismo. Una verità molto semplice, quando si abbia chiaro che il patriarcato è universale, non un’esclusiva dei paesi mussulmani, e neppure dell’Isi. Che, come racconta Margareth Atwood, ciò che minaccia le donne è il sistema maschile, la complicità tra gli uomini, ovunque. Una complicità che si manifesta anche nel: vi proteggiamo noi. La libertà femminile è una dura conquista, frutto di lotte palmo su palmo, non si può cederne la difesa a nessuno. Si possono avere alleati, non protettori. In questo senso le femministe rompono il fronte del voi e del noi, impediscono che il corpo delle donne sia usato come pretesto di guerre di civiltà. Non in mio nome, non in nostro nome. Lo scriviamo con chiarezza, con Alessandra Bocchetti, Ida Dominijanni, Bianca Pomeranzi nel testo “Speculum. L’altro uomo. Otto punti sugli spettri di Colonia (online sul sito internazionale.it), discusso in assemblea a Roma. Non arruolandosi aiutano tutte e tutti a vedere con chiarezza i punti di scontro, lì dove precipitano nella vita quotidiana. C’è una strada, per non farsi chiudere in casa, per impedire che l’arrivo dei migranti, che abitano nella mia città, nel mio paese diventi una diminuzione della mia libertà, per la paura. C’è una strada, per impedire che il rimedio alla paura sia il rifiuto, il respingimento, l’espulsione. Ci sono politiche possibili, che seguono la strada opposta alla propaganda. Si favorisce, per esempio, l’ingresso delle famiglie, non si dividono gli uomini dalle donne e i bambini. E si avrà cura di favorire incontri e scambi più che l’isolamento. Di fornire istruzione, in particolare alle donne. E lavoro. L’arrivo dei migranti diventa quindi una questione politica, non solo solidarietà.

Your body is a battleground

Il tuo corpo è un campo di battaglia. È il titolo di un’opera famosa di Barbara Kruger, in realtà un manifesto, secondo lo stile concettuale dell’artista. La foto in bianco e nero di un viso di donna, in stile anni ‘50, è divisa sull’asse centrale, su cui si stagliano i blocchi rossi e la scritta in bianco, in un gioco di positivo e negativo. È molto efficace.

La battaglia che si gioca oggi sul corpo delle donne è ancora una volta complessa. È la battaglia della “miseria sessuale” maschile, di cui ha scritto lo scrittore algerino Kamel Daoud dopo i fatti di Colonia, a tal punto misera «da dare vita a un porno-islamismo a cui i predicatori ricorrono per reclutare i propri “fedeli”, evocando un paradiso che più che a una ricompensa per credenti somiglia a un bordello, tra vergini destinate ai kamikaze, caccia ai corpi nei luoghi pubblici, puritanesimo delle dittature, veli e burka» (Repubblica, 10/1/2016). È la battaglia del neoliberismo, che pretende la libertà sia la libertà del consumo, in un gioco ambiguo se non violento con la stessa disponibilità del corpo delle donne a essere consumato, perfino da sé stesse. È la battaglia dei legami, delle relazioni, dei rapporti. Gli uomini che nei nostri Paesi bruciano, uccidono, sfregiano le donne che li lasciano, quale guerra combattono? È la battaglia delle donne che si mettono in viaggio, stuprate da compagni di viaggio, da trafficanti, da poliziotti europei. È la battaglia della libertà, dura, mai finita.

Migrazioni

La dimensione epocale delle migrazioni sembra inghiottire qualunque problema. Perfino il rimbalzo tra immagini, fatti e parole della notte tra il 31 dicembre e il 1°gennaio scorso a Colonia rischia di sparire di fronte alla nuda realtà del sempre maggiore arrivo di rifugiati e migranti. Eppure il fantasma che si è liberato quella notte a Colonia si radica proprio nel cambiamento che c’è stato. L’estate del 2015 rimarrà nel ricordo degli abitanti dell’Europa come quella in cui compresero che i migranti non li avrebbero più abbandonati. La fila umana che si ingrossava sempre di più, lungo il percorso dei Balcani, visibile perfino dal satellite, che passo dopo passo si avvicinava a un confine e che quando era respinta passava ad un altro, ma non spariva, anzi prendeva le bandiere dell’Europa e chiedeva di prendere parola, non si può dimenticare. È questa pressione, la pressione del grande numero di arrivi e di richieste di asilo, più che raddoppiati in Germania per esempio, che ha fatto saltare gli equilibri nella piazza di Colonia. Negli attentati di Parigi il ritrovamento del passaporto del rifugiato siriano si era rivelato subito un falso, a Colonia tra i fermati ci sono dei rifugiati. Il terroristi del Bataclan si sono trasformati negli aggressori di Colonia, un nuovo volto del nemico. Si chiude il cerchio, il pendolo passa dall’accoglienza alla chiusura. La conclusione è facile, e non solo per opera della propaganda: coloro che abbiamo accolto alle stazioni, con abiti e cibo, sono coloro che ci minacciano più da vicino. Nella vita quotidiana.

La scena europea

Se si allarga lo sguardo la vicenda europea si diluisce. I dati Onu dicono che a spostarsi è circa il 3% della popolazione mondiale, circa 242milioni di persone nel 2015, di cui solo il 7% sono rifugiati politici. I numeri impongono alla nostra attenzione che la mobilità – di persone, di merci, di denaro – è la cifra della nostra epoca. Che mettersi nella condizione di pensarlo è un primo strumento per non rimanere imprigionati nelle reazioni isteriche. Notare che mentre per il denaro non ci sono barriere, ma contro le persone si costruiscono muri, non è solo retorica. Bisogna sapere non solo chi i muri costruisce, ma di cosa sono impastati. A cominciare dalle scelte politiche dell’Europa, di fronte all’arrivo dei migranti.

Per quanto riguarda singoli stati, la Francia sta varando la legge di emergenza che modifica la Costituzione. Tra le misure a chi compie reati di terrorismo, verrà tolta la cittadinanza. Anche la Germania cambia la legge sull’espulsione in seguito a reati, per chi ha avuto l’asilo politico. La Svezia, la più accogliente delle nazioni europee, con il nuovo governo di destra vuole espellere 80.000 migranti già accolti. La Danimarca ha approvato una legge che autorizza la confisca di beni superiori ai 1340 euro per ogni rifugiato. L’Ungheria alza muri sui confini, un altro si costruisce tra Slovenia e Serbia. Anche l’Austria ha chiuso gli ingressi.

Nella stessa direzione le scelte dell’Unione Europea. Che non riesce a trovare un accordo realmente condiviso tra gli stati membri sul numero di persone da accogliere in ciascun paese. Che invia un richiamo ufficiale all’Italia, che non ricolloca, cioè non rimpatria o espelle in quantità adeguate migranti arrivati. Che dà alla Grecia tre mesi di tempo, con il suggerimento di pesanti misure che assomigliano al presidio militare, per ristabilire il controllo delle frontiere. E prepararsi a riprendere nel proprio territorio i migranti dispersi in tutta l’Europa. La minaccia è di ripristinare Schengen tra il Nord e il Sud dell’Europa. Una misura che finirebbe per coinvolgere anche l’Italia.

Di fronte a queste misure, tutte dettate da una cieca e ostinata chiusura, indifferente perfino ai costi e ai mancati guadagni che questo comporta, ancora più gravi sono gli slittamenti di coscienza.

Un esponente di Alternativa per la Germania, formazione di estrema destra in crescita nel Paese della Cancellieri, ha dichiarato che bisognerebbe tenere a bada i migranti con pugno di ferro, come la Germania nazista fece con gli ebrei. E non solo lo dice, ma soprattutto non suscita indignazione, scandalo.

Colonia, un sintomo della malattia europea

Allargare lo sguardo, permette di mettere meglio a fuoco. Qual è il peggiore nemico? Quello armato, che ti attacca a sorpresa quando indifeso vai ai concerti o sei al ristorante, armato di kalasnikov, pronto a morire? O chi vive nelle tue città, gode della tua ospitalità, anzi è come te è un cittadino, e non accetta il tuo modo di vivere, anzi lo disprezza? E senza usare le armi, ti minaccia dall’interno. Il fantasma di Colonia è un sintomo della malattia europea, non sono i nuovi arrivati a introdurre le regole della loro tribù, è l’Europa a riscoprire le regole del sangue e dell’appartenenza etnica, pronta ad espellere anche i propri cittadini. Fino a quale generazione? Colonia ci rivela che qualcosa si è spezzato, nella virtuosa idea di cittadinanza che ha guidato la costruzione dello spazio europeo. Forse per sempre. Come ci ha mostrato l’incapacità ad affrontare la crisi economica come misure che proteggano i più deboli.

Per questo è cruciale la cultura politica delle femministe, che permette di decodificare la trasversalità della violenza maschile senza cedere ai buoni sentimenti, alla solidarietà senza giudizio. Non occorre essere indulgenti con gli uomini, con le loro responsabilità. Nello stesso tempo occorre guardarsi dalla “durezza benintenzionata”, di cui scriveva Luce d’Eramo nel 1995, nel romanzo “Si prega di non disturbare” del 1995, libro purtroppo profetico.
(Chi parla è un neonazista)
”La disumanità non è una ferocia subito palese. … Ricordo un episodio narrato da Erodoto nelle sue Storie, verso il 440 avanti Cristo. Un oracolo aveva predetto agli oligarchi di Corinto che un certo neonato avrebbe rovesciato il potere. Mandarono dieci dei loro a portare doni con l’incarico di ucciderlo. La madre che li conosceva porse loro il bambino piccolo. Uno lo prese in braccio per scaraventarlo, ma il neonato gli sorrise. In breve, se lo palleggiarono tutti e dieci senza riuscire a scagliarlo al suolo, perché a ognuno il piccolo rideva. Se ne andarono ma, appena fuori, confabularono rimproverandosi a vicenda. Tornarono sui propri passi, determinati questa volta ad ammazzare il neonato.
Il senso è chiaro: ormai sapevano che “il bambino ride”. Dunque 2400 anni fa veniva riferito che tutto sta a non essere colti di sorpresa dall’umanità della vittima. Occorre anzi , per consumare questa umanità, averla ben presente in modo da non esserne paralizzati al momento dell’azione, Sonderaktion, come hanno chiamato i nazisti l’assassinio di massa».

Non siamo molto distanti, oggi, da questa disumanità che ha consumato il senso dell’umanità. Non occorrono neanche le SS, è tutto molto ordinario e molto visibile.

Sulla spiaggia sulla piazza

Per chiudere, ancora due immagini. Una è l’inguardabile vignetta di Charlie Hebdo, che disegna il piccolo Aylan come un molestatore di Colonia. Più che un cerchio che si chiude, un cappio al collo, una condanna decretata, ancora una volta sul campo del corpo delle donne. Incurante di fatto della loro libertà. L’altra è la foto di Ai Weiwei. L’artista cinese che dopo la legge danese sulla confisca dei beni ha cancellato le mostre in corso nel paese, si è fatto fotografare sulla spiaggia di Lesbo, l’isola greca dove si riversano i migranti. Il corpo riverso, la testa lambita dal mare, le scarpe di ginnastica ai piedi. Come Aylan.

L’arte ha la forza che manca alla politica. Corpi a perdere, corpi da salvare. In quale progetto, in quale visione, che abbia la capacità di non nascondere nulla, è tutto da costruire.

(Alternative per il socialismo, 39/2016)

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