1 dicembre 2011, Cultura - Globalizzazione ed Europa

Le sfide del mondo globale alle democrazie occidentali

Harvest for the Worlddi Stefano Ceccanti

1. Come dobbiamo affrontare questo tema: come i Costituenti scrissero l’articolo 11, tenere insieme finalità chiare e strumenti anche imperfetti

Abbiamo due rischi che ci possono portare fuori strada.

Il primo è il relativismo, il procedere senza principi, con espedienti e compromessi, lasciandoci dominare dagli eventi e da una logica di breve periodo, ad esempio l’atteggiamento iper-realistico di chi si chiede perché rinunciare a dittatori ‘moderati’ (almeno verso l’esterno) in NordAfrica affrontando il rischio, obiettivo, di processi democratici incerti. Un atteggiamento che porterebbe alla rinuncia a governare quei processi dall’interno, che è stata invece la scelta enunciata con chiarezza da Obama nel famoso discorso svolto a Il Cairo e praticata in questi mesi anche in Libia.

Il secondo è il massimalismo etico, che parte dalle meditazioni, dall’audacia, dall’indignazione, e si ferma lì, che individua principi astratti, giusti in sé, ma che pretende di vederli realizzati immediatamente e per intero, senza apprezzare tappe intermedie parziali con le loro contraddizioni. Ad esempio rifiutare la scelta che in alcune situazioni sia necessario un ricorso all’uso della forza, in modo proporzionato e secondo alcune procedure, com’è avvenuto per l’appunto nella crisi libica. L’alternativa della rinuncia sulla base di affermazioni singolarmente anche giuste (come il carattere confuso ed eterogeneo degli ‘insorti’) avrebbe portato a una divisione tra due Stati permanentemente belligeranti sotto casa nostra.

Bisogna invece tener presente l’equilibrio dei nostri Costituenti, in particolare nello scrivere l’articolo 11: il principio (il ripudio della guerra) è indissociabile dagli strumenti che tengono conto della realtà senza rinunciare a orientarla (la rinuncia alla sovranità assoluta degli Stati e l’apertura a un’organizzazione internazionale che, a certe condizioni e con alcune modalità, può anche ricorrere all’uso della forza).

Il polo politico che ti fa ragionare sui mezzi e il polo profetico che ti fa insistere sui fini, come ricordava Emmanuel Mounier, vanno messi insieme in ogni persona, in ogni responsabile politico, in ogni movimento di cittadini, altrimenti la schizofrenia domina e l’impatto sulla realtà è nullo: “Il profeta lasciato a se stesso si volge all’imprecazione inutile e il tattico si perde nel suo manovrare..L’uomo d’azione completo è colui che porta in sé questa duplice polarità, e si destreggia fra un polo e l’altro, lottando, volta a volta, per assicurare l’uatonomia e controllare la forza di ciascuno e per trovare delle vie di comunicazione fra l’uno e l’altro” (“Il Personalismo”, Ave, Roma, 1964, p. 132-133)

2. Come sintetizzare le sfide? La globalizzazione come “the rise of the rest”

Rispetto al 2001, al pre-Torri gemelle, e ancor prima al 1991, la fine dell’Urss, è cambiato l’asse delle letture della globalizzazione.

Prima prevaleva, sia nei sosteniori sia nei critici, l’idea dell’affermazione di un pensiero unico, della fine della storia, di un’americanizzazione forzata del mondo che sarebbe subentrata al duopolio precedente Usa-Urss.

Invece nel periodo più recente la globalizzazione è letta in modo più equilibrato per lo più come “the rise of the rest” (Zakaria), valorizzando l’importanza del successo dei cosiddetti BRIC, Brasile, Russia, India e Cina (a cui si sommano i cosiddetti STIM, ovvero il Sudafrica che punta unirsi ai precedenti e a cui sono spesso associati Indonesia, Messico e Turchia, dando luogo ai sette Paesi emergenti, più il citato Sudafrica, che bilanciano i classici G7 ) .

Come sottolinea spesso facendo giustamente ricorso ai numeri il mio collega Giorgio Tonini, a cui sono debitore anche di molte altre di queste riflessioni, nel 2015 gli esseri umani costretti a vivere in una condizione di povertà assoluta saranno 960 milioni, in pratica due Europe. Nel 1990 erano però 1 miliardo e 400 milioni, tre Europe. Questo significa che nel quarto di secolo che separa il 2015 dal crollo del Muro di Berlino un’intera Europa sta uscendo dall’area della povertà assoluta. Troppo poco per i nostri fini, ma tutt’altro che da disprezzare nella logica richiamata all’inizio.

Se questa lettura è corretta, la crisi non sarà quindi una parentesi, né si presta ad essere letta all’insegna del catastrofismo tipico dei periodi del genere (con la riproposizione di letture quali la crisi terminale del capitalismo o di chiavi di lettura semplificate quali il ritorno degli Stati) è un crinale decisivo e non reversibile di stabilizzazione della globalizzazione.

Segna sì la crisi del “neo-conservatorismo”, di quella impostazione secondo cui, cambiando i paradigmi precedenti dei “trenta gloriosi”, delle socialdemocrazie a livello di Stato e in una logica di Stato (quale controllo assoluto, monarchico, su un popolo e su un territorio) nei Paesi occidentali le disuguaglianze avrebbero favorito la competizione e quindi lo sviluppo.

Un’impostazione che nel suo slancio di distruzione creatrice ha travolto il modello sovietico, ha spinto alcuni paesi alla crescita, ma che si è poi impantanata sulla scelta politica interna agli Usa di sostenere il credito facile in ambito soprattutto immobiliare per compensare la riduzione o comunque la mancanza del welfare, una scelta non frenata in alcun modo né all’interno né all’estero, con un paradosale ed enorme squilibrio complessivo tra ricchi indebitati (Usa) e poveri creditori (Cina ed altri). Una scelta che mostra la radice politica della crisi finanziaria in un intreccio perverso tra politica e mercato, non per meccanismi di mercato sfuggiti alla politica.

3. I tentativi di risposta dei democratici

Il pensiero democratico occidentale a partire dalla presidenza Obama ha provato a superare il neoconservatorismo all’esterno con una prospettiva di multilateralismo democratico ritornando alle istituzioni internazionali, riconciliando quindi legittimità e forza dopo lo strappo dell’Irak, stando dentro ai processi democratizzazione, e all’interno con un maggiore insistenza sul government (non sullo Stato, sull’intervento diretto stabile, strumento datato al di là di necessità immediate dei periodi di crisi) come nella riforma sanitaria non casualmente avversata da destra (perchè criptosocialista) e da sinistra (perché troppo liberista). Una visione doppiamente poliarchica, anti-monarchica sia all’esterno sia all’interno. Un “liberalismo non ideologico” ben ricostruito da Sergio Fabbrini (“I democratici americani all’epoca di Barack Obama”, a cura di Italianieuropei, Solaris, Roma, 2010)

All’esterno in consonanza col noto richiamo di Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate” nel par. 57:

“Per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo della globalizzazione deve essere di tipo sussidiario, articolato su più livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente. La globalizzazione ha certo bisogno di autorità, in quanto pone il problema di un bene comune globale da perseguire; tale autorità, però, dovrà essere organizzata in modo sussidiario e poliarchico sia per non ledere la libertà sia per risultare concretamente efficace”.

All’interno opponendo al federalismo duale dei neo-conservatori teso a svalutare il government federale a favore delle differenze tra i singoli Stati non una politica di intervento diretto, ma una nuova regolazione del government federale, teso a incentivare più che a gestire, a garantire un quadro per i diritti in cui varie realtà profit e no profit abbiano la propria responsabilità. Per dirla con Fabbrini,

“Né l’attuale Presidente né i democratici del Congresso hanno utilizzato la crisi finanziaria esplosa nel 2008 per alimentare una reazione populista contro i principi del libero mercato..Se è vero che il liberalismo non ideologico sostiene la centralità del mercato, è anche vero che esso ritiene che le soluzioni di mercato non siano sempre in grado di risovere i problemi di una società avanzata, in particolare le ineguaglianze e le vulnerabilità generate da un capitalismo robusto e dinamico. E, soprattutto, riconosce che tra lo Stato e il mercato vi è una costellazione di individui, famiglie, gruppi e comunità che debbano assumersi personalmente la responsabilità di affrontare quei problemi sociali..che né il mercato né lo Stato da soli potrebbero risolvere” (cit., pp. 9-14).

Più complicata la situazione in Europa dove le forze corrispondenti al pensiero democratico sono più deboli sia perché quasi ovunque dominano forze ancora segnate dall’eredità neo-conservatrice sia perché all’interno del campo democratico sono ancora forti nostalgie stataliste, come se il neo-conservatorismo potesse essere superato come una parentesi e come se i fini della lotta contro le disuguaglianze potessero essere rigidamente identificati con gli strumenti positivamente utilizzati per trent’anni.

Più complicata anche perché in Europa c’è ancora un government molto embrionale a livello dell’Unione e solo un poco di più a quello della zona-Euro, gli unici livelli che potrebbero dare una duratura prospettiva di sviluppo perché quella dimensione di scala sarebbe adeguata. La strada per darsi un government comune, compreso un Ministro dell’Economia e un Presidente eletto democraticamente dai cittadini, non è agevole perché suppone che le economie siano prima spinta a una convergenza, che i Paesi che hanno già fatto riforme accettino di rinunciare a una parte della propria sovranità (obsoleta ma ostinata) e che gli altri facciano le riforme che li allineino ai primi e che li rendano pertanto credibili nel chiedere agli altri quella rinuncia. L’Europa continentale culla della sovranità deve rinunciare a questo tabù non per pensare di trasferire a livello europeo la vecchia sovranità ma per risolvere, a livello europeo, quello che non è più possibile risolvere a livello degli Stati nazionali.

Complicato anche il quadro dei Brics, solo alcuni dei quali sono democratici (non lo è al momento soprattutto la Cina, il più importante), mentre altri, pur ampiamente democratici e governati da forze di orientamento democratico, debbono ancora entrare pienamente in una logica di corresponsabilità effettiva al Governo del mondo, come protagonisti e non antagonisti.

4. Le difficoltà di una risposta coerente, ma è difficile che la possano fornire altri

E’ vero che le dinamiche economiche in alto e le nuove forme di formazione dell’opinione pubblica in basso coi nuovi devices tecnologici (che, per inciso, hanno effetti complessivamente liberanti e positivamente scardinanti dello status quo non democratico per cui le belle citazioni di Manuela Tangolo sui rischi di controllo tecnologico della persdonalità umana vanno letti come rischi permanenti più che come realtà ineluttabili) tendono al momento a rendere difficile una risposta coerente della politica democratica e le difficoltà di Obama sono lì a dimostrarlo.

Però è difficile che altri, fuori dal pensiero democratico, dallo spirito e dalla realtà della democrazia aperta, dotata di meccanismi di autocorrezione, possano formnire risposte nove e convincenti. Convincenti perché nuove, in coerenza con gli orientamenti di fondo espressi dalla Presidenza Obama, pur nel necessario pragmatismo delle soluzioni, anzi attraverso esso.

Il pensiero democratico, a differenza della sostanziale rassegnazione del neo-conservatorismo alle pulsioni egoistiche e alla ricerca di perfezione affidata alla politica delle religioni secolari della vecchia sinistra europea, fa propria l’importanza della battaglia per le cause imperfette teorizzata da Emmanuel Mounier grazie a Paul Landsberg.

Credo che proprio a un pubblico come il vostro valga la pena di riproporre in fine questo breve brano di Mounier, che segue quello citato all’inizio: la “forza creatrice” dell’impegno nasce dalla “tensione feconda che esso suscita fra l’imperfezione della causa e la sua fedeltà assoluta ai valori che sono in gioco. D’altra parte la coscienza inquieta e talvolta lacerata che noi acquistiamo dalle impurità della nostra causa ci tiene lontani dal fanatismo, in uno stato di vigile attenzione critica; e, inoltre, col sacrificare alla sollecitazione del reale le vie e le armonie da noi fantasticate, conquistiamo una sorta di virilità, che risulta dall’esserci liberati da tante ingenuità e illusioni, e dallo sforzo continuo di fedeltà su vie irte d’imprevisti. Il rischio che noi accettiamo nell’oscurità parziale della nostra scelta ci pone in uno stato di privazione, d’insicurezza e di ardimento che è il clima delle grandi azioni.

(qdR magazine, n.33 del 25 ottobre 2011)

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