16 luglio 2012, Cultura - Globalizzazione ed Europa - In evidenza

L’assenza di una nuova narrazione

di Leonardo Boff

La fondamentale lacuna del documento delle Nazioni Unite per Rio+20 risiede in una completa assenza di una nuova narrazione o cosmologia che potrebbe garantire la speranza di un «futuro che vogliamo», che è lo slogan scelto per il grande incontro. Così com’è, il documento nega qualunque possibilità di un futuro promettente.

Per coloro che lo hanno elaborato, il futuro dipende dall’economia, poco importa l’aggettivo che la definisca: sostenibile o verde. È soprattutto l’economia verde ad operare il grande assalto all’ultimo ridotto della natura: trasformare in merce quello che è comune, naturale, vitale e insostituibile per la vita come l’acqua, il suolo, la fertilità, le foreste, i geni, ecc, ponendo a tutto un prezzo. Quello che appartiene alla vita è sacro e non può essere ricondotto al mercato degli affari. Ma è quello che sta avvenendo, sotto l’imperativo categorico: appròpriati di tutto, fai commercio di tutto, soprattutto della natura e dei suoi beni e servizi.

Ecco qui l’egocentrismo supremo, l’arroganza degli esseri umani, quello che può anche essere definito antropocentrismo. Gli esseri umani guardano alla Terra come a un deposito di risorse destinate solo a loro, senza rendersi conto che non siamo i soli ad abitare la Terra e che non ne siamo i proprietari; non ci sentiamo parte della natura, ma al di fuori e al di sopra di essa, come suoi “signori e padroni”. Dimentichiamo, tuttavia, l’esistenza di tutta la comunità della vita visibile (il 5% della biosfera) e dei quintilioni di quintilioni di microrganismi invisibili (il 95%) che garantiscono la vitalità e la fecondità della Terra. Tutti appartengono al condominio terrestre e hanno il diritto a vivere e a convivere con noi. Senza queste relazioni di interdipendenza, non potremmo neppure esistere. Il documento non prende in considerazione niente di tutto ciò. Possiamo dire allora: con questo documento non c’è salvezza. Esso ci avvia sulla strada dell’abisso. Finché siamo in tempo, però, dobbiamo evitarlo.

Tale lacuna deriva dalla vecchia narrazione o cosmologia. Per narrazione o cosmologia intendiamo la visione del mondo che soggiace alle idee, alle pratiche, ai costumi e ai sogni di una società, attraverso la quale si cerca di spiegare l’origine, l’evoluzione, lo scopo dell’universo e della storia e il posto riservato all’essere umano.

La nostra è attualmente la narrazione o cosmologia della conquista del mondo in vista del progresso e della crescita illimitata. Si caratterizza come meccanicista, deterministica, atomistica e riduzionista. È in virtù di questa narrativa che il 20% della popolazione mondiale controlla e consuma l’80% di tutte le risorse naturali, che metà delle grandi foreste è stata distrutta, che il 65% delle terre coltivabili è andato perduto, che da 27mila a 100mila specie di esseri viventi scompaiono ogni anno (Wilson), che più di mille prodotti chimici sintetici, in maggioranza tossici, sono riversati nella natura. E che abbiamo costruito armi di distruzione di massa in grado di distruggere l’intera vita umana. L’effetto finale è lo squilibrio del sistema-Terra, che si traduce nel riscaldamento globale. Con i gas già accumulati, si arriverà fatalmente ad un aumento di 3-4 gradi Celsius, il che renderà la vita come la conosciamo praticamente impossibile.

L’attuale crisi economico-finanziaria che sprofonda nazioni intere nella miseria ci fa perdere la percezione del rischio e cospira contro qualunque cambiamento necessario di direzione.

In contrapposizione a questa, sorge la narrazione o cosmologia della cura e della responsabilità universale, che è potenzialmente in grado di salvarci. E che ha trovato la sua migliore espressione nella “Carta della Terra”. Tale narrazione pone la nostra realtà all’interno della cosmogenesi, quell’immenso processo evolutivo iniziato 13,7 miliardi di anni fa. L’universo si sta continuamente espandendo, auto-organizzando e autocreando. In esso tutto è interrelato e nulla esiste al di fuori di questa relazione. Cosicché tutti gli esseri sono interdipendenti e collaborano tra loro al fine di garantire l’equilibrio di tutti i fattori. La missione umana risiede nel prendersi cura di questa armonia sinfonica e nel preservarla. Dobbiamo produrre non per l’accumulazione e l’arricchimento privato, ma per un livello di vita sufficiente e dignitoso per tutti, nel rispetto dei limiti e dei cicli della natura.

Dietro tutti gli esseri opera l’Energia di fondo che ha dato origine all’universo e lo sostiene, permettendo l’emergere di cose nuove. La più spettacolare delle quali è data dalla Terra vivente e dagli esseri umani che ne costituiscono la parte cosciente, con la missione e la responsabilità di badare ad essa.

È questa nuova narrazione a garantire “il futuro che vogliamo”. In caso contrario, verremmo spinti fatalmente nel caos collettivo, con conseguenze funeste. Ed è per noi una fonte di ispirazione. Invece di fare affari con la natura, ci poniamo nel suo seno in profonda sintonia e sinergia, rispettando i suoi limiti e perseguendo il buen vivir, che è l’armonia tra tutti e con la Madre Terra. I tratti distintivi di questa nuova cosmologia sono la cura al posto della dominazione, il riconoscimento del valore intrinseco di ogni essere anziché la sua mera utilizzazione da parte dell’essere umano, il rispetto per tutta la vita e per i diritti della natura invece del suo sfruttamento e l’articolazione della giustizia ecologica con quella sociale.

Questa narrazione è più in accordo con le reali necessità umane e con la logica dello stesso universo. Se il documento di Rio+20 l’adottasse come quadro di riferimento, si creerebbe l’occasione di una civiltà planetaria che avrebbe al centro la cura, la cooperazione, l’amore, il rispetto, la gioia e la spiritualità. Tale opzione punterebbe non verso l’abisso, ma verso il “futuro che vogliamo”: una biociviltà della buona speranza.

(“Adista documenti”, n.24 del 2012)

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