13 luglio 2012, Globalizzazione ed Europa

La vera malattia europea è la cecità dei suoi leader

di Antonio Puri Purini

Ognuno pensa per sé, a partire da noi. Invece serve un piano ambizioso: con la Germania, non contro. La passione civile è assente nella crisi dell’euro. Questo spiega perché la classe dirigente, nella più grave crisi mai attraversata dall’Europa, dimentica che la saggezza consiglia di contare fino a dieci prima di parlare. Convinzioni radicate facilitano il successo. Altrimenti, tutto si ridimensiona. C’è da rimanere quindi stupefatti di fronte all’incapacità, in tutta l’Europa, di parlare della moneta unica con la gravità che sarebbe doverosa e alla leggerezza del dibattito europeo in Italia. Mentre i mercati aggrediscono l’euro come un torrente in piena, le classi dirigenti assomigliano all’oligarchia veneziana alla vigilia della scomparsa, per volontà di Napoleone, della gloriosa repubblica nel 1797. Allora come oggi, trionfa l’opportunismo, la furbizia, l’attesa, la sottovalutazione del pericolo. L’inettitudine della politica nel banalizzare la gravità della situazione diffonde angoscia anche presso la gente comune. Ognuno diffonde un proprio punto di vista, alla faccia dell’obiettivo comune. Il risultato sono messaggi sbagliati che alimentano risentimenti e aggravano problemi. La cancelliera Merkel parla giustamente della necessità di un’unione politica dell’Europa salvo dire che ci vorranno anni per realizzarla; il primo ministro Rajoy sottoscrive il trattato sulla disciplina fiscale salvo aggiungere che Madrid non accetterà limitazioni di sovranità; il presidente Hollande rimane avvinghiato alla visione sovranista della Francia: parla solo di crescita, mai d’Europa; dalla placida Vienna il ministro delle finanze Maria Fekter straparla sull’emergenza finanziaria dell’Italia.
Il nostro Paese contribuisce alla frammentazione degli obiettivi e alla confusione degli spiriti. Essendo più deboli di altri, avendo più torti e molto da perdere se dovesse fallire l’unità europea, dovremmo mostrare una ben diversa sensibilità. I leader della maggioranza — Alfano, Bersani, Casini — parlano invece dell’euro in maniera quasi rituale. Invece di adoperarsi per la ratifica del trattato sulla disciplina fiscale (quello sarebbe stato davvero un segnale di credibilità), hanno promosso il progetto, bloccato dal governo, di una mozione parlamentare di scarico delle responsabilità e antitedesca. Difficile immaginare un’iniziativa più grossolana. Mai che avessero uno scatto anche emotivo per dire che, senza moneta unica e con Beppe Grillo, l’Italia scivolerebbe nella catastrofe. Mai che sostenessero che l’interesse nazionale risiede nella salvaguardia della moneta unica e del progetto unitario. Mai che ricordassero come molti italiani hanno per anni respinto l’ipotesi che un debito pubblico elevato rappresentasse una minaccia per l’euro e che il futuro dell’Italia, dopo le elezioni del 2013, suscita timori profondi. Siamo preoccupati noi dell’avvenire: per quale ragione al mondo non dovrebbero esserlo i tedeschi? Ritengono veramente d’essere una classe dirigente all’altezza dei problemi o di cavarsela con le scontate e disarmanti critiche alla Germania? Anche membri del governo non misurano le parole, ad esempio quando il ministro Passera s’indigna nei confronti dell’Unione Europea per i ritardi nell’intervento sulla Spagna. Ma non siamo tutti noi l’Europa? Non contribuiamo alla formulazione delle decisioni collettive? Altri ancora non comprendono che, nel configurare un’irrealistica alleanza fra Francia, Italia, Spagna per far prevalere gli eurobond, si sfiora il ridicolo? Si parla dei pericoli gravi che corre l’Italia ma non si dice con la forza necessaria che l’euro e il rilancio dell’Europa sono una battaglia di civiltà. Tuttora l’opinione pubblica è insufficientemente coinvolta. Le burocrazie amministrative romane, compresa quella diplomatica, sono prive di slancio ideale. In altri tempi questo non succedeva. Le normalmente loquaci fondazioni della società civile tacciono. A volte, sembra che la battaglia europea sia un capriccio del presidente della Repubblica, del presidente del Consiglio, di Emma Bonino, di pochi quotidiani e di qualche rarissima commentatrice televisiva. Manca una presa di posizione ferma, chiara, decisa sulla volontà comune di salvare l’euro costi quello che costi. Eppure verrà bene il giorno in cui i governanti dovranno rispondere, se non altro all’elettorato, della propria cecità.
Da oggi al Consiglio europeo, dovrebbe essere ancora possibile recuperare il linguaggio di una comunicazione imperniata su una volontà di riuscita, su obiettivi concreti, su una tabella di marcia ambiziosa: con la Germania, non contro. Sarebbe bene che le élite europee si rileggessero le memorie della Seconda guerra mondiale di Winston Churchill: non nascondeva le avversità ma insisteva sulla certezza della vittoria. Capisco che sia difficile per una politica sorda al richiamo degli ideali o alle ragioni della Storia, dotarsi di una strategia imperniata sull’integrazione, sulla solidarietà, sulla convergenza. Questo salto di qualità è indispensabile. Va incardinato in una ferrea volontà politica. Basterebbe indicare che l’impegno di assumere responsabilità comuni costituisce il principio ispiratore d’ogni governo in Europa e spiegare cosa s’intende per unione politica. Soprattutto dopo le elezioni greche di domenica prossima, il vertice di fine giugno non è solo quello della crescita ma del salvataggio del progetto unitario.

(“Il Corriere della Sera”, 15 giugno 2012)

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