30 novembre 2010, Globalizzazione ed Europa

La storia congelata

di Bernardo Valli

È facile dimenticarlo: eppure sono ancora in guerra. I loro scontri si ripetono puntuali da due generazioni; sono routine; capita che siano sanguinosi, ma degenerano di rado in vere e proprie battaglie; si limitano per lo più a risse, a litigi. Per questo non ci facciamo troppo caso e scordiamo che le due Coree sono sempre ufficialmente in guerra.

Il loro agitato rapporto è come un ascesso. Un ascesso non ancora riassorbito o non ancora scoppiato. L’immagine non è poi tanto gratuita. Può essere preoccupante se si pensa che la Corea del Nord è già di fatto un Stato nucleare. Ha realizzato il primo test nel 2006 e un altro poco dopo l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. E l’appesantimento delle sanzioni non ha raffreddato le ambizioni atomiche. Oggi, tenendo conto del materiale fissile di cui dispone, il suo arsenale potrebbe contare da 6 a 12 bombe basate sul plutonio. Ma non è provato che queste bombe siano in grado di funzionare. Esse non sono comunque in mani ritenute giudiziose.

Le due Coree sono in guerra da sessant’anni, poiché al semplice armistizio che mise fine alle ostilità aperte (’50-’53), e che confermò la divisione tra il Nord, governato da una dittatura comunista, e il Sud, governato allora da una dittatura anticomunista, non è mai seguito un trattato di pace. Il quale potrebbe rappresentare un passo formale verso una riunificazione. Oggi un sogno tendente all’incubo. Sono in pochi ad auspicarla sul serio. Per la Corea del Sud, dove la società
confuciana ha prodotto una democrazia e un’economia efficienti, il recupero del Nord sarebbe molto costoso, oltre che scomodo. Rischioso. Non si tratterebbe soltanto di abbattere un muro. Non sarebbe facile assorbire una società logorata da uno stalinismo sopravvissuto a tutti i crolli e i mutamenti avvenuti nel mondo comunista, compresa la Cina post maoista. La quale continua ad essere la potenza protettrice. O semplicemente il grande vicino indulgente per convenienza.

È come se in quell’estrema Asia del Pacifico si fosse fermata la storia e sopravvivesse la guerra fredda conclusasi da noi più di vent’anni fa. A rammentarci quel fenomeno è stato ieri lo scambio di tiri d’artiglieria che ha fatto due morti e quindici feriti nel Sud, e un imprecisato numero di vittime nel Nord taciturno, segreto, difficile da decifrare. Di dialoghi singhiozzanti o autentici, più o meno segreti, tra Pyongyang e Seul, ne sono stati promossi tanti, e alcuni hanno condotto a periodi di distensione puntualmente frenati se non proprio interrotti da incidenti plateali o rocamboleschi.

Quello coreano fu il primo conflitto Est-Ovest, in cui si affrontarono da un lato gli Stati Uniti d’America, e gli alleati occidentali (l’Italia mandò un reparto di Sanità), e dall’altro la Cina comunista. Se il generale Douglas MacArthur fosse stato ascoltato dal presidente Harry Truman, l’America avrebbe usato in quella penisola la bomba atomica per la seconda volta, dopo Hiroshima e Nagasaki, nel ’45. La Corea è stata l’anticamera al Vietnam. Dando il cambio ai francesi, che avevano perduto a Diem Bien Phu la guerra coloniale indocinese, gli americani continuarono in Vietnam la strategia del “contenimento” del comunismo, cominciata in Corea. C’è insomma tanta storia dietro i tiri d’artiglieria piovuti, ieri mattina, sulla piccola isola sudcoreana di Yongpyong, nel mar Giallo, situata a una decina di chilometri dalle coste nordcoreane. Quella è una zona marittima contestata. Tra le forze navali dei due paesi non sono mancati gli scontri, con decine di morti. In marzo è colata a picco una nave sudcoreana con quarantasei marinai. Ad affondarla sarebbe stato un siluro nordcoreano. Ma Pyongyang ha respinto con forza ogni responsabilità. Ieri non ha negato di avere sparato, si è limitata a dire che i primi a tirare sono stati i sudcoreani. L’incidente ha messo in allarme Pechino e Washington, ed anche il Consiglio di Sicurezza.

Anzitutto è avvenuto mentre a Pyongyang si prepara la successione di Kim Jong-il, la cui salute non sarebbe migliorata dopo l’infarto che si dice l’abbia colpito due anni fa. Il 28 settembre il figlio, Kim Jong-un, è stato promosso generale con quattro stelle, un grado che lo avvicina al comando supremo. E non sono pochi a pensare che i tiri d’artiglieria sull’isola di Yongpyong siano stati un messaggio rivolto agli americani. Nonostante l’imminente cambio della guardia al vertice la Corea del Nord resta ferma sulle sue posizioni. Non diventa più remissiva. La dinastia dei Kim, sul punto di passare il potere alla terza generazione, ha ancora il fermo appoggio delle forze armate, pronte a passare all’azione.

In sostanza continua il ricatto nei confronti degli Stati Uniti che i dirigenti di Pyongyang tentano da tempo, da prima della morte di Kim-Il-Sung, il fondatore della repubblica, avvenuta nel 1993. Seguendo l’esempio del predecessore, Barack Obama ha evitato rapporti bilaterali con la Corea del Nord. Bush junior manteneva i contatti nel quadro del “six party talks”, del quale facevano e fanno parte la Cina, il Giappone, la Russia e la Corea del Sud. Obama l’ha imitato. Pyongyang cerca adesso di attirare la sua attenzione, di renderlo più disponibile, di costringerlo a trattare. Non nasconde, anzi esibisce la sua attività nucleare, lascia qualche dubbio sul possibile uso militare che ne potrebbe fare. Enfatizza il suo programma atomico per farne una moneta di scambio. Washington dovrebbe sospendere le sanzioni, e concedere gli aiuti di cui la Corea del Nord ha un drammatico bisogno in cambio di una rinuncia alle armi nucleari. Questo sarebbe il ricatto dei Kim.

Siegfried Hecker, scienziato dell’Università di Stanford, ha ottenuto pochi giorni fa un’insolita, sorprendente autorizzazione. Le autorità nordcoreane gli hanno permesso di visitare una centrale per l’arricchimento dell’uranio, in un luogo del quale non gli è stato rivelato il nome. Il professor Hecker è ritornato in patria “stupefatto” e ha subito riferito, in privato, alla Casa Bianca quel che ha visto. La centrale era modernissima, dotata di apparecchiature sofisticate. Lui stesso ha contato centinaia di centrifughe. I suoi accompagnatori gli hanno assicurato che ce n’erano migliaia. Gli hanno altresì spiegato che l’uranio prodotto era arricchito al 3,5 per cento, vale a dire a un livello utile per una centrale elettrica. Per far bombe bisogna arricchirlo al 90 per cento. Il messaggio per la Casa Bianca, trasmesso dal professor Hecker, era chiaro: vale la pena trattare con la Corea del Nord. Il ricatto nucleare non è un bluff.

(articolo tratto da “La Repubblica” del 24 novembre 2010, pag. 1 e 31)

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