27 luglio 2012, Globalizzazione ed Europa - In evidenza

La Società delle Sanzioni

di Raniero La Valle

L’idea di un’Europa unita rappresentò, per i Paesi usciti dagli odi e dai tormenti della guerra mondiale, il sogno di una cosa: e questa cosa era che i popoli che si erano combattuti si riconoscessero e vivessero assieme, che le frontiere cadessero, che la sovranità di ciascuno Stato si rigenerasse, senza perdersi, in una sovranità più grande, e che i beni, i denari e i lavoratori circolassero liberamente in uno spazio comune. Questo sogno fu soffocato sul nascere perché la contrapposizione tra i due blocchi, divisi dalla cortina di ferro, spaccò per prima cosa l’Europa, e addirittura la Germania; e allora si fece finta di credere che l’Europa fosse quella “piccola” dei cinque Stati e mezzo rimasti in Occidente, e non potendosene fare un’unione politica si pensò bene di farne un’unione economica e mercantile, e di instaurarvi il capitalismo non semplicemente come sistema economico, ma come regime.
Da questa scelta fondativa l’Europa non si è mai più staccata e anche quando, rimosso il Muro, riunificata la Germania e aperte le porte ai Paesi dell’est, si sarebbe potuto prendere la strada dell’unione politica in regime di democrazia e in condizioni di pluralismo economico, si è preferito insistere nel vecchio progetto sacrificando tutto al mercato, instaurando la sovranità del denaro, mettendo l’unità nella moneta unica e riducendo miseramente l’Europa all’Euro.
Per anni e anni tutto ciò è stato considerato affare degli specialisti e, a parte isole di fervido e ideale europeismo, i popoli vi sono rimasti sostanzialmente estranei. È adesso il brusco risveglio, quando si dice: “lo chiede l’Europa”, “lo vuole l’Europa”, “bisogna persuadere l’Europa”, “che cosa fa l’Europa?”, e questo fare e disfare europeo diventa la causa cui si attribuiscono i problemi che mordono la carne di ciascuno, disoccupazione, fallimenti, chiusura di attività, precarizzazione e, come in Grecia, disperazione.
È venuto dunque il tempo di rimettere in discussione tutto il processo. L’Europa si perde se, per non tornare a mani vuote da Bruxelles, Monti estorce quattro fiducie al Parlamento e porta in dono al vertice europeo le spoglie dell’art. 18 e la rimozione, come dice la Fornero, del “diritto al lavoro”; l’Europa si perde se per punire la Grecia della sua cattiva amministrazione le impone un memorandum che la getta sul lastrico e le nega i soldi per pagare gli impiegati e le medicine; l’Europa si perde se nel “Patto di stabilità” imposto ai Paesi dell’euro pretende che mettano in Costituzione la rinunzia a una pur residuale sovranità in termini di politiche economiche e di bilancio; l’Europa si perde se non mette né tasse né limiti alla speculazione finanziaria (che muove più denaro di tutta l’economia reale) e poi pretende dagli Stati in deficit che non superino il disavanzo strutturale dello 0,5 per cento del PIL. E le punizioni diventano molte: non si stampano euro per punizione, si fa fallire la Grecia per punizione, si deferiscono alla Corte di giustizia gli Stati che non traducono in norme costituzionali i vincoli sul bilancio, si comminano punizioni e sanzioni finanziarie a quelli che non eseguono le sentenze della Corte. I fondatori dell’Europa inorridirebbero: doveva essere la società della solidarietà, è diventata la Società delle Sanzioni.
Che fare, allora? La prima battaglia politica da fare sarebbe per l’Italia – in sintonia con la Francia – il rifiuto della ratifica proprio del Patto di Stabilità, il famoso Fiscal Compact firmato a Bruxelles il 2 marzo scorso. La Commissione affari costituzionali del Senato ha dato il 20 giugno parere favorevole a tale ratifica, ma ha sollevato due obiezioni fortissime che dovrebbero invece impedirla. La prima è che nella misura in cui procedono queste cessioni di sovranità dal livello nazionale a quello europeo, dovrebbero democratizzarsi le istituzioni europee, dovrebbe introdursi la sana abitudine democratica delle elezioni per gli organi decisionali dell’Unione, e persino dello stesso vertice della Commissione, e questo è palesemente oggi impossibile; e la seconda obiezione è che la modifica costituzionale per il bilancio in pareggio l’Italia l’ha già fatta, cambiando l’articolo 81 della Costituzione, che tuttavia, come osservano i senatori, ancora “mantiene un’impostazione che ammette l’intervento anticlico dello Stato”; ebbene, se questo ai fini del Trattato non basta, non si può cambiare la Costituzione ogni momento sotto dettatura di Bruxelles, facendola diventare da Costituzione rigida una “Costituzione travicello”.
C’è dunque materia per un grande dibattito pubblico; del resto è meglio mettere in discussione il Fiscal compact che la permanenza nell’euro; perché revocare in dubbio la moneta unica viene percepito come un delitto di lesa maestà, mentre un ripensamento una revoca o una profonda modifica del Patto di stabilità potrebbero congiurare alla salvezza dell’euro e della stessa Europa.
(“Rocca”, n.14 del 2012)

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